Dichiarare la proprietà non costa niente

by Rollo


Dichiarare la proprietà non costa niente

Negli ultimi anni tre banche centrali europee si sono trovate davanti allo stesso problema, ovvero una parte consistente del proprio oro custodita nel caveau di un altro Stato proprio mentre quello Stato diventava meno prevedibile e le soluzioni che hanno scelto dicono parecchio di più dei comunicati che le hanno accompagnate.

La Bundesbank ha spostato il metallo e il programma si è chiuso nel 2017 con 674 tonnellate riportate a Francoforte, 300 da New York e 374 da Parigi, per una spesa intorno ai sette milioni di euro. A New York ne restano oltre 1.200, circa il 36 per cento di riserve che arrivano a 3.378 tonnellate. All'inizio di quest'anno il presidente Joachim Nagel ha respinto chi chiedeva di riportare a casa anche quelle, argomentando che laggiù i lingotti godono di uno status legale speciale e che gli Stati Uniti, se li toccassero, colpirebbero per prima la propria credibilità.

La Banque de France ha fatto una cosa meno vistosa. Infatti fra luglio 2025 e gennaio 2026 ha tolto 129 tonnellate dalla Fed di New York vendendole sul posto per comprare in Europa lingotti equivalenti, quindi nessun lingotto ha attraversato l'Atlantico. L'ha presentata come un adeguamento agli standard qualitativi delle riserve e la plusvalenza ha superato gli 11 miliardi, dato che negli Stati Uniti il metallo quotava con un sovrapprezzo legato ai dazi. Il risultato è che oggi l'oro francese sta tutto in Francia.

Gli olandesi stanno in mezzo. Nel 2026 la loro banca centrale ha riallocato 86 tonnellate uscite dal Nord America, oltre 78 delle quali sono passate da New York a Londra, citando apertamente il disordine geopolitico come motivo. Anche lì una parte è stata venduta in America e ricomprata altrove.

Il caveau di Liberty Street, per inciso, è scavato a circa ventiquattro metri sotto la strada e poggia direttamente sulla roccia di Manhattan, l'unico basamento capace di reggerne il peso. Chi sposta i lingotti fra le celle porta protezioni in magnesio sulle scarpe, che è un dettaglio inutile ai fini del discorso ma rende bene quanto sia fisica una cosa di cui a Roma si parla come di un'intestazione catastale.

L'Italia ha preso la strada che non richiede di spostare niente. Nella legge di bilancio 2026 è entrato un emendamento con prima firma del senatore Lucio Malan che nella versione del 20 novembre 2025 attribuiva le riserve allo Stato in nome del popolo italiano. La Banca centrale europea ha chiesto chiarimenti prima e il ritiro poi, quindi il testo è stato riformulato due volte e a dicembre la commissione Bilancio del Senato lo ha approvato con una premessa che recita "Fermo restando quanto previsto dagli articoli 123, 127 e 130 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea", seguita dalla formula secondo cui le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia "appartengono al Popolo Italiano".

Nelle cronache che ho letto quella premessa compare di rado, eppure decide tutto. L'articolo 130 vieta alle banche centrali nazionali di sollecitare o accettare istruzioni dai governi, quindi la norma assegna la proprietà lasciando la decisione esattamente dov'era prima. Banca d'Italia intanto ha confermato di non aver trasferito nulla e negli Stati Uniti restano 1.061 tonnellate, il 43,29 per cento di riserve che valgono 289,2 miliardi di euro, mentre in Italia ne sta il 44,86 per cento e il resto è diviso fra Svizzera e Regno Unito.

Berlino ha speso sette milioni per portarsi a casa il metallo e Parigi ha incassato oltre undici miliardi senza muoverne un grammo. L'emendamento italiano non è costato niente, che poi è il suo limite.

La differenza fra Parigi e Berlino dice come funziona il controllo di un asset, che si misura sulla capacità di convertirlo quando serve al prezzo fatto da qualcuno che non ti deve niente, molto più che sul luogo dove l'asset si trova. La Banque de France ha dimostrato di poter vendere il proprio oro dove valeva di più, che è il genere di prova di cui una controparte si fida.

Un lingotto in una cassaforte romana si può fotografare, certo, ma uno vendibile in poche ore sulla piazza dove si forma il prezzo si può usare. I due oggetti hanno profili di rischio opposti anche se pesano uguale, ma nel dibattito finiscono confusi perché soltanto il primo viene bene in foto.

La difesa di Via Nazionale sta tutta dalla parte dell'uso, perché dice che la distribuzione riflette i luoghi dove l'oro fu comprato insieme a una scelta di diversificazione e poi aggiunge che tenerlo nelle principali piazze finanziarie ne permette un utilizzo più rapido in caso di necessità, risparmiando costi e tempi di trasporto. L'argomento regge. Regge però anche quello opposto, visto che dal 2022 sappiamo che le riserve di una banca centrale si possono congelare per decisione politica del paese che le ospita. I dati della Fed registrano un calo del 2 per cento dell'oro estero in custodia fra la fine del 2024 e l'aprile 2026, mentre la Reserve Bank of India ha portato la quota detenuta fuori dal paese dal 55 per cento del marzo 2023 al 22 per cento del marzo di quest'anno.

Chi decide sceglie quale dei due rischi correre, dato che eliminarli entrambi non si può. Dichiarare non ne sposta nessuno, eppure è l'unica cosa che l'Italia abbia fatto.

Sotto un mio commento su LinkedIn qualcuno ha obiettato che un governo italiano che tentasse la manovra francese cadrebbe in poche settimane, perché basterebbe il preavviso. Ha individuato il meccanismo giusto attribuendolo al soggetto sbagliato. L'oro sta nel bilancio di Banca d'Italia e per l'articolo 130 il governo non può darle istruzioni, quindi Roma quell'operazione non la può eseguire. Può soltanto chiederla ad alta voce, che è il momento in cui nasce il costo. L'emendamento sulla proprietà è passato nonostante la BCE ne avesse chiesto il ritiro e nessuno è caduto, perché era un atto dichiarativo. Parigi ha spostato 129 tonnellate mentre i suoi governi cadevano sulla legge di bilancio e anche lì nessuno è caduto per l'oro, perché nessuno l'aveva presentato come un gesto di sovranità. Il prezzo lo paga l'annuncio, dato che trasforma un'operazione tecnica in un segnale che i titoli di Stato scontano molto prima della maggioranza parlamentare.

Chi ha agito lo sapeva e ha taciuto.

Per un'impresa l'oro è soltanto l'esempio più pesante di una confusione che si vede ogni giorno. Un valore iscritto a bilancio che non ha mai incontrato una controparte indipendente somiglia molto all'emendamento, perché regge benissimo nella relazione ai soci e sparisce il giorno in cui arriva la stretta. La domanda utile è chi lo comprerebbe nella settimana in cui serve e a quale prezzo. Vale anche per le delibere che si aprono con un fermo restando, le quali quasi sempre stanno dicendo chi continuerà a decidere. Domani scrivo di come questa confusione viene proposta alle piccole imprese italiane con strumenti legittimi, usati proprio nel punto in cui diventano pericolosi.

Da qui ai prossimi mesi guarderei due cose. La nota integrativa del bilancio di Banca d'Italia dirà se la ripartizione è rimasta ferma o se si è mossa in silenzio come a Parigi. Poi c'è il differenziale fra il prezzo del metallo a New York e quello a Londra, dato che finché resta aperto il rimpatrio fatto vendendo continua a pagare e qualcuno incassa la differenza mentre a Roma si discute di intestazioni.