Il buco fra l'urgenza e la regola

Domenica la Neue Zürcher Zeitung ha messo in fila due notizie che da sole sembrano di routine. La prima è che quest'inverno, per la prima volta dal 2022, alla Svizzera potrebbe davvero mancare elettricità, perché le scorte di gas in Europa sono basse e i bacini idroelettrici anche. La seconda è che la nuova centrale di riserva, un banco prova per turbine a gas di Ansaldo Energia a Birr, nel canton Argovia, con una potenza di 250 megawatt, sarà pronta soltanto dal 31 gennaio. Fino ad allora manca all'appello la potenza di un grande impianto, cioè proprio lo strumento pensato per i mesi in cui il Paese importa corrente perché la propria produzione non basta.
La risposta ufficiale del DATEC, il dipartimento federale che si occupa di ambiente, trasporti, energia e comunicazioni, è che la fase davvero critica va da febbraio ad aprile, quando i bacini si svuotano. In media è vero, tuttavia quest'anno i mercati temono un novembre gelido con riserve già scarse, per cui la scommessa sulla finestra di fine inverno vale meno del solito, ma il calendario è il dettaglio meno interessante di questa storia e vale la pena tornare indietro di quattro anni per capire da dove viene il buco.
Nel 2022, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, l'Europa perse buona parte del gas russo mentre metà del parco nucleare francese restava fermo per manutenzioni e corrosioni. La Svizzera, che d'inverno dipende dalle importazioni, si trovò esposta ed il Consiglio federale reagì con il diritto d'urgenza a seguito del quale in pochi mesi General Electric installò sul proprio piazzale di Birr otto turbine mobili per circa 250 megawatt, con un muro antirumore alto venti metri davanti alle case e un costo complessivo stimato in 470 milioni di franchi. A capo del dipartimento c'era Simonetta Sommaruga, socialista, ministra dell'energia fino alla fine del 2022. Il permesso d'esercizio arrivò a dicembre e valeva fino al 31 maggio 2023 e la centrale non fu mai accesa.
Nel febbraio 2024 il Tribunale amministrativo federale diede ragione a un'abitante di Birr, sostenuta dal movimento Klimastreik, stabilendo che il Consiglio federale non era legittimato a emanare l'ordinanza d'esercizio, dato che una grave penuria non era stata dimostrata. La sentenza era definitiva e un anno dopo la Commissione della gestione del Consiglio nazionale rimproverò al governo di aver motivato la decisione con poca trasparenza, notando che appena una settimana dopo aver respinto le opposizioni l'Ufficio federale dell'energia annunciava che con ogni probabilità Birr non sarebbe servita.
Qui sta il primo meccanismo, che vale ben oltre l'energia e cioè uno strumento d'emergenza che viene giudicato dopo, alla luce della crisi che non c'è stata, laddove la crisi non c'è stata anche perché lo strumento esisteva. Ogni assicurazione che funziona sembra uno spreco a posteriori e qui il regime d'urgenza compra velocità al prezzo di una legittimità fragile, mentre il regime ordinario ha tutta la legittimità che serve ma non sa muoversi a quella velocità.
Il passaggio al regime ordinario era stato pianificato con cura. I contratti delle tre riserve termiche di Birr, Cornaux e Monthey, 336 megawatt in tutto, scadevano alla fine della primavera 2026. L'Ufficio federale dell'energia lanciò la gara per i successori già nel luglio 2023, quasi tre anni prima, con un obiettivo di 400 megawatt indicato dalla ElCom, la Commissione federale dell'energia elettrica che sorveglia il mercato e nessuno può dire che la continuità sia stata dimenticata.
