Basta alibi

by Rollo


Basta alibi

Ogni volta che uno strumento nuovo ha democratizzato la creazione, i custodi del vecchio ordine hanno gridato alla morte dell'arte.

Ogni volta si sono sbagliati.

La fotografia doveva uccidere la pittura. Gli impressionisti hanno risposto tenendo la loro prima mostra nello studio di un fotografo. Non sono scappati dalla macchina. Sono andati dove la macchina non poteva seguirli. Nel colore. Nella luce. Nella percezione soggettiva. La pittura si è liberata dall'obbligo di rappresentare il mondo e ha prodotto la più grande esplosione creativa della storia moderna.

Il cinema doveva uccidere il teatro. Il teatro è ancora qui. Si è concentrato su quello che il cinema non può toccare. Il respiro condiviso tra palco e platea. La presenza fisica. L'irripetibile.

Il sintetizzatore doveva uccidere la musica vera. Nel 1982 il sindacato dei musicisti britannici ha provato a vietarlo. I Queen scrivevano sulle copertine dei dischi "nessun sintetizzatore" come fosse una medaglia d'onore. La gente diceva che le macchine componevano da sole, che non era vera musica, che i musicisti sarebbero scomparsi. Il synth non ha ucciso niente. Si è fuso con tutto.

Poi sono arrivati i campionatori. I computer. E hanno fatto saltare i limiti fisici. Le combinazioni possibili di note, ritmi e melodie sono finite. C'è un numero. Grande, ma finito. La tecnologia ha aperto l'infinito. Ha permesso di fondere quello che esisteva con quello che non esisteva ancora. Ha creato territori sonori che nessuno strumento acustico avrebbe mai potuto raggiungere da solo.

Ed oggi qualcuno dice che l'intelligenza artificiale ucciderà la creatività.

Le stesse parole. Lo stesso panico. La stessa cecità.

Ma io vedo cosa sta succedendo davvero.

L'AI non sta uccidendo l'arte. Sta uccidendo gli alibi.

Per decenni i mediocri si sono nascosti dietro le barriere. Anni di accademia. Attrezzature che costavano quanto appartamenti. Accesso riservato a chi aveva i soldi giusti, le connessioni giuste, il tempo giusto. Tecnica che richiedeva vite intere per essere padroneggiata.

Potevi essere completamente vuoto dentro e nessuno se ne accorgeva. Bastava eseguire bene. La difficoltà del mezzo mascherava l'assenza del messaggio.

Questa era è finita.

Ogni strumento creativo è un amplificatore. Non genera segnale. Prende quello che hai dentro e lo rende più forte. Se hai qualcosa di vero, esce qualcosa di potente. Se hai il vuoto, esce vuoto più elaborato. Non ci sono eccezioni a questa legge.

Ma c'è un'altra cosa che l'amplificatore fa. Ti restituisce il tempo.

Il tempo che prima spendevi a fare e rifare, ora lo puoi spendere a pensare. Il tempo che bruciavi nell'esecuzione meccanica, ora lo puoi investire nella profondità. L'AI non ti rende pigro. Ti libera dalla fatica dello strumento per riportarti al cuore del lavoro.

Chi ha paura di questo?

Non gli artisti. Gli artisti veri stanno già usando tutto quello che trovano. Come hanno sempre fatto. Come faranno sempre.

Ha paura chi scambiava la tecnica per talento. Chi confondeva l'accesso esclusivo con il merito. Chi in fondo sospettava già di non avere niente da dire e ora non può più nascondersi.

Questi gridano "autenticità" ma intendono "esclusività". Gridano "vera arte" ma intendono "le barriere che mi proteggevano dalla competizione". Gridano "disumanizzazione" ma intendono "non voglio scoprire se dentro non c'è niente".

L'AI non ruba lavoro ai creativi. Lo ruba a chi finge di esserlo.

E poi c'è l'argomento dello spreco. La spazzatura. Il mare di merda che l'AI permette di produrre.

Come se prima non esistesse.

Metri di pellicola buttati per ogni scatto buono. Migliaia di pennelli consumati per ogni quadro finito. Tele su tele su tele prima di quella giusta. Blocchi di marmo abbandonati. Ore di camera oscura per stampe che finivano nel cestino.

Lo spreco c'era già. La spazzatura commerciale c'era già. I jingle orecchiabili ma vuoti c'erano già, io ne ho scritti alcuni, per soldi ma non perché fossero arte. L'AI non ha inventato la mediocrità. Ha solo reso più veloce produrla.

