A Wolfsburg si decide quanto rimandare, non se contrarre

by Rollo


A Wolfsburg si decide quanto rimandare, non se contrarre

Nel 2024, in Volkswagen, ci vollero cinque round di trattativa e gli scioperi di avvertimento di dicembre, i più duri che il gruppo avesse visto da anni, perché il consenso a Wolfsburg non si concede con una delibera ma si strappa così e quel muro contro muro produsse ciò che i sindacati chiamarono vittoria: nessuno stabilimento chiuso e nessun licenziamento imposto, il contratto interno blindato fino a fine decennio con una penale da un miliardo di euro a carico dell'azienda se avesse imposto tagli forzati prima del 2030. Salvo che nella stessa firma trentacinquemila posti sarebbero comunque spariti entro il 2030. La vittoria, riletta due anni dopo, era la scelta di quanto rimandare la contrazione, non se subirla.

Il punto da capire non è il numero dei tagli ma chi decide e chi paga, perché a Wolfsburg le due cose non coincidono. Porsche SE controlla il 53,3 per cento dei voti, eppure le famiglie Porsche e Piech guardano da mesi decine di miliardi di valore evaporare dal loro investimento centrale, il che significa che chi porta davvero l'esposizione economica del declino ha il portafoglio pieno di conseguenze e le mani relativamente legate. Sul fronte opposto il lavoro tiene dieci seggi su diciannove, dopo che l'uscita improvvisa di Susanne Wiegand dal consiglio di sorveglianza ha tolto al presidente Poetsch perfino il voto di qualità con cui si dirimevano gli stalli. Chi siede lì a difendere gli impianti non rischia il capitale proprio nel fallimento di lungo periodo, ma lo rischia invece chi non ha i numeri per imporre la rotta. La decisione è strutturalmente staccata dalla conseguenza, una condizione che nessun corso di buona governance risolve perché è scritta nella legge Volkswagen prima ancora che nelle persone sedute al tavolo, quella norma che pretende i due terzi per chiudere gli impianti protetti e che allinea al sindacato anche il venti per cento di voti della Bassa Sassonia.

Che questo non sia teoria lo dicono i due predecessori di Blume. Diess nel 2022 e Pischetsrieder nel 2006 non caddero per i conti sbagliati ma per aver forzato il lavoro oltre il punto in cui il lavoro accetta di essere forzato. In questo sistema chi rompe il consenso salta e salta anche quando ha ragione sui numeri. Blume lo sa ed è la ragione per cui un amministratore delegato con la reputazione del mediatore si ritrova a proporre il piano più duro nella storia del gruppo, non perché sia cambiato lui ma perché è finito lo spazio dentro cui si mediava.

Ho visto questo film in un altro settore e con un'altra tecnologia. Nel passaggio dall'analogico al digitale gli impianti non chiudevano quando la domanda spariva, chiudevano molto dopo e nel mezzo restavano in piedi per una ragione che con l'ingegneria non c'entrava nulla. Un impianto non è una linea di produzione, è una città, un indotto, una promessa fatta a un territorio e un pezzo di consenso politico che nessun consiglio cancella con una delibera senza pagarlo altrove. La capacità fisica costruita e ottimizzata per un mondo che è finito non si riconverte a comando e non si spegne a comando ma sopravvive alla propria utilità per la stessa forza di gravità sociale che oggi tiene accesi Hannover ed Emden mentre la domanda è già andata verso Est.

Il 9 luglio il consiglio ha sciolto il nodo nel modo che il sistema rende quasi obbligato. Le chiusure sono state approvate, non respinte, ma spalmate lungo un arco di anni che ne disinnesca l'urto: Zwickau ed Emden entro cinque anni, Hannover nel 2032, l'impianto Audi soltanto nel 2034, secondo quanto lo Spiegel riporta da fonti interne al board. Non la contrazione rifiutata, la contrazione rinviata e il calendario dice l'essenziale, perché ogni data cade oltre il 2030, cioè oltre la soglia entro cui il patto del 2024 impone al gruppo un miliardo di euro di penale per i licenziamenti forzati. Il consenso non ha dunque impedito la decisione, ne ha riscritto i tempi lungo la cucitura del contratto, spostando l'esecuzione appena al di là del punto in cui costerebbe.

È lo stesso meccanismo che il 2024 aveva già mostrato, solo su scala più grande. Ogni anno di rinvio è un anno in cui Zwickau gira all'88 per cento della capacità oggi e al 42 nel 2030, un impianto tenuto acceso sul libro dei costi molto dopo che la domanda se n'è andata e quando la chiusura arriverà davvero il conto non sarà più leggero per essere stato aspettato, perché la sola dismissione di Audi Bruxelles nel 2025 è costata circa 1,6 miliardi per tremila persone. E qui gli stabilimenti sono quattro.

La mia tesi può sbagliare in un modo solo, che è anche verificabile. Se questi impianti chiuderanno nei tempi annunciati e a un costo che il mercato assorbe senza scosse, allora il rinvio sarà stato prudenza gestionale e non un conto rimandato e avrò letto un ingranaggio dove c'era un piano, ma la forma stessa del calendario, disegnata per scavalcare la penale più che per incontrare la domanda, dice da che parte pende la probabilità, quindi Wolfsburg non ha deciso se contrarre ma ha deciso, di nuovo, quando permettersi di farlo.

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