Capisco ma è così

by Rollo


Capisco ma è così

Il dietrofront del Cantone Vallese sulle spese mediche dei feriti di Crans-Montana, la fattura della LaMal da 108mila euro, la reazione di Meloni che parla di richiesta "ignobile", la rassicurazione del lunedì smentita dalla rigidità del venerdì. Tutta la stampa italiana legge la vicenda come uno scontro diplomatico, una questione morale, talvolta anche come un caso di insensibilità burocratica svizzera. È il livello sbagliato perchè il punto vero non è chi pagherà la fattura di Sion, ma perché Italia e Svizzera, dopo quattro mesi di attriti continui sullo stesso dossier, continuano a parlarsi senza capirsi.

Da gennaio in avanti la sequenza è stata sempre la stessa. Il tribunale di Sion scarcera Moretti su cauzione e l'Italia richiama l'ambasciatore., il presidente della Confederazione Parmelin risponde che in Svizzera la politica non interferisce con la giustizia, la procuratrice Pilloud spiega che la decisione non è stata sua ma del tribunale per le misure coercitive, l'ospedale di Sion manda le fatture alle famiglie, il Cantone dice che pagherà, poi il Cantone dice che non può, poi la mutua dice che chiederà i soldi all'Italia. Ad ogni passaggio Roma reagisce con dichiarazioni indignate e Berna risponde con la stessa frase, declinata in mille variazioni: capiamo il dolore, capiamo l'indignazione, capiamo le ragioni, ma le procedure sono queste.

Vivo da ventisei in Svizzera e all'inizio quel "capiamo ma è così" mi sembrava arroganza mascherata da cortesia e da Italiano, credevo che fosse il classico modo nordico di dire no senza dirlo, una specie di muro educato dietro cui si nascondeva una freddezza che chi viene da una cultura mediterranea non riesce a digerire. Ci ho messo anni a capire che mi stavo sbagliando completamente e che quel framework non è arroganza e non è nemmeno freddezza, ma piuttosto architettura. È il funzionamento esplicito di un sistema che ha scelto, da molto tempo, che la prevedibilità della norma vale più della flessibilità del singolo caso e che non puoi avere tutte e due insieme.

Quello che io chiamo lo Swiss framework opera così: ti ascoltano davvero, ti riconoscono le ragioni sinceramente, capiscono il contesto umano con empatia e poi, alla fine, si applica la regola. Non perché gli Svizzeri siano insensibili, ma perché hanno imparato che ogni eccezione, anche se ben motivata, diventa un precedente. Ogni precedente erode la prevedibilità del sistema e la prevedibilità del sistema è il bene pubblico più costoso da costruire e il più facile da distruggere. Quando Mathias Reynard lunedì dice all'ambasciatore che il Cantone si farà carico delle spese e venerdì dice il contrario, la stampa italiana legge un dietrofront ma quello che è successo davvero è che lunedì Reynard ha risposto da politico, valutando la situazione umana, mentre tra lunedì e venerdì qualcuno gli ha mostrato la norma e venerdì ha capito che non aveva margine. Non poteva creare un'eccezione di 108mila euro senza aprire una porta che, una volta aperta, non si sarebbe più potuta chiudere.

Questo è il primo tassello del malinteso, dove l'Italia legge l'inflessibilità svizzera come cinismo amministrativo, mentre la Svizzera vive l'inflessibilità come civismo costituzionale. Sono due interpretazioni opposte dello stesso comportamento e nessuna delle due è disonesta ma sono semplicemente espressioni di sistemi operativi diversi che si scontrano sullo stesso evento.

Il secondo tassello è il rovescio della medaglia. Chiediamoci perché l'Italia reagisce sempre con strumenti politici, ovvero il richiamo dell'ambasciatore, le dichiarazioni della premier, la parola "ignobile" usata in un post su X? Non è solo questione di stile mediterraneo ma che l'Italia, in queste vicende, non ha leva amministrativa e non può influenzare un tribunale svizzero. ne può cambiare le regole della LaMal o imporre al Vallese un comportamento diverso e quindi usa l'unico strumento che ha, che è il registro morale e simbolico. Il richiamo dell'ambasciatore è un atto teatrale in un teatro dove l'altro attore non recita lo stesso copione: in Svizzera l'ambasciatore non ha alcuna influenza su un tribunale cantonale, quindi richiamarlo non produce nessun effetto sul piano della cosa contestata. Produce effetto solo internamente, in Italia, dove un governo deve mostrare al proprio elettorato che lo Stato "sta facendo qualcosa". È funzionale al sistema politico italiano, non è funzionale alla relazione bilaterale e qui sta il paradosso: l'indignazione italiana è uno strumento sostitutivo, una leva surrogata che compensa l'assenza di leve reali, ma più viene usata più erode la credibilità di Roma a Berna, perché agli occhi svizzeri ogni richiamo, ogni dichiarazione, ogni "ignobile" suona come una conferma che l'Italia non rispetta la separazione dei poteri, non ne ha mai assimilato il concetto, tratta i tribunali stranieri come uffici politici.

