Bruxelles questa settimana

by Rollo


Bruxelles questa settimana

Quattro notizie da Bruxelles in una settimana. Apparentemente slegate. In realtà, quattro variazioni sullo stesso tema: cosa succede quando chi scrive le regole incontra chi controlla i rubinetti.

La multa a X e l'ansia dei burocrati

La Commissione Europea ha impiegato due anni per multare X di 120 milioni di euro. Due anni. Per una cifra che Musk guadagna mentre fa colazione. La motivazione ufficiale: il baffo blu inganna gli utenti, la pubblicità non è trasparente, i ricercatori non possono accedere ai dati.

Tutto vero. Tutto irrilevante.

Il dettaglio interessante sta altrove: fonti interne ammettono che ci hanno messo tanto perché volevano "costruire un caso legale solido anticipando che X farà causa". Tradotto: sapevano che Musk avrebbe reagito e avevano paura.

Paura di cosa, esattamente? Non della causa legale. Di qualcosa di più sottile. Musk controlla l'infrastruttura su cui i politici europei costruiscono la propria visibilità. Una ritorsione algoritmica, meno reach, meno engagement, sparizione dalle timeline, è tecnicamente indimostrabile e politicamente devastante.

La risposta di Musk? "L'UE andrebbe abolita." Niente avvocati, niente comunicati diplomatici. Una riga su X e via.

È uno scontro tra due logiche incompatibili. L'UE opera per gerarchia: procedure, tempi, commissioni, pareri, voti. Musk opera per rete: velocità, disintermediazione, effetto moltiplicatore. La gerarchia è lenta e locale. La rete è istantanea e globale.

I funzionari di Bruxelles lo sanno. Per questo sono nervosi. Non perché 120 milioni siano pochi, lo sono, ma perché intuiscono di star giocando una partita con regole che non controllano più.

Dieci anni di Parigi: da Greta a Pechino

Dicembre 2015, l'Accordo di Parigi. Lacrime, applausi, martelletto verde. Il mondo si impegnava a salvare il pianeta.

Dicembre 2025. Il pianeta si sta ancora scaldando, ma qualcuno ha fatto i soldi.

La Cina produce l'80% dei pannelli solari mondiali, domina la filiera delle batterie, controlla le terre rare. Mentre l'Europa organizzava scioperi scolastici e dichiarava emergenze climatiche, Pechino costruiva fabbriche.

Non è cinismo. È osservazione. Il decennio 2015-2025 ha creato la domanda di mercato per le tecnologie verdi. Il decennio 2025-2035 sarà quello dell'incasso. E chi ha investito nella produzione, non nella retorica, incasserà.

Xi Jinping ha appena annunciato nuovi obiettivi climatici per il 2035. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall'accordo per la seconda volta. L'Europa è nel mezzo: troppo virtuosa per ignorare il problema, troppo dipendente per risolverlo da sola.

L'ecologia è diventata una asset class geopolitica. Chi l'aveva capito dieci anni fa oggi detta le condizioni. Chi pensava bastassero le buone intenzioni oggi firma assegni.

La flotta fantasma e i limiti del lawfare

La Russia ha aggirato il price cap sul petrolio con un trucco vecchio come il mare: petroliere scassate, bandiere di comodo, assicurazioni inesistenti. Oltre 500 navi che trasportano greggio russo verso chi lo vuole comprare, fregandosene delle sanzioni occidentali.

L'Europa risponde con quello che sa fare: nuove liste, nuovi divieti, nuove sanzioni. Questa settimana altre 43 navi aggiunte alla blacklist. Totale: 600 e passa.

Il problema? Una petroliera russa che naviga verso l'India non si ferma perché un ufficio a Bruxelles l'ha messa su una lista. Si ferma se qualcuno la ferma fisicamente. E per farlo servono navi militari, non avvocati.

C'è un dibattito interessante tra giuristi su come "reinterpretare" la Convenzione ONU sul Diritto del Mare per dare più poteri agli stati costieri. È un dibattito legittimo. Ma quando devi reinterpretare il diritto internazionale per far funzionare le tue sanzioni, forse il problema non è l'interpretazione.

È il tentativo di applicare una patch software a un problema hardware.

Pierrakakis: l'eccezione che conferma la regola?

In mezzo a questo scenario, una notizia controcorrente. Kyriakos Pierrakakis, ministro delle finanze greco, è stato eletto presidente dell'Eurogruppo. Un greco a capo delle finanze europee, dieci anni dopo che la Grecia rischiava di uscire dall'euro.

Ma il dettaglio rilevante è un altro. Pierrakakis non è un politico di carriera. È l'uomo che ha digitalizzato la burocrazia greca compiendo un'impresa che chiunque abbia avuto a che fare con la pubblica amministrazione ellenica può apprezzare nella sua enormità.

È un tecnico. Uno che ha fatto funzionare cose che non funzionavano. Ha 42 anni, viene da Harvard e MIT e nel suo primo discorso ha endorsato il rapporto Draghi, quello che dice che l'Europa deve cambiare radicalmente o morire lentamente.

Troppo presto per dire se cambierà qualcosa. L'Eurogruppo è un organo di coordinamento, non ha poteri esecutivi diretti. Ma se dovessi scommettere su chi, tra i protagonisti di questa settimana brussellese, ha capito che il problema è strutturale e non retorico, punterei su di lui.

Il filo che collega tutto

C'è un pattern in queste quattro storie. L'Europa ha operato per decenni sul presupposto che scrivere la regola equivalesse a controllare la realtà. Funzionava quando gli attori principali accettavano le stesse regole del gioco.

Non funziona quando Musk risponde alle multe con un tweet. Non funziona quando la Cina ti vende i pannelli solari che tu hai deciso di usare. Non funziona quando le petroliere russe navigano con bandiere di paesi che esistono appena sulle mappe.

Non è la fine dell'Europa. È un reality check. Il "soft power" normativo si sta scontrando con il "hard power" tecnologico, industriale, logistico. Chi controlla i cavi, le navi e le batterie ha un vantaggio su chi controlla i timbri e i comunicati stampa.

Pierrakakis sembra averlo capito. Vedremo se è l'eccezione che conferma la regola, o l'inizio di qualcosa di diverso.
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