Il 26 dicembre ed il conto della performance

by Rollo


Il 26 dicembre ed il conto della performance

Ieri eravamo tutti al meglio. Sorrisi calibrati, pazienza infinita con lo zio che ripete la stessa storia per la terza volta, complimenti sinceri sul pandoro della cognata. Conversazioni navigate con la grazia di diplomatici consumati. Ventiquattro ore di performance sociale impeccabile.

Oggi è un altro pianeta.

Chi ieri era un modello di tolleranza, stamattina sbotta per il rumore del cucchiaino nel caffè. Chi aveva energie inesauribili per intrattenere nipoti, ora fissa il muro con lo sguardo di chi ha combattuto una guerra. La casa che ieri sembrava accogliente, oggi opprime. E quella domanda sottile che aleggia: ma davvero dobbiamo rivederci tutti a Capodanno?

Non è cinismo. È fisica dei sistemi umani.

La finzione istituzionalizzata del Boxing Day

Nel Regno Unito, il 26 dicembre ha un nome che racconta una storia interessante. Il Boxing Day nasce come giorno in cui i padroni di casa davano ai servitori le "Christmas boxes", scatole con gli avanzi del pranzo natalizio e qualche piccola mancia. Generosità a basso costo. Gli avanzi di ieri impacchettati come dono di oggi.

C'era qualcosa di straordinariamente onesto in quella ipocrisia dichiarata. I vittoriani avevano istituzionalizzato il giorno dopo come momento della carità residuale. Quello che non serviva più a noi, diventava regalo per voi. La performance della generosità, senza il costo vero della generosità.

La tradizione si è evoluta, oggi è soprattutto il giorno dello shopping compulsivo e delle partite di calcio. Ma il meccanismo sottostante rimane visibile a chi sa guardare. Il 26 dicembre è sempre stato il giorno in cui la finzione del 25 trova il suo contrappeso. I vittoriani lo sapevano e ci avevano costruito sopra un rituale. Noi abbiamo perso il rituale ma non il meccanismo.

Da un lato dell'oceano, avanzi impacchettati come generosità. Dall'altro, famiglie che scoprono di non sopportarsi più. Stessa dinamica, forme diverse. Il giorno dopo il Natale rivela sempre qualcosa che il Natale stesso doveva nascondere.

Lo stesso copione in teatri diversi

Ho visto questo pattern in contesti che sembrano non avere nulla in comune.

Una coppia, sposata dopo mesi di preparativi frenetici. Cerimonia perfetta, ricevimento memorabile, luna di miele da cartolina. Poi il primo lunedì da sposati. Lei piange senza motivo apparente. Lui si chiede se ha fatto la scelta giusta. Nessuno dei due capisce cosa stia succedendo, pensano che qualcosa sia rotto nel matrimonio appena iniziato. Non lo è. Stanno solo pagando il conto.

Un team di startup, dopo diciotto mesi di lavoro forsennato per il lancio. Prodotto fuori, stampa entusiasta, metriche che salgono. La settimana successiva, il fondatore mi chiama. "Non capisco, dovremmo essere euforici. Invece il team è a pezzi, due persone chiave stanno pensando di andarsene, io non riesco ad alzarmi dal letto." Gli ho detto che era tutto normale. Non mi ha creduto finché non gliel'ho mostrato su altri dieci casi identici.

Un dirigente, finalmente in pensione dopo quarant'anni. I primi giorni, l'euforia della libertà. Poi il primo lunedì senza agenda. Il telefono che non suona. La mattina che si allunga senza struttura. Mi ha confessato che non si era mai sentito così perso, nemmeno quando aveva dovuto licenziare metà dell'azienda. La performance del ruolo professionale era finita, e con essa l'identità che aveva costruito per quattro decenni.

Un politico dopo la campagna elettorale, vinta o persa non importa. Mesi di strette di mano, sorrisi per le telecamere, messaggi ripetuti fino alla nausea. Il giorno dopo il voto, il vuoto. Ho visto vincitori più depressi degli sconfitti, perché almeno gli sconfitti avevano una narrativa chiara: abbiamo perso. I vincitori dovevano continuare a performare la gioia mentre il serbatoio era a zero.

Pattern identico, contesti completamente diversi. Il copione non cambia, cambiano solo i costumi e lo scenario.

Il meccanismo sotto la superficie

La spiegazione è più semplice di quanto sembri, una volta che la vedi.

Ogni performance sociale o professionale intensa consuma risorse. Non metaforicamente, proprio fisiologicamente. L'autocontrollo è un serbatoio che si svuota. La cortesia prolungata richiede soppressione continua di impulsi naturali. Il sorriso mantenuto per ore attiva muscoli che poi reclamano riposo. Il cervello che monitora costantemente cosa dire e cosa non dire, come apparire, quali segnali mandare, brucia glucosio come un maratoneta.