Ma ha reso più veloce produrre anche l'oro.

E qui sta la verità che nessuno vuole guardare in faccia.

Quanti sono cresciuti circondati dall'arte senza riuscire a farla? Quanti hanno respirato bellezza in famiglia, assorbito visioni da chi li circondava, imparato a vedere prima ancora di camminare, e poi si sono scontrati con uno strumento che non obbediva?

Io sono uno di quelli.

In famiglia di artisti ne sono passati tanti. Ognuno ha lasciato il segno dentro di me. Ho imparato a vedere la composizione, a sentire il peso della luce, a riconoscere quando qualcosa funziona e quando no. Ma la mano non seguiva. Delle arti figurative sono stato forse il più grosso fallimento per chi ha provato a insegnarmele.

Eppure vedevo. In tutti quei musei dove andavo controvoglia, rimanevo comunque inchiodato davanti a certe figure. Non era la maestria tecnica che mi fermava. Era la potenza. Quella forza che esce da dentro e ti colpisce prima ancora che tu capisca perché. Quella cosa che non puoi fingere, che non puoi costruire con la sola tecnica, che o ce l'hai o non ce l'hai.

Vedevo esattamente il bianco e nero che volevo creare. Vedevo la composizione perfetta. Vedevo la forma. Ma ore di camera oscura non bastavano a tirare fuori quello che avevo in testa.

E mio padre. Passava ore e ore a disegnare complicazioni meccaniche di ogni genere. Creava cose automatiche, spaventosamente innovative, insieme a quel suo amico ingegnere. Ingegnere nel vero senso della parola. Linea dopo linea, calcolo dopo calcolo, tutto a mano.

Pensa se avesse avuto quello che ho io adesso nel mio computer. Chissà cosa si sarebbe inventato.

Poi ho scoperto che le parole erano il mio strumento. Ho amato la macchina da scrivere, poi il computer, ora l'AI. E ogni volta che lo strumento è migliorato, ho potuto esprimere di più. Non di meno. Di più. Perché il tempo che prima spendevo a battere tasti e correggere errori ora lo spendo a pensare. A scendere più in profondità.

Ora posso essere chirurgico. Posso chiedere esattamente quello che ho sempre visto e non sono mai riuscito a creare. Posso tirare fuori quello che ho dentro con una forza, una rabbia, urlarlo se serve. Lo strumento finalmente è all'altezza della visione.

Non ero un fallimento. Ero un visionario senza mezzo.

E non stiamo abbassando la qualità democratizzando la creazione. Stiamo finalmente separando chi ha qualcosa da dire da chi aveva solo tecniche per mascherare il silenzio.

Per la prima volta nella storia, l'unica domanda che conta è una sola.

Hai qualcosa dentro o no?

Non i soldi. Non le connessioni. Non gli anni di gavetta. Non l'accesso esclusivo.

Solo la domanda nuda.

E questa domanda terrorizza chi ha costruito carriere intere evitandola.

Usare l'AI per creare non è premere un bottone. È sapere cosa vuoi. Sapere come chiederlo. Riconoscere quando quello che esce è vero e quando è rumore ben confezionato. È maestria nuova. Diversa. Ma maestria. Chi pensa che basti un click non ha mai provato a creare qualcosa di vero con nessuno strumento.

E a proposito di scrivere.

Per anni ci hanno detto di scrivere per i motori di ricerca. Parole chiave. Ottimizzazione. Titoli di paragrafo per farsi trovare dagli algoritmi. Abbiamo costruito contenuti per macchine invece che per persone.

L'AI ha fatto saltare anche quello.

E allora finalmente possiamo tornare a scrivere per chi legge. Per chi sente. Per chi si ferma e dice "cazzo, è vero."

Il 2026 inizia con una scelta.

Puoi continuare a lamentarti che il mondo è cambiato. Puoi aggrapparti alle barriere che crollano. Puoi chiamare apocalisse la fine della tua protezione.

Oppure puoi guardare in faccia la domanda.

Hai qualcosa da dire?

Se sì, hai appena ricevuto lo strumento più potente che sia mai esistito per dirlo.

Se no, nessuno strumento ti salverà. Forse è il momento di scoprirlo.

Il tempo degli alibi è finito.

Chi crea, crea. Chi fingeva, è nudo.

Benvenuti nell'era della creazione amplificata.

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