Abu Dhabi ha pagato per un modello che non esiste più

Il 22 luglio 2026, a Washington, il segretario all'Energia americano Chris Wright ed il ministro dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile della durata di trent'anni. La lettura che ne è stata data ovunque e che si scrive praticamente da sola mentre l'aviazione americana continua a colpire l'Iran proprio per impedirgli di arricchire uranio, è quella dell'ipocrisia. Doppio standard, cedimento, contraddizione. A mio avviso è la lettura che impedisce di vedere la cosa interessante, perché quello che il 22 luglio rivela non è cosa Washington abbia concesso a Riyadh, ma piuttosto cosa reggeva davvero, fino a ieri, un vincolo che tutti avevano preso per una norma.
Torniamo al 2009. Nel maggio di quell'anno gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti firmarono un accordo 123, dal nome della sezione dell'Atomic Energy Act che disciplina la cooperazione nucleare americana con i paesi terzi. Abu Dhabi accettò allora condizioni che nessun altro partner aveva mai accettato: rinuncia permanente all'arricchimento dell'uranio sul proprio territorio ed al riprocessamento del combustibile esaurito, più la ratifica del Protocollo Aggiuntivo dell'AIEA, che estende agli ispettori l'accesso ai siti non dichiarati. In cambio ottenne la tecnologia americana ed un titolo che nei diciassette anni successivi sarebbe stato ripetuto come se fosse una categoria giuridica anziché una scelta negoziale: gold standard. La centrale di Barakah, quattro unità da 5,6 gigawatt complessivi costruite dai coreani di KEPCO, funziona ancora oggi dentro quei limiti.
L'accordo saudita firmato mercoledì non contiene nessuno dei tre elementi. Nessun divieto di arricchimento, come ha riportato la CNN citando funzionari e fonti vicine al negoziato, nessun divieto di riprocessamento e nessun Protocollo Aggiuntivo, sostituito da un accordo bilaterale di salvaguardia che copre soltanto gli impianti dove la cooperazione americana avviene, non l'intero programma nucleare del regno. Il senatore Edward Markey, che nel novembre 2025 aveva scritto a Marco Rubio chiedendo che il gold standard fosse la base di qualunque intesa con Riyadh, ha parlato di Wild West nucleare. La reazione era prevedibile ed è anche corretta nei fatti, solo che spiega poco.
Perché il punto che nessuno sta mettendo al centro è che Giordania, Egitto e Turchia avevano già rifiutato quelle stesse condizioni, anni fa, invocando l'articolo IV del Trattato di non proliferazione, che riconosce a ogni firmatario il diritto sovrano all'uso pacifico dell'energia atomica, arricchimento compreso. Il rifiuto del compratore non è la novità di questa settimana, a dirla tutta il rifiuto del compratore è la costante. La novità è che questa volta il venditore ha venduto lo stesso.
Ed è qui che il meccanismo diventa visibile. Il gold standard non è mai stato una norma internazionale ed infatti non compare in nessun trattato, non vincola nessuno e non ha nemmeno un organo di applicazione. Era una clausola contrattuale, ovvero una condizione che un fornitore può imporre finché è l'unico fornitore possibile. Chiamiamolo Vincolo di listino, perché è esattamente questo: una voce che sta nel prezzo, non nella legge. Nel 2009 chi voleva reattori ad acqua pressurizzata di progettazione americana, con la filiera di componenti, il combustibile, le assicurazioni ed il credito all'esportazione che ci vengono dietro, doveva passare da Washington. Nel 2026 non più.
I segnali di questo spostamento erano leggibili da tempo, per chi guardava le forniture invece dei comunicati. Nel 2019 l'argentina INVAP ha firmato per un reattore di ricerca a bassa potenza alla King Abdulaziz University di Jeddah. Nel 2020 immagini satellitari commerciali hanno documentato la costruzione, con assistenza della China National Nuclear Corporation, di un impianto di estrazione di yellowcake nei pressi di Al Ula. Rosatom vende chiavi in mano con finanziamento incorporato in mezzo mondo; i coreani hanno già costruito Barakah. Non serviva un servizio di intelligence per capire dove stesse andando la leva negoziale, ma bastava contare quanti soggetti al mondo sono in grado di consegnare un reattore commerciale e notare che negli ultimi quindici anni il numero è cresciuto mentre la quota americana calava. I sostenitori dell'accordo, del resto, lo dicono apertamente che serviva a non lasciare il campo a Cina e Russia. È l'ammissione del meccanismo, pronunciata come se fosse una giustificazione.
