Chi paga l'intelligenza artificiale
Martedì 3 novembre gli americani hanno rinnovato il Congresso a metà del secondo mandato di Donald Trump e i democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, con uno dei risultati più squilibrati della storia recente. Il voto che ha spostato i mercati però è arrivato dal Texas, dove Gina Hinojosa, deputata democratica al parlamento statale, ha battuto il governatore uscente Greg Abbott dopo una campagna in cui chiedeva una moratoria immediata sui nuovi data center, cioè i grandi capannoni pieni di server che alimentano l'intelligenza artificiale. Non è un dettaglio locale, perché secondo le stime degli analisti dal Texas dovrebbe arrivare tra un quarto e il 30% della capacità di calcolo che gli Stati Uniti si preparano a costruire.
Mercoledì le borse hanno fatto una scelta più fine di quanto dicessero i titoli dei giornali poiché sono scesi i produttori di energia più esposti ai data center texani, con Vistra in calo del 15,4%, insieme ai fornitori di impianti come GE Vernova, che costruisce turbine e apparati per le reti elettriche e ha perso l'11,5%. Microsoft e Amazon, che gestiscono i due maggiori servizi di cloud al mondo, sono invece salite entrambe del 6% perché gli investitori hanno ragionato che se costruire diventa difficile, i data center già in funzione valgono di più. Chi ha costruito ieri si ritrova con una rendita di scarsità, mentre chi contava di costruire domani paga due volte, prima con il ritardo e poi con il costo del denaro.
Il caso che rende visibile questo meccanismo è arrivato giovedì quando il Financial Times ha scritto che Microsoft ha rinunciato all'opzione per più che raddoppiare il contratto con cui affitta potenza di calcolo da Nscale in un sito di Ward County, nel Texas occidentale. Nscale è una società britannica sostenuta da Nvidia che costruisce data center per poi affittarne la capacità alle grandi aziende tecnologiche e si prepara a quotarsi negli Stati Uniti con una valutazione che potrebbe arrivare a 35 miliardi di dollari. Reuters ha precisato di non poter verificare subito la notizia, quindi conviene prenderla con cautela, anche se i numeri che Nscale ha reso pubblici in vista della quotazione parlano da soli: nel primo semestre del 2026 ha perso circa un miliardo di dollari su 141 milioni di ricavi e dei circa 103 miliardi di contratti dichiarati solo 2,6 risultano già attivi.
Il resto dipende in buona parte dalla volontà dei clienti di esercitare le loro opzioni. Un'opzione è un diritto per chi la possiede e un obbligo per chi la concede, per cui Nscale deve avere terreno ed energia pronti mentre Microsoft può limitarsi ad aspettare. Più cresce l'incertezza politica più vale il diritto di aspettare, così il rischio scivola verso chi ha già impegnato il capitale. Sarebbe però sbagliato leggere la decisione come un effetto del voto, infatti nei mesi scorsi Microsoft aveva già lasciato un accordo da circa 3 miliardi per il campus di Nscale nell'Essex, dopo che i ritardi nell'allacciamento alla rete avevano spinto l'arrivo dell'elettricità agli anni Trenta, mentre in ottobre il Nasdaq-100, l'indice dei cento maggiori titoli tecnologici americani, aveva perso quasi il 6% perché gli investitori dubitavano che la spesa in intelligenza artificiale rendesse abbastanza in fretta. Il voto ha accelerato una dinamica che c'era già.
Fin qui la cronaca, ma guardiamo ora l'interpretazione che circola di più in questi giorni, cioè che i democratici diffidino dell'intelligenza artificiale e vogliano normarla prima di lasciarla crescere, come avrebbero voluto fare con internet. Sulle prime avevo la stessa impressione, poi sono andato a ricontrollare come andò davvero con internet e la storia dice quasi l'opposto.
Nel 1996 Bill Clinton firmò il Telecommunications Act, la grande riforma delle telecomunicazioni americane, che conteneva la Section 230, la norma per cui le piattaforme non rispondono di ciò che pubblicano i loro utenti e senza la quale buona parte del web che conosciamo non sarebbe nata. L'anno dopo la Casa Bianca pubblicò il Framework for Global Electronic Commerce, un documento preparato sotto la guida di Ira Magaziner, consigliere di Clinton, che fissava come principio che fosse il settore privato a guidare e che lo Stato evitasse restrizioni superflue. Il vicepresidente di allora era Al Gore, il politico che più di ogni altro aveva promosso l'idea delle autostrade dell'informazione. L'unico serio tentativo di regolare a monte, cioè le norme del Communications Decency Act contro i contenuti indecenti online, fu cancellato dalla Corte Suprema nel giugno 1997. Le regole rimaste arrivarono dopo, come la legge del 1998 che protegge i dati dei bambini sotto i tredici anni, ma colpivano danni precisi su una tecnologia che era già entrata nelle case.
Il partito che oggi frena è quindi lo stesso che trent'anni fa aprì le porte senza chiedere quasi nulla in cambio, inoltre la diffidenza attuale non ha colore. Contro i data center si sono trovati d'accordo Steve Bannon, già stratega di Trump, insieme a Bernie Sanders, il senatore indipendente del Vermont che a marzo ha proposto con la deputata Alexandria Ocasio-Cortez una moratoria federale sui nuovi impianti, mentre un sondaggio di NBC di settembre indicava che il 69% degli americani si opporrebbe a un nuovo data center nella propria comunità. Un'ideologia non raccoglie consensi così larghi su entrambi i lati.
