Cari marketer, avete notato che il gioco è finito?

by Rollo


Cari marketer, avete notato che il gioco è finito?

Per vent'anni avete inseguito le bizze di un algoritmo. Avete contato backlink come grani di un rosario digitale, avete infilato parole chiave nei meta tag con la precisione di un farmacista, avete sacrificato la leggibilità sull'altare della keyword density. E funzionava, perché stavate ottimizzando per macchine stupide che leggevano segnali superficiali.

Il problema è che quelle macchine stupide stanno sparendo. E con loro, tutto quello che sapevate sulla SEO.

I numeri raccontano una storia che molti preferiscono non vedere. HubSpot, uno dei brand più citati nel digital marketing, ha perso l'80% del traffico organico dopo che Google ha reso gli AI Overviews più prevalenti nel 2025. Non l'80% su una keyword marginale: l'80% complessivo. I loro contenuti informativi, quelli top of funnel costruiti con anni di lavoro certosino sulla SEO tradizionale, vengono ora letti, sintetizzati e serviti direttamente dall'AI senza che nessuno debba mai cliccare sul loro sito. Secondo uno studio di 10Fold Communications su 400 senior marketing executive in Nord America ed Europa, solo l'11% delle aziende B2B ha i propri contenuti pronti per essere scoperti dalle AI. L'89% sta ancora giocando un gioco che non esiste più.

Questa non è una previsione. È già successo.

I sistemi RAG, quelli che alimentano ChatGPT, Perplexity, Claude e gli stessi AI Overviews di Google, non funzionano come i vecchi spider. Non cercano la "pagina migliore" secondo metriche proxy come i backlink: cercano la "risposta migliore" a una domanda specifica. Spezzano la query dell'utente in multiple ricerche, recuperano chunk di contenuto rilevante da fonti diverse, poi sintetizzano una risposta. Il vostro sito potrebbe avere un'authority domain stellare, migliaia di backlink editoriali, un profilo tecnico impeccabile: se il contenuto non è strutturato per essere estratto e citato da un'AI, siete invisibili.

I dati di BrightEdge mostrano che gli AI agents, quelli con nomi come GPTBot, ClaudeBot e Perplexity Bot, rappresentano già il 33% dell'attività di ricerca organica. Non sono spider che indicizzano per dopo: recuperano informazioni in tempo reale per assistere gli utenti nel momento stesso della richiesta. Non renderizzano JavaScript, richiedono alte performance, e hanno bisogno di testo pulito e strutturato. Se il vostro contenuto non è visibile a questi crawler, state diventando invisibili per la prossima generazione di consumatori.

C'è un termine che circola: "The Great Decoupling". Descrive il gap crescente tra impressioni e traffico. Le vostre pagine appaiono, vengono lette dalle AI, il vostro brand viene citato nelle risposte generate, ma nessuno clicca. Le ricerche senza click hanno superato il 70%, con il mobile già oltre il 75%. Secondo Ahrefs, la presenza di un AI Overview riduce il tasso di click fino al 34,5%. Per i siti di news, il dato è ancora più brutale: dal 56% al 69% delle ricerche di notizie non genera alcun click.

Eppure guardate cosa fa la maggior parte dei marketer: continua a ottimizzare per keyword density, continua a costruire backlink, continua a misurare il successo in posizioni SERP. È come se, nel 1998, qualcuno avesse continuato a comprare spazi pubblicitari sulle Pagine Gialle mentre tutti stavano migrando su Yahoo e poi su Google.

Il pattern è familiare a chi ha vissuto altre transizioni tecnologiche. L'ho visto quando il settore creativo ha dovuto fare i conti con l'arrivo di Internet: chi aveva costruito competenze e modelli di business sul vecchio paradigma tendeva a negare o minimizzare il cambiamento, aggrappandosi a metriche che stavano perdendo significato, finché non era troppo tardi per adattarsi. Il meccanismo psicologico è sempre lo stesso: l'investimento cognitivo ed economico nel sistema esistente crea una resistenza strutturale all'evidenza che quel sistema sta diventando obsoleto.

Quello che mi colpisce non è che il paradigma stia cambiando. Quello che mi colpisce è la disconnessione tra consapevolezza dichiarata e comportamento reale. Nello stesso studio di 10Fold, il 35% dei marketer cita la GEO, Generative Engine Optimization, come la propria metrica principale di successo, superando brand awareness (34%) e SEO tradizionale (29%). Dicono di sapere che il gioco è cambiato. Ma l'89% non ha ancora fatto nulla per adattare i propri contenuti.

Questa è la firma caratteristica di un momento di transizione: tutti parlano del cambiamento, pochi lo incorporano nelle operazioni quotidiane. Il gap tra narrativa e azione è il vero segnale da osservare.

