L'avvocato italiano a Dubai

by Rollo


L'avvocato italiano a Dubai

A Dubai si cerca l'avvocato italiano, sui gruppi Facebook degli espatriati, nelle chat WhatsApp delle comunità nazionali, nei forum dedicati: cercasi commercialista che parli italiano, medico che parli italiano, agente immobiliare che parli italiano, servizi premium a prezzi premium, con una premessa implicita che nessuno mette mai in discussione, ovvero che dopo anni passati negli Emirati l'arabo è ancora troppo difficile, l'inglese tecnico è ancora troppo specialistico e meglio pagare qualcuno che ti traduca il paese in cui vivi.

Io a Londra ho avuto a che fare con HMRC direttamente, senza commercialista interprete e con l'NHS, dal triage all'otorino, passando per il GP che ti chiede "any discomfort" e devi sapere che non è la stessa cosa di "pain". E ancora con i landlord per il tenancy agreement, dove "subject to" significa una cosa molto precisa che se non capisci paghi sei mesi in più, con le banche per i mutui, con i banchieri per il lavoro, con l'ottico. Ho fatto un master alla LSE seduto accanto a pischelli che parlavano l'inglese pulito della City, registro impeccabile e zero attrito sociale, ma poi tornavo a casa nell'East End, dove al corner shop sotto casa quel registro non serviva a niente e il cockney l'ho imparato mio malgrado, perché senza ti facevi prendere per il culo al pub e pagavi venti pence in più al newsagent senza accorgertene. Ogni interazione un registro diverso, ognuno con il suo gergo, le sue trappole, le sue sfumature che in traduzione si perdono.

Non lo dico per vantarmi, lo dico perché la mia situazione di partenza non era particolare. Sono cresciuto trilingue, italiano francese e inglese, perché in casa si parlavano tutte e tre le lingue e non è merito mio ma regalo del contesto familiare. Quello che ho aggiunto da adulto è lo svizzero tedesco, che parlo perché vivo anche in Svizzera dove ho lavorato in contesti elvetici, mentre i dialetti delle valli bergamasche, una manciata che cambiano ogni cinque chilometri, li ho imparati da ragazzino sul lago d'Iseo, dove i miei coetanei venivano ognuno da una valle diversa e se volevi entrare nel gruppo dovevi adattarti anche al loro modo di parlare, perché altrimenti restavi fuori. E a quindici anni restare fuori non è un'opzione. Lingue che non ho imparato per passione linguistica ma per necessità di integrazione, ovvero perché senza non potevo funzionare nei posti dove vivevo.

Ed è questo il punto che gli espatriati di Dubai sembrano aver disinnescato: la narrativa dell'arabo come lingua impossibile è un alibi costruito a posteriori, perché l'arabo del Golfo, semplificato dall'esposizione massiccia all'inglese commerciale, parlato da interlocutori spesso bilingui e abituati a rallentare per gli stranieri, è oggettivamente più accessibile dello schwyzerdütsch parlato a Zugo on in Appenzello Interno a velocità di guerra, o del bergamasco della val Brembana che cambia da Zogno a San Pellegrino. Eppure nessuno a Bergamo cerca l'avvocato che parli italiano, perché si imparano i codici locali quando senza quei codici si è invisibili.

A Dubai funziona diversamente perché il sistema è progettato per permetterti di non integrarti: è un ecosistema espatriato dove tutto è disponibile in inglese, gli intermediari sono ovunque, le comunità nazionali sono compatte, i quartieri sono quasi etnicamente segregati per scelta. Non è una città in cui vivi, è un servizio premium di residenza temporanea che ti permette di abitare gli Emirati senza mai entrare davvero negli Emirati, e l'avvocato italiano è la versione legale di quel servizio: tu paghi, lui ti traduce il paese.

Il prezzo, però, non si paga in soldi ma in accesso, perché chi vive trent'anni in un posto senza la sua lingua vive in una versione bidimensionale di quel posto, riceve la realtà filtrata da intermediari che decidono cosa tradurre e come e di cui non può verificare l'accuratezza, si fida per forza, perché non ha alternative e quando l'errore arriva e arriva sempre, lo scopre quando è troppo tardi per rimediare: un contratto firmato senza capire davvero le clausole secondarie, una diagnosi medica accettata senza poter chiedere il dettaglio in un registro che il paziente capisca, una posizione fiscale costruita su un'interpretazione che il commercialista italiano ha tradotto a modo suo. La superficie funziona, ma il sotto è terreno minato.

C'è poi una dimensione che gli espatriati monolingui non riescono a vedere proprio perché non l'hanno mai vissuta: abitare un paese non significa interagire con la sua élite anglofona o con la sua macchina turistica, ma parlare con il meccanico, con l'idraulico, con la cassiera del supermercato sotto casa, con il vicino anziano nell'ascensore, con l'infermiera del NHS che ti accoglie alle quattro del mattino. È in queste conversazioni piccole, fatte di registri minori e gergo locale, che un paese si lascia conoscere davvero, mentre tutto il resto è scenografia e chi non ha la lingua per stare in quei contesti vive nel paese ma non lo abita: la differenza tra le due cose è esattamente quello che distingue un residente da un turista permanente.

C'è una versione legittima di questo problema che va riconosciuta: anziani arrivati tardi, situazioni di sopravvivenza dove ogni energia va al lavoro, condizioni cognitive specifiche, ovvero casi reali in cui imparare la lingua del posto è oggettivamente fuori portata. Ma non è il caso degli italiani benestanti a Dubai che cercano l'avvocato italiano dopo dieci anni di residenza: loro non hanno una difficoltà, hanno fatto una scelta, hanno deciso che il prezzo dell'integrazione linguistica è troppo alto e preferiscono pagare il prezzo opposto, quello dell'analfabetismo civile a domicilio. È legittimo, ma va chiamato col suo nome.

La pigrizia linguistica non è neutrale, non è una preferenza tra opzioni equivalenti ma un'asimmetria: chi impara la lingua del posto entra nei suoi registri, nelle sue ironie, nelle sue gerarchie implicite, mentre chi non la impara resta fuori e la sua estraneità si traduce in decisioni peggiori, isolamento sociale strutturale, dipendenza permanente da intermediari di cui non può verificare la fedeltà. Ogni anno che passa il debito si accumula e a un certo punto diventa irrecuperabile, finendo per costruire, decennio dopo decennio, un'identità di esule senza esilio, di residente senza residenza vera, di cittadino di nessun posto, a prescindere dai documenti che uno ha in tasca.

A me sembra una forma di pigrizia molto costosa, travestita da pragmatismo e venduta come servizio premium, ma in fondo è soltanto la rinuncia a un pezzo di realtà in cambio della comodità di non doverla decifrare.

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