Specularmente, la cortesia inflessibile svizzera non è una virtù morale, è un adattamento strutturale. In un sistema federale dove non esiste un'autorità centrale che possa decidere politicamente sopra le teste dei cantoni e dove la legalità formale è il collante che tiene insieme una confederazione di realtà linguistiche, religiose ed economiche profondamente diverse, qualunque cedimento normativo è una crepa nel collante. Il "capiamo ma è così" non è freddezza: è la traduzione operativa del principio che il sistema deve funzionare allo stesso modo per tutti, sempre, perché altrimenti non funziona per nessuno. La Svizzera ha pagato per secoli il prezzo della prevedibilità, quella prevedibilità è oggi uno dei suoi asset comparativi più preziosi: nelle banche, nei trattati, nei rapporti commerciali, nelle relazioni di vicinato e finanche nella diplomazia internazionale.

Il caso Crans-Montana porta tutto questo in superficie perché lo shock è grosso. Quarantuno morti, sei italiani, ragazzi feriti gravemente, una tragedia che chiama una risposta umana forte ed è qui che lo scontro diventa visibile nel momento in cui l'Italia chiede un atto di pietà istituzionale e la Svizzera risponde con un atto di rigore istituzionale. Entrambe le risposte sono coerenti con il proprio sistema ed entrambe sono percepite come oltraggio dall'altra parte.

C'è un dato che la stampa italiana sta omettendo ed è cruciale, ovvero Il tavolo bilaterale che probabilmente uscirà da questa vicenda non si baserà sulla pressione politica italiana, non si baserà sull'indignazione di Meloni, non si baserà sul richiamo dell'ambasciatore ma si baserà sul principio di reciprocità che l'ambasciatore Cornado ha invocato citando i due cittadini svizzeri curati per mesi al Niguarda senza addebiti e il volo dell'elicottero della Protezione civile valdostana nelle prime ore. Quello è un argomento che lo Swiss framework può recepire, perché è formulato nel suo linguaggio e non chiede un'eccezione ma chiede una compensazione bilaterale fondata su un principio condiviso. L'Italia, paradossalmente, vincerà questa partita non grazie alla forza dell'indignazione ma malgrado essa, solo perché c'è un funzionario della Farnesina che ha avuto il buon senso di parlare "svizzero" alla Svizzera.

C'è una lezione strutturale che vale ben oltre il caso specifico tra due paesi che condividono ottocento chilometri di confine, settantamila lavoratori frontalieri, un sistema sanitario che si compensa quotidianamente, accordi fiscali che si rinegoziano ogni decennio, tutte cose che sono di fatto un commons transfrontaliero. Un commons funziona solo se le parti hanno una grammatica condivisa per gestirne le tensioni e la grammatica c'è quando va tutto bene: i frontalieri lavorano, i flussi commerciali girano, gli ospedali si scambiano pazienti senza fatture. La grammatica salta quando arriva uno shock, perché lo shock costringe i due sistemi a operare contemporaneamente ed a quel punto la differenza tra "capisco ma è così" e "questa richiesta è ignobile" diventa il vero confine, ben più del Lago Maggiore o del Sempione.

Il vero rischio del caso Crans-Montana non è la fattura di Sion ma piu' clinicamente il fatto che si stia consumando, episodio dopo episodio, la fiducia operativa che permette a un milione di persone di attraversare quotidianamente quel confine senza pensarci. La fiducia non si rompe con un atto eclatante, si erode con la sequenza dei piccoli malintesi non ricomposti ed il malinteso, quando i due lati continuano a parlarsi in due lingue istituzionali diverse senza accorgersene, è destinato a moltiplicarsi.

Ventisei anni di osservazione sul campo mi dicono una cosa che non si legge sui giornali italiani in queste settimane: lo Swiss framework non si combatte, non si convince, non si commuove; si traduce. Chi ha imparato a tradurre ottiene quasi sempre quello che chiede, perché lo Swiss framework è equo ed è equo proprio perché non fa eccezioni. Chi pretende di piegarlo con la forza simbolica perde quasi sempre, anzi in più si fa la fama di essere quello che non capisce le regole del gioco. La domanda che il governo italiano dovrebbe porsi, alla fine di questa lunga settimana, non è se la richiesta svizzera sia "ignobile", ma perché, dopo quattro mesi di attriti, non ha ancora capito che con la Svizzera, su questi temi, l'indignazione è la leva meno efficace del repertorio.

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