Habemus government:

by Rollo


Habemus government:

La Regione di Bruxelles Capitale ha formato un governo dopo 613 giorni di stallo. Seicentotredici giorni in cui la sede della Commissione Europea, quella che invia raccomandazioni vincolanti ai paesi membri sulla disciplina di bilancio, non è riuscita a produrre una maggioranza per governare 1,2 milioni di persone. Il dettaglio che chiude il cerchio: l'accordo è arrivato giovedì sera grazie a quella che la stampa belga definisce con eleganza "contabilità creativa", una revisione dei numeri che ha fatto evaporare 250 milioni di deficit rendendo improvvisamente raggiungibile un bilancio in pareggio entro il 2029. La stessa Bruxelles che pretende rigore contabile dal Portogallo all'Italia ha risolto il proprio stallo con un colpo di spugna sui conti.

La scena merita di essere raccontata per intero. Quando i negoziatori dei sette partiti sono emersi dall'University Foundation dopo tre giorni di clausura, un membro dello staff si è presentato vestito da cardinale, ha proclamato "habemus government", ha issato la bandiera della Regione e ha rilasciato fumo bianco con una bomba fumogena. Georges-Louis Bouchez, presidente del Mouvement Réformateur che aveva convocato il conclave, è uscito annunciando la fumata bianca su X. L'opposizione fiamminga dell'N-VA, esclusa dall'accordo, ha ribattezzato la coalizione "la coalizione di venerdì 13", destinata alla sfortuna fin dalla nascita. Mathias Vanden Borre ha commentato che gli stessi partiti che hanno portato Bruxelles sull'orlo della bancarotta ora promettono di salvarla. A volte la realtà produce una commedia che nessun sceneggiatore oserebbe proporre.

Il meccanismo che ha prodotto 613 giorni di paralisi è un caso da manuale di progettazione istituzionale difettosa. La Regione di Bruxelles Capitale richiede una doppia maggioranza: ogni governo deve ottenere la maggioranza sia nel gruppo linguistico francofono sia in quello neerlandofono del parlamento regionale. Due gruppi con partiti diversi, culture politiche diverse, priorità diverse, ognuno dotato di potere di veto sull'altro. Il sistema è stato progettato nel 1989 per proteggere la minoranza fiamminga di Bruxelles, ma ha prodotto esattamente quello che ogni studente di teoria dei giochi potrebbe prevedere: quando distribuisci poteri di blocco senza meccanismi di sblocco, non ottieni equilibrio, ottieni stallo. È lo stesso principio che paralizza il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, con la differenza che alle Nazioni Unite almeno nessuno finge che il sistema funzioni.

Il Partito Socialista francofono rifiutava di lavorare con la Nuova Alleanza Fiamminga. Il partito liberale fiammingo Anders insisteva che l'N-VA dovesse far parte di qualsiasi coalizione. Due veti incrociati, nessun meccanismo di composizione. Per venti mesi la regione è andata avanti in regime di gestione ordinaria, con il governo uscente di Rudi Vervoort che amministrava senza poteri reali mentre i ministri continuavano a percepire stipendi pieni. Nel frattempo Belfius, la banca statale, ritirava nel novembre 2024 la linea di credito da 500 milioni di euro citando il deterioramento dell'affidabilità creditizia e l'assenza prolungata di un governo regionale. Standard & Poor's manteneva un outlook negativo. Le organizzazioni non governative chiudevano programmi, i progetti di investimento venivano congelati, la regione chiedeva fondi di emergenza all'Unione Europea per completare la riqualificazione di piazza Schuman, proprio il cuore del quartiere delle istituzioni europee.

Ed è qui che il paradosso diventa strutturale. Perché nonostante tutto questo, Bruxelles ha continuato a funzionare. I trasporti pubblici operavano, le scuole aprivano, i servizi essenziali procedevano. Esattamente come era successo tra il 2010 e il 2011, quando il Belgio stabilì il record mondiale Guinness per il paese più a lungo senza governo federale: 541 giorni, battendo l'Iraq. All'epoca un consigliere del mediatore reale raccontò che "negli anni sessanta il popolo era agitato ma la politica era serena; oggi la politica è agitata ma il popolo resta sereno". I belgi avevano reagito con birre celebrative e un movimento di protesta che chiedeva ai cittadini di non radersi finché non si fosse formato un governo. Il paese non solo sopravvisse, ma gestì la presidenza di turno dell'Unione Europea durante il secondo semestre del 2010 senza particolari intoppi.

Questo fatto viene solitamente raccontato come aneddoto divertente sulla bizzarria belga, e in effetti la tentazione di concludere che "il governo non serve" è forte. Ma sarebbe una lettura superficiale. Perché Bruxelles non è sopravvissuta indenne: ha semplicemente consumato capitale accumulato senza rimpiazzarlo. Médecins du Monde ha dimezzato il budget di uno dei suoi progetti principali nella capitale e un programma partner ha dovuto chiudere le operazioni, come ha denunciato il direttore Federico Dessi. Le organizzazioni culturali hanno visto congelare i sussidi. I progetti infrastrutturali sono stati sospesi. La riqualificazione di piazza Schuman è rimasta ferma mentre la regione chiedeva fondi di emergenza a Bruxelles, cioè all'Unione Europea ospitata negli edifici che circondano quella stessa piazza. Tutto questo non è resilienza: è manutenzione differita che si accumula esattamente come il debito tecnico in un sistema informatico. Niente si rompe oggi, ma il degrado è cumulativo e il conto arriverà violentemente nei prossimi anni. Il punto, quindi, non è se il governo regionale sia necessario, ma se la sua architettura attuale produca più governance o più rendita posizionale per chi lo occupa.