C'è un aspetto ironico in tutto questo. Per anni la SEO tradizionale aveva creato incentivi perversi verso contenuto ottimizzato per macchine stupide: keyword stuffing che rendeva il testo illeggibile, meta tag farciti di parole chiave, backlink comprati o scambiati senza alcun valore editoriale. Era diventato un gioco dove vinceva chi ingannava meglio l'algoritmo, non chi produceva contenuto migliore. L'era dell'indicizzazione AI sta capovolgendo questa dinamica. I sistemi RAG premiano esattamente quello che avremmo sempre dovuto fare: scrivere contenuto eccellente per lettori intelligenti, con chiarezza espositiva, profondità analitica, attribuzione onesta delle fonti.

La densità informativa per token conta, perché le AI hanno context window limitate e preferiscono contenuto ad alta concentrazione di valore. Le citazioni inline a fonti autorevoli contano, perché aumentano di 2,3 volte il tasso di citazione da parte delle AI. La freschezza conta, perché il 65% del traffico bot AI punta a contenuti pubblicati nell'ultimo anno. I backlink, invece, mostrano correlazione debole o neutra con la visibilità nei sistemi LLM. Solo il 4,5% delle URL citate dalle AI corrisponde al primo risultato organico su Google.

Per chi ha sempre prodotto contenuto di sostanza reale, questa è una notizia eccellente. Per chi ha costruito la propria strategia su ottimizzazione tecnica per macchine stupide, è un disastro.

E qui arriva il paradosso che dovrebbe togliere il sonno a chi pensa di aver trovato la scorciatoia: usare l'AI per scalare la produzione di contenuti è esattamente la strategia sbagliata nell'era dell'indicizzazione AI. Non perché i sistemi RAG "riconoscano" tecnicamente il testo generato, ma perché premiano strutturalmente ciò che l'AI generica non può produrre: ricerca originale con dati proprietari, esperienza empirica diretta, insight che emergono da prospettive uniche non presenti nei training data, pattern recognition che richiede expertise accumulata in decenni. Se tutti usano AI per produrre contenuto, ottieni un livellamento verso la mediocrità: tutti riciclano gli stessi training data, tutti producono variazioni dello stesso contenuto "medio". I sistemi RAG cercano fonti che aggiungono valore al corpus esistente, non che lo rigurgitano in forme diverse. La corsa a scalare con l'AI produce esattamente il tipo di contenuto che l'indicizzazione AI ignora.

C'è un altro dato che merita attenzione. Secondo la ricerca di BrightEdge, il 34% delle citazioni AI proviene da copertura PR, con un altro 10% dai canali social. Questo significa che il lavoro di reputazione esterna, quello che costruisce menzioni del brand su pubblicazioni autorevoli, influenza direttamente la visibilità AI. La SEO sta diventando inseparabile dal brand marketing e dalla comunicazione integrata. Non è più un silos tecnico che può operare indipendentemente.

La domanda che dovreste farvi non è "come ottimizzo per le AI" ma qualcosa di più fondamentale: "il mio contenuto merita di essere citato come fonte autorevole?" Se la risposta è no, nessuna ottimizzazione tecnica vi salverà. Se la risposta è sì, l'adattamento diventa una questione di struttura e formato, non di sostanza.

Quello che sto osservando nel mercato è una biforcazione netta. Da un lato, marketer che continuano a investire nelle tattiche tradizionali, sperando che il cambiamento sia temporaneo o esagerato. Dall'altro, una minoranza che sta ridisegnando completamente l'approccio: trattando la citazione AI come KPI autonomo, strutturando i contenuti in unità concettuali estraibili di 150 o 200 parole, concentrando gli insight nelle prime 50 parole di ogni sezione, costruendo autorevolezza attraverso ricerca originale e menzioni su più piattaforme.

La seconda categoria sta costruendo un vantaggio competitivo che sarà difficile da recuperare tra due anni. La prima sta ottimizzando per un gioco che non esisterà più.

Non sto dicendo che Google morirà o che la SEO tradizionale scomparirà completamente domani. Google processa ancora 5 trilioni di ricerche all'anno con crescita del 20% annuo. Ma il comportamento degli utenti sta cambiando strutturalmente. ChatGPT è già il quinto sito più visitato al mondo con quasi 5 miliardi di visite mensili. Perplexity è cresciuto di 5 volte in un anno. Siamo nella fase "Early Majority" del ciclo di adozione tecnologica: l'AI ha attraversato il baratro e sta diventando mainstream.

Il parallelo storico più calzante non è con l'arrivo di Google, ma con la transizione dalla carta stampata al digitale. I giornali hanno continuato per anni a misurare il successo in copie vendute mentre il lettore migrava online. Quando si sono accorti che il modello era rotto, avevano perso un decennio di vantaggio competitivo. I marketer che oggi misurano il successo in posizioni SERP mentre il lettore migra verso le risposte AI stanno facendo lo stesso errore.

La buona notizia è che la finestra di adattamento è ancora aperta. L'89% dei vostri competitor non ha ancora fatto nulla. Ma questa finestra si sta chiudendo, perché chi costruisce visibilità AI oggi sta accumulando un vantaggio cumulativo: più citazioni generano più autorevolezza, che genera più citazioni.

La vera domanda non è se state facendo SEO bene. È se state ancora facendo il gioco giusto.

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