La gara però fu abbandonata perché le offerte costavano troppo. Le offerte riviste arrivarono a febbraio 2025 e a maggio il DATEC assegnò cinque progetti per 583 megawatt complessivi, che entreranno in servizio fra il 2027 e il 2030 e a quel punto il buco era aritmetico. Serviva un ponte e nel luglio 2025 Albert Rösti, il consigliere federale dell'UDC che guida il DATEC dal 2023, firmò con Ansaldo per riconvertire il banco prova di Birr, con un credito aggiuntivo di 275 milioni di franchi fino al 2030. Il ponte arriva il 31 gennaio; la vecchia centrale, nata per ordinanza d'urgenza con una data di smantellamento scritta fin dall'inizio e con il governo argoviese contrario a farla funzionare oltre il 2026, non si poteva semplicemente tenere accesa.
Se si ripercorre la catena, ogni passaggio sta in piedi. Il tribunale ha applicato la legge e l'ufficio federale ha rifiutato prezzi che giudicava eccessivi, mentre il cantone ha tutelato i residenti e il governo ha rispettato la scadenza che si era dato. Nessuno ha violato una norma, eppure il risultato è esattamente la scopertura che la riserva doveva impedire, perché nessuna di quelle norme obbligava qualcuno a garantire che il nuovo fosse operativo prima che il vecchio scadesse. La sovrapposizione era affidata al calendario, cioè alla speranza che le procedure finissero in tempo.
Il buco ha la larghezza precisa della differenza fra due velocità. Con il diritto d'urgenza una capacità di 250 megawatt è comparsa in pochi mesi e con il diritto ordinario la stessa capacità richiede gara, trattativa, credito parlamentare, autorizzazioni e lavori di adeguamento, ovvero quattro anni. Il sistema del 2022 aveva compresso il tempo sospendendo le regole, quello del 2026 lo ha restituito tutto insieme.
Chi ha guidato un'organizzazione fuori da una crisi conosce bene questo momento. Durante l'emergenza si decide in fretta e si accettano scorciatoie, poi arriva la fase in cui qualcuno deve rendere conto di quelle scorciatoie e la reazione naturale è tornare ai processi con zelo. È giusto farlo ma solitamente il problema è che i processi ripristinati non ereditano il margine che l'emergenza aveva creato, per cui l'organizzazione si ritrova più corretta e più scoperta nello stesso momento.
C'è poi un secondo elemento, meno visibile del ritardo e secondo me più serio. La vecchia Birr poteva girare anche a olio combustibile e nell'ordine di chiamata della ElCom compariva proprio così. La nuova, che quest'inverno diventa la riserva principale del Paese, funziona soltanto a gas naturale. Ma una copertura contro la penuria elettrica europea che dipende dal gas è legata allo stesso rischio che dovrebbe coprire, dato che lo scenario peggiore per la Svizzera è proprio un inverno in cui il gas scarseggia in tutto il continente. Non a caso la stessa NZZ ricorda che in una crisi europea grave e prolungata l'utilità delle centrali di riserva è comunque discussa. Si è sostituito un impianto con un altro di potenza simile, ma si è cambiata la natura della protezione e questo non compare in nessuna tabella dei megawatt.
Da qui alcune cose da non fare. La prima è leggere il buco come incompetenza e chiedere teste, perché il prossimo governo davanti alla prossima crisi tornerebbe al diritto d'urgenza per non farsi trovare scoperto e un altro tribunale gli darebbe torto a crisi passata, ricominciando lo stesso giro. La seconda è pensare a una riserva come a una scorta, quando in realtà è una catena di contratti con date di inizio e di fine e una catena si rompe sempre agli anelli di giunzione. La terza è contare i megawatt senza chiedersi da quale combustibile dipendono, dato che una riserva che condivide la fonte di rischio del sistema principale vale meno di quanto dica la sua potenza.
La lezione di progettazione è semplice da enunciare e scomoda da applicare. Se la continuità conta, la sovrapposizione fra il vecchio e il nuovo va scritta come vincolo, con il successore sotto contratto prima che si fissi la scadenza del predecessore e con un margine di tempo pagato in anticipo, mentre lasciarla al buon esito delle procedure significa scommettere che tutto vada liscio proprio nel settore in cui ci si assicura contro le cose che non vanno lisce. Fino al 31 gennaio la sicurezza elettrica svizzera poggia su un inverno mite e un inverno mite non è una norma.