Finché la performance dura, il sistema regge. Adrenalina, senso del dovere, pressione sociale, aspettative da non deludere: tutto contribuisce a tenere insieme la facciata. Ma quando finisce, quando la pressione esterna si allenta, il sistema cerca il ritorno all'equilibrio.

E il ritorno all'equilibrio non è mai elegante.

È lo zio che finalmente dice cosa pensa davvero del lavoro del nipote. È la coppia che litiga furiosamente per chi doveva portare giù la spazzatura. È il fondatore che si chiede se ne valeva la pena. È il pensionato che scopre di non sapere chi è senza il proprio ruolo. È il vincitore delle elezioni che si sveglia alle tre di notte chiedendosi perché non è felice.

Non sono fallimenti. Sono il conto che arriva.

Quando confondiamo il conto con il problema

Quello che trovo interessante è come sistematicamente confondiamo il conto con il problema.

La coppia del primo lunedì pensa che il matrimonio sia un errore. Il team post-lancio pensa che la cultura aziendale sia tossica. Il pensionato pensa di aver sprecato la vita. La famiglia del 26 dicembre pensa che forse è meglio vedersi meno. Il politico vincitore pensa di non essere tagliato per il ruolo che ha appena conquistato.

A volte queste conclusioni sono corrette. Ma spesso sono solo l'interpretazione sbagliata di un fenomeno fisiologico. Scambiamo l'esaurimento temporaneo per verità permanente. Prendiamo decisioni definitive in momenti di minima lucidità. Trasformiamo uno stato transitorio in giudizio definitivo.

Ho visto matrimoni finire perché nessuno ha spiegato alla coppia che la prima settimana è sempre strana. Ho visto persone chiave lasciare aziende nel momento peggiore, convinte che il malessere post-lancio fosse segnale di incompatibilità profonda. Ho visto famiglie spaccarsi per discussioni iniziate il 26 dicembre, quando tutti erano al minimo delle risorse emotive. Ho visto carriere politiche naufragare perché qualcuno ha detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato, a serbatoio vuoto.

Il pattern si ripete perché nessuno lo insegna. Nessuno ci prepara al fatto che il giorno dopo sarà diverso, e che quella differenza non significa nulla di permanente.

Cosa rivelano le maschere che cadono

C'è un'altra dimensione che il 26 dicembre mostra con chiarezza, a chi sa osservare.

Le maschere che cadono rivelano informazione genuina. Non tutta, e non sempre affidabile, ma genuina. Quello che lo zio dice oggi, senza più l'energia per filtrare, è probabilmente più vicino a cosa pensa davvero rispetto ai convenevoli di ieri. La tensione che emerge tra fratelli, ora che la pressione della performance natalizia si è allentata, rivela fratture che esistevano già. L'irritazione che esplode per il cucchiaino nel caffè racconta di insofferenze accumulate per mesi.

Il giorno dopo non crea problemi. Li rivela.

E qui sta il valore nascosto di questi momenti scomodi. Se sai leggerli, ti dicono dove sono le crepe vere. Quale relazione regge solo grazie allo sforzo continuo. Quale ruolo professionale ti costa più di quanto renda. Quale aspettativa sociale stai mantenendo senza più crederci. Quale matrimonio sopravvive per inerzia. Quale amicizia è diventata obbligo.

Informazione costosa da ottenere in altri modi. Il 26 dicembre te la regala, se hai occhi per vederla. I vittoriani, con il loro Boxing Day, avevano intuito qualcosa: il giorno dopo è il giorno della verità impacchettata. Avanzi, sì, ma avanzi rivelatori.

Attraversare il pattern, non subirlo

Non ho prescrizioni su cosa fare con tutto questo. Dipende troppo dal contesto specifico, dalle persone coinvolte, dalla storia che portano con sé.

Ma c'è un principio che ho visto funzionare in modo consistente: riconoscere il pattern mentre accade cambia come lo attraversi. Sapere che il malessere del giorno dopo è fisiologico, non esistenziale, permette di non prendere decisioni definitive in momenti di minima lucidità. Aspettare che il serbatoio si riempia prima di trarre conclusioni. Dare a sé stessi e agli altri il permesso di essere meno brillanti per un po'.

Significa anche saper leggere l'informazione che emerge quando le difese sono abbassate, senza reagire immediatamente. Registrare, annotare mentalmente, elaborare dopo. Quella tensione con tuo fratello: vera o solo stanchezza? Lo scoprirai tra qualche giorno, quando entrambi avrete recuperato. Quella voglia di mandare tutto all'aria: segnale autentico o serbatoio vuoto? Aspetta prima di decidere.

E forse, la prossima volta, calibrare la performance in modo che il conto sia sostenibile. Perché il conto arriva sempre. L'unica variabile è quanto sarà salato.

I vittoriani impacchettavano gli avanzi e li chiamavano generosità. Noi possiamo fare di meglio: riconoscere il giorno dopo per quello che è, e attraversarlo senza farci troppi danni.

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