Quello che è cambiato è la sequenza con cui costi e benefici arrivano nelle case. Internet entrò come beneficio immediato e misurabile, perché la posta elettronica costava meno di un francobollo e confrontare prezzi o prenotare un viaggio faceva risparmiare soldi veri. I costi, dai giornali in crisi ai dati personali ceduti senza accorgersene, arrivarono anni dopo e si distribuirono in modo così diffuso che nessuno li sentì sulla propria pelle tutti insieme. Con l'intelligenza artificiale l'ordine si è rovesciato e il primo contatto con questa tecnologia, per molte famiglie americane, è stato la bolletta elettrica o il capannone senza finestre comparso ai margini del paese. Il beneficio arriva invece come un servizio comodo e spesso gratuito, usato ogni giorno da centinaia di milioni di persone, che però non pesa sul bilancio familiare proprio perché non costa nulla. Internet faceva risparmiare denaro a chi lo usava, mentre l'intelligenza artificiale per ora fa risparmiare tempo a chi lavora e posti di lavoro a chi assume.
Per onestà va detto che il legame tra data center e bollette è meno lineare di come lo raccontano gli spot elettorali, infatti gli economisti sentiti da FactCheck.org, il sito di verifica dei fatti dell'Università della Pennsylvania, spiegano che nella rete elettrica che va dall'Illinois al New Jersey i data center stanno contribuendo ai rincari, mentre a livello nazionale le prove restano discordanti. Il capannone è un parafulmine perfetto perché si vede e si può indicare con il dito, mentre il resto del rincaro non ha un indirizzo. Anche Trump aveva colto il problema e il 21 ottobre aveva scritto che per sua decisione i data center erano obbligati a produrre la propria elettricità, ma quell'impegno è volontario e nessuno ne controlla il rispetto. Il voto di martedì non è stato dunque contro una tecnologia, ma contro una ripartizione, ovvero contro l'idea che chi incassa e chi paga siano persone diverse.
Questo aiuta a capire cosa succederà davvero. Una legge federale che fermi i cantieri è improbabile, perché Trump ha il potere di veto e molti democratici non vogliono passare per quelli che hanno rallentato la crescita lasciando terreno alla Cina. La partita vera si gioca negli Stati e nei comuni, dove si rilasciano i permessi: martedì gli elettori di 38 giurisdizioni locali hanno votato su misure per rinviare, vietare o condizionare i data center, molte delle quali sono passate, mentre Goldman Sachs si aspetta che i governatori democratici di Texas, Georgia e Michigan impongano moratorie condizionate in attesa di leggi più severe. Lo stesso Abbott del resto ad agosto aveva congelato i nuovi allacciamenti alla rete, dopo che le richieste dei data center avevano superato di cinque volte il picco storico di consumo dello Stato.
Il risultato più probabile non è uno stop ma un rincaro. La capacità si sposterà verso gli Stati più accoglienti mentre i progetti costeranno di più, dato che dovranno pagarsi l'energia e compensare le comunità che li ospitano, con tempi che inevitabilmente si allungheranno. Ogni regola che alza il costo di costruire protegge chi ha già costruito, per cui la moratoria chiesta dagli elettori contro i giganti della tecnologia rischia di diventare il fossato che li difende dai concorrenti. È il destino frequente delle regolazioni nate dalla rabbia, che colpiscono chi vuole entrare assai più di chi è già dentro.
L'Europa ha un problema diverso e per certi versi più serio. L'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, è entrato in vigore nell'agosto 2024 dopo essere stato scritto in un continente che non aveva un'industria di quella scala da regolare. A luglio di quest'anno l'Unione ha rinviato dall'agosto 2026 al dicembre 2027 gli obblighi per i sistemi ad alto rischio, anche perché le norme tecniche che dovevano spiegare come rispettarli non erano pronte. Un regolatore che rimanda le proprie regole perché non ha finito di scrivere come applicarle dice molto sul rapporto tra la norma e la cosa normata. Se regoli una tecnologia che non produci, la regolazione diventa l'unica politica industriale che hai e non sostieni lo sviluppo perché non c'è nulla di tuo da sostenere. La Svizzera nel febbraio 2025 ha scelto un'altra strada, cioè ratificare la convenzione del Consiglio d'Europa sull'intelligenza artificiale e continuare a regolare settore per settore, dalla sanità ai trasporti, senza una legge generale sul modello di Bruxelles. Questo le lascia margini di manovra ma non le dà un'industria.
Messe una accanto all'altra, le due sponde dell'Atlantico litigano su cose diverse. In America si discute di chi paga l'intelligenza artificiale, in Europa di come regolare un'intelligenza artificiale che pagano e possiedono altri.
Ne discendono due errori da evitare. Chi investe non dovrebbe leggere il voto come un rifiuto della tecnologia, perché finirebbe per vendere le cose sbagliate: a soffrire sono i costruttori e i fornitori di energia, non chi possiede già la capacità. Chi governa in Europa non dovrebbe leggere la rivolta americana come una conferma del proprio approccio, perché gli americani protestano sul prezzo di qualcosa che è loro, mentre noi stiamo ancora decidendo come disciplinare qualcosa che non abbiamo.
Nscale intanto deve trovare un altro cliente per il suo sito texano, in uno Stato che da gennaio avrà una governatrice eletta per rallentare proprio quel genere di cantiere.