Ho visto la stessa struttura, con oggetti incomparabilmente meno gravi, quando lavoravo nella produzione musicale negli anni della Sony-BMG. Le etichette imposero il DRM sui file, ovvero un vincolo tecnico che rendeva l'acquisto peggiore del furto ed il mercato lo accettò per anni, ma non sparì perché qualcuno vinse una battaglia sui diritti dell'ascoltatore, né perché le major cambiarono idea sulla pirateria. Sparì quando la leva si spostò verso le piattaforme di distribuzione ed a quel punto la restrizione divenne un costo che il venditore non poteva più far pagare a nessuno. Nessuno abrogò il DRM che smise semplicemente di essere esigibile. Da Italiano che aveva imparato a considerare le regole come qualcosa che discende dall'alto, mi ci volle un po' per capire che quella clausola non era mai stata una regola, ma il riflesso momentaneo di chi teneva il collo di bottiglia.
Chi paga il conto di questa transizione non è però Washington, ma Abu Dhabi. Gli Emirati accettarono nel 2009 una rinuncia permanente in cambio della distinzione di essere il modello, e quella distinzione oggi non ha più nulla da distinguere. Se Riyadh potrà arricchire in casa, il vicino che vi ha rinunciato per iscritto si ritrova con uno svantaggio strutturale sul ciclo del combustibile che l'accordo del 2009 non era stato scritto per contemplare, e senza il capitale reputazionale che quella rinuncia doveva comprare. Il primo che paga per uno standard restrittivo del fornitore paga sempre due volte: una in condizioni, l'altra quando lo standard viene abbandonato per qualcun altro. Vale per i trattati come vale per i contratti di licenza; anzi vale soprattutto per chi si comporta meglio degli altri in assenza di un obbligo generale.
Resta la seconda domanda, quella che nel dibattito americano viene posta con la faccia della speranza: "il Congresso può fermarlo?" Formalmente sì. L'accordo è ora sottoposto a novanta giorni di sessione continua per il vaglio parlamentare, ed entra in vigore automaticamente a meno che entrambe le camere non approvino una risoluzione congiunta di disapprovazione che sopravviva al veto presidenziale, per la quale servono i due terzi in ciascuna. Nessun presidente è mai stato scavalcato su un accordo 123. Nel 2008 l'intesa con l'India sollevò obiezioni tecnicamente analoghe, da parte della stessa comunità di esperti che oggi contesta quella saudita, e non fu bloccata.
Spogliata dell'apparato morale, la questione non è se il Congresso avrà il coraggio di usare lo strumento. La questione è che lo strumento è costruito per non essere usato, ed esiste una prova documentale che lo dimostra meglio di qualsiasi argomento. La legge prevede infatti due binari: gli accordi ordinari entrano in vigore salvo disapprovazione qualificata, mentre quelli cosiddetti esenti, ovvero quelli che non soddisfano i requisiti di non proliferazione previsti dalla sezione 123, richiedono un voto positivo esplicito del Congresso. Come rileva l'Arms Control Association, di accordi esenti in vigore non ce n'è nemmeno uno. Nessuno. Quando la soglia è l'approvazione, non passa niente; quando la soglia è la disapprovazione, passa tutto. La stessa materia, gli stessi legislatori, un solo parametro invertito.
Un controllo che si attiva soltanto con una maggioranza qualificata non sta fallendo quando non si attiva. Sta funzionando come progettato. E chi lo ha progettato non era distratto, ma piuttosto era la stessa categoria di soggetti che quel controllo avrebbe dovuto limitare, il che rende la sezione 123 un esempio quasi da manuale del problema che Madison aveva impostato correttamente e risolto solo a metà: le architetture di contrappeso funzionano se chi le scrive non ha modo di prevedere da che parte del tavolo si troverà. Il dettaglio più eloquente della settimana è che Marco Rubio, da senatore, presentò insieme a Markey un disegno di legge che avrebbe subordinato qualsiasi cooperazione nucleare con l'Arabia Saudita a un voto positivo del Congresso, cioè precisamente al binario che non lascia passare nulla. Da segretario di Stato difende l'accordo che quella legge avrebbe bloccato. Non è ipocrisia individuale, o meglio non è solo quello: è la dimostrazione empirica che il vincolo non era stato pensato per legare le mani di chi lo scriveva, ed infatti non le lega.
Ventiquattro ore dopo la firma del Dipartimento dell'Energia, il presidente americano ha pubblicato su Truth che l'accordo è "completamente subordinato" all'adesione saudita agli accordi di Abramo, condizione che nei documenti firmati non compare, aggiungendo che l'arricchimento non ci sarà, il che contraddice quanto il suo stesso dipartimento aveva annunciato due giorni prima. Riyadh, al momento in cui scrivo, non ha commentato.
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