La coalizione appena formata ne è una dimostrazione involontaria. Sette partiti, tre francofoni e quattro fiamminghi, che insieme controllano 55 dei 89 seggi del parlamento regionale. Sette partiti per governare una regione di 1,2 milioni di persone. L'accordo prevede il pareggio di bilancio entro il 2029 su un deficit superiore al miliardo di euro con un bilancio di quasi otto miliardi, la fusione di alcune amministrazioni, un commissario regionale antidroga, dieci milioni l'anno per la sicurezza nelle stazioni di Bruxelles Midi e Bruxelles Nord, una riduzione dell'uno per cento dell'imposta sul reddito, la conferma del piano di mobilità Good Move e della zona a basse emissioni, seppure con nuovi nomi. Come ha notato Frédéric De Gucht di Anders, Bruxelles avrà finalmente "il vero governo di riforma di cui ha bisogno". I precedenti suggeriscono cautela su questa promessa.

Il primo ministro federale Bart De Wever, il cui partito N-VA è stato escluso dalla coalizione su pressione del Partito Socialista, si è detto "un po' scettico" sulla capacità della nuova maggioranza di rimettere in ordine i conti. Ha aggiunto che una legge del 1989 impedisce al governo federale di intervenire nelle questioni di bilancio regionali, altrimenti lo avrebbe già fatto. È la stessa persona che pochi giorni prima aveva dichiarato alla televisione pubblica francofona: "Ovunque vada nel mondo, in Europa, tutti me lo chiedono e dicono: che diavolo di casino è questo?". Ha ragione, naturalmente. Ma il casino non è un incidente: è il prodotto prevedibile di un'architettura istituzionale che distribuisce il potere di blocco senza distribuire la responsabilità delle conseguenze.

E questa è la lezione che va oltre il Belgio. Bruxelles non è un caso isolato di folklore politico; è un laboratorio a cielo aperto del principio per cui i sistemi complessi non falliscono nonostante il loro design, ma a causa del loro design. Il requisito della doppia maggioranza linguistica non è una caratteristica accessoria del sistema belga: è il sistema. Produce esattamente gli incentivi che ci si aspetterebbe: ogni partito massimizza il proprio potere di veto perché il costo dello stallo viene esternalizzato sui cittadini mentre i benefici del blocco, in termini di posizionamento negoziale, restano interni ai partiti. È quello che in economia comportamentale si chiama azzardo morale istituzionalizzato: quando chi decide non paga le conseguenze delle proprie non decisioni, la non decisione diventa la strategia razionale dominante.

Il Belgio detiene tre record mondiali di stallo governativo: 541 giorni a livello federale nel 2010, 652 giorni nel 2018 dopo la caduta del governo Michel, e ora 613 giorni a livello regionale a Bruxelles. Non è sfortuna. Non è la famosa "complessità belga" che i commentatori invocano con un sorriso indulgente. È un sistema che funziona esattamente come è stato progettato, producendo esattamente i risultati che la sua architettura rende inevitabili. Il fatto che ogni volta la soluzione arrivi per esaurimento, quando il costo dello stallo diventa finalmente superiore al beneficio del blocco, conferma il meccanismo: non è la buona volontà che produce accordi, è il punto di rottura finanziario. Belfius che ritira mezzo miliardo di linea di credito è più efficace di qualsiasi mediatore reale.

Nel frattempo, negli uffici della Commissione Europea a pochi isolati dal parlamento regionale, i funzionari continuano a redigere raccomandazioni sulla governance economica dei paesi membri, a monitorare i parametri di Maastricht, a inviare avvertimenti formali agli stati che sforano i limiti di deficit. Il Fondo Monetario Internazionale, nella sua consultazione del dicembre 2025, ha stimato che il deficit pubblico belga raggiungerà il 5,5% del PIL nel 2026 senza interventi aggiuntivi, il peggior risultato dell'intera zona euro. E la soluzione trovata a Bruxelles passa per una revisione contabile che fa sparire un quarto di miliardo.

L'ironia non richiede commento. Ma forse richiede una riflessione più sobria di quanto il paradosso superficiale suggerisca. Bruxelles non ha dimostrato che si può vivere senza governo. Ha dimostrato che il costo dell'assenza di governo è lento, invisibile e cumulativo: esattamente il tipo di costo che i sistemi politici sono strutturalmente incapaci di percepire in tempo, perché chi paga il prezzo dello stallo non è chi lo produce. In questo senso, la capitale d'Europa ha offerto a tutti i paesi membri una lezione magistrale. Solo che la lezione non è quella che i suoi protagonisti avrebbero voluto impartire.

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