Giocano tutti con lo stesso fiammifero
C'è una cosa che la cronaca di questi giorni non sta dicendo chiaramente, non per malafede, ma perché il meccanismo è scomodo da guardare in faccia.
Lo Stretto di Hormuz era già bloccato dall'Iran. Da settimane. Trump ha aggiunto un blockade americano sopra quello iraniano. Il risultato matematico è che ora ci sono due interdizioni sovrapposte sullo stesso passaggio, e il petrolio non transita.
Questo non è un conflitto militare ma piuttosto un meccanismo di selezione geopolitica. L'Iran ha già costruito un sistema di accesso selettivo: passano Cina, Russia, India, Pakistan ma non passano le navi legate agli USA e ai loro alleati. Trump ha risposto bloccando chiunque abbia pagato un pedaggio a Teheran. La NATO non partecipa e Starmer ha detto esplicitamente che non si fa trascinare in guerra, mentre la Spagna ha dichiarato che il Medio Oriente non è territorio NATO.
Siamo quindi qui: il 20% del petrolio mondiale non transita, il barile è tornato sopra i 100 dollari e l'unica cosa che circola velocemente sono le narrative politiche. E sono tante. C'è quella della terza guerra mondiale. Quella del "ecco, dovevamo pensarci prima alle alternative energetiche." Quella pro-nucleare e quella anti-nucleare. Quella del sovranismo energetico. Ognuno trova in questa crisi la conferma esatta di quello che pensava già prima.
Il meccanismo però non cambia al cambiare della narrativa. Il mondo ha costruito per ottant'anni un sistema energetico con un collo di bottiglia lungo trentatré chilometri. Lo sapevano tutti. I paper militari, le analisi geopolitiche, i risk assessment delle grandi compagnie energetiche: Hormuz compariva sempre, come rischio teorico, come scenario da manuale, ma nonostante questo risposta implicita è sempre stata la stessa: ci pensiamo quando serve.
Adesso serve e la risposta rapida non esiste, non perché manchino le idee, ma perché la transizione energetica si misura in decenni di infrastrutture, non in settimane di crisi. Le rinnovabili che esistono oggi non sostituiscono quel volume in nessun orizzonte temporale politicamente rilevante ed il nucleare civile richiede quindici anni dal permesso alla produzione. Il gas liquefatto ha rotte alternative ma non la capacità di assorbire quello shock.
Quindi la domanda "a chi giova" diventa inevitabile. La risposta non è di quelle che piace: a chi non dipende da quel passaggio. La Russia, che esporta attraverso il Baltico e il Pacifico, incassa ogni barile a prezzo doppio senza aver mosso un dito. Chi produce in casa vede il proprio petrolio rivalutarsi, chi ha firmato accordi bilaterali con Teheran nelle ultime settimane compra a prezzi preferenziali, mentre il resto del mondo paga il premio di scarsità . L'Europa e gran parte dell'Asia pagano il conto senza avere voce in capitolo.
Non sto dicendo che tutto va male. Sto dicendo che chiunque ti venda una soluzione a questa crisi entro sei mesi ti sta mentendo e capire questo vale più di qualsiasi ricetta politica che circola in questi giorni. La crisi non ha rivelato un problema nuovo. ma ha solo reso visibile una fragilità che esisteva già , che era documentata e che non è stata affrontata perché affrontarla costava e il rischio sembrava astratto. E' chiaro che non lo era.
Le decisioni che contano adesso non le prendono i governi sullo stretto ma Le prendono quelli che devono pianificare a cinque anni, sapendo che questo scenario non era imprevedibile e non sarà l'ultimo. C'è una lezione di comunicazione in tutto questo, ed è scomoda quanto il resto.
Prima di aprire bocca in una crisi, devi sapere con precisione cosa vuoi che l'altro faccia. Non genericamente. Esattamente. Trump non lo sa — annuncia un blockade totale e il giorno dopo CENTCOM lo ridimensiona mentre il messaggio è ancora in aria. La NATO sa cosa non vuole ma non sa cosa vuole. Starmer è onesto: dice chiaramente che non si fa trascinare, e almeno quello è un posizionamento.
L'Iran, senza chiamarla così, ha costruito la comunicazione più coerente di tutti. Messaggio semplice, ripetuto, con un'azione concreta dietro: se stai dalla mia parte, passi. Se non ci stai, non passi. L'interlocutore sa esattamente cosa deve fare per cambiare il proprio status.
Chi lavora nella comunicazione sa che questa è la domanda fondamentale prima di qualsiasi crisi: cosa voglio che l'altro faccia, esattamente, quando finisce di leggere o ascoltare quello che sto per dire? Se non hai la risposta, stai producendo rumore. E in questo momento, di rumore ce n'è già abbastanza.
C'è una lezione di comunicazione in tutto questo ed è scomoda quanto il resto. Prima di aprire bocca in una crisi, devi sapere con precisione cosa vuoi che l'altro faccia. Non genericamente, esattamente. Trump non lo sa, tanto che annuncia un blockade totale e il giorno dopo CENTCOM lo ridimensiona mentre il messaggio è ancora in aria. La NATO sa cosa non vuole ma non sa cosa vuole e Starmer è onesto: dice chiaramente che non si fa trascinare e almeno quello è un posizionamento.
L'Iran, senza chiamarla così, ha costruito la comunicazione più coerente di tutti. Messaggio semplice, ripetuto, con un'azione concreta dietro: se stai dalla mia parte, passi, se non ci stai, non passi e qui l'interlocutore sa esattamente cosa deve fare per cambiare il proprio status.
Chi lavora nella comunicazione sa che questa è la domanda fondamentale prima di qualsiasi crisi: cosa voglio che l'altro faccia, esattamente, quando finisce di leggere o ascoltare quello che sto per dire? Se non hai la risposta, stai producendo rumore. E in questo momento, di rumore, ce n'è già abbastanza.
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