Il guardalinee che gioca

Il 22 agosto del 2025 il governo degli Stati Uniti diventava il primo azionista di Intel, quasi il dieci per cento del capitale comprato convertendo in azioni i sussidi che l'amministrazione precedente aveva promesso e mai versato. Due mesi prima aveva ottenuto una golden share perpetua in US Steel, con diritto di veto sulla chiusura degli stabilimenti e a settembre quel veto lo ha usato davvero, per bloccare la chiusura dell'impianto di Granite City. Nel frattempo il Pentagono era salito al quindici per cento di MP Materials, l'unico produttore americano di terre rare, garantendo un prezzo minimo al chilo e impegnandosi a comprare per dieci anni tutti i magneti che sarebbero usciti dalla nuova fabbrica.
Tre operazioni diverse, un solo movimento. Il paese che per settant'anni ha predicato al mondo il mercato che si autoregola è entrato nel capitale delle sue imprese strategiche, ne detta la governance e quando serve, ne garantisce persino i ricavi. Non come salvataggio d'emergenza, alla maniera del 2008, ma a economia in salute e in tempo di pace, in pratica, per stare in tema mondiali di calcio, il guardalinee è sceso in campo e ha smesso di fingere di guardare solo le linee.
La lettura che circola sui giornali è quella dell'ideologia: Trump statalista, la sinistra che applaude o denuncia a seconda della convenienza... È una lettura che a mio avviso non spiega niente, perché lo stesso movimento attraversa schieramenti che non si parlano. I sussidi che Trump ha convertito in azioni li aveva stanziati Biden col CHIPS Act e dall'altra parte dell'Atlantico la dottrina economica dell'Unione, quella che un ministro francese ha definito senza imbarazzo il nuovo vangelo di Bruxelles, è esattamente il rapporto Draghi: politica industriale attiva, aiuti di Stato, contratti per differenza, appalti orientati, ottocento miliardi l'anno di investimento invocati come condizione di sopravvivenza. Von der Leyen, popolare e Draghi, tecnocrate, dicono con parole opposte la stessa cosa che dice Trump. Quando la destra sovranista, il centro liberale e la tecnocrazia europea convergono sullo stesso gesto, quel gesto non più è ideologia ma diventa struttura.
Karl Polanyi lo aveva scritto nel 1944, in un libro che allora sembrava una stranezza e oggi somiglia a un referto. Il mercato che si autoregola non è mai stato uno stato di natura da cui il potere pubblico si ritira ma è un artefatto, qualcosa che va costruito e tenuto in piedi con la forza dello Stato. La sua formula era brutale nella sua semplicità, il laissez-faire fu pianificato e non esiste il mercato libero da un lato e l'intervento dall'altro, esiste solo un continuo rientro della società dentro l'economia ogni volta che l'economia minaccia di divorarla. Polanyi lo chiamava doppio movimento, qualcosa in cui l'espansione del mercato genera sempre, per reazione, la spinta a proteggersi. Negli anni Trenta la spinta veniva dalla società che chiedeva riparo dalla disoccupazione, oggi viene dallo Stato che chiede riparo dalla competizione geopolitica. La forma cambia, il meccanismo no.
C'è un equivoco storico da smontare ed è quello che fa leggere il fenomeno come tradimento invece che come ritorno. Gli Stati Uniti non stanno abbandonando la loro tradizione di mercato, stanno tornando alla loro tradizione vera visto che il paese è nato protezionista, con Hamilton che nel 1791 chiedeva dazi e sussidi per far crescere le manifatture contro la potenza industriale britannica, ha passato l'Ottocento dietro tariffe altissime e ancora durante la Depressione la Reconstruction Finance Corporation deteneva partecipazioni in metà delle banche del paese. Il laissez-faire americano, quello esportato come principio eterno, è in realtà una parentesi che comincia dopo il 1945 e finisce sotto i nostri occhi. Non stiamo assistendo alla fine di una regola, ma alla fine di un'eccezione lunga una vita d'uomo, scambiata per regola perché quasi nessuno di noi ha vissuto abbastanza da vedere cosa c'era prima.
Qualcuno potrebbe osservare che il motore è filosofico, ma invece è competitivo. La Cina non ha mai smesso di essere un'economia-giocatore, coi suoi sussidi e i suoi campioni nazionali, col controllo verticale delle filiere e soprattutto col dominio quasi totale sulle terre rare, che nel 2023 arrivavano per il settanta per cento da Pechino. Quando un avversario gioca come attaccante e tu insisti a fare il guardalinee, perdi. Il Pentagono che compra terre rare e ne garantisce il prezzo non sta obbedendo a una teoria, sta imitando la mossa cinese perché la mossa cinese funziona ed è qui il punto che a mio avviso quasi nessuno mette a fuoco, perché costringe ad abbandonare la contabilità facilmente giustificabile dello Stato che cresce o si ritira. Lo Stato non cresce ovunque e non si ritira ovunque, ma piuttosto si riconcentra, entrando dove la posta è strategica, nei chip e nei minerali, nell'energia e nella difesa, nel calcolo, mentre può contemporaneamente arretrare dove la posta strategica non lo è.
Vale la pena guardare gli strumenti, perché rivelano quanto il rientro sia raffinato e non rozzo. La partecipazione azionaria in Intel è la forma più visibile, ma è anche la più blanda, una quota passiva senza posto in consiglio. La golden share in US Steel è più sottile, controllo senza proprietà, il diritto di dire no alle decisioni che contano senza dover mettere il capitale. Il prezzo minimo garantito sulle terre rare, con l'impegno a comprare l'intera produzione, è ancora un'altra cosa, la domanda pubblica che sostituisce il segnale di mercato quando il mercato da solo non produce quello che serve. E poi c'è la forma più nuova di tutte, la licenza, il potere di accendere e spegnere un flusso come quando a giugno Washington ha spento nel mondo due modelli di un'azienda americana, Anthropic, con una direttiva di export, ha mostrato che il perimetro dello Stato-giocatore include ormai oggetti che una dogana non ha mai maneggiato.
Il caso che sembra smentire tutto è l'Argentina di Milei, che dal dicembre 2023 taglia lo Stato con la motosega, privatizza le imprese pubbliche e riduce i ministeri da diciotto a otto. Ma guardato da vicino il contro-esempio si rovescia: la crescita che Milei rivendica, intorno al quattro per cento, viene quasi tutta da agricoltura, energia e miniere, cioè dalle materie prime che le economie-giocatrici stanno facendo a gara per assicurarsi. L'Argentina non è fuori dal gioco, è la fornitrice che si deregola per servire meglio chi il gioco lo conduce e la stessa amministrazione Trump che a casa propria maneggia la retorica della motosega, fuori casa compra azioni di aziende strategiche. Non è una contraddizione da risolvere moralmente, è la struttura che si vede a occhio nudo in cui semplicemente si toglie il vincolo dove la competizione non conta, si mette lo Stato dove conta.
Un limite onesto all'analogia va detto, perché la storia illumina ma non ricalca. Il mercantilismo di Hamilton controllava merci e dazi, cose visibili che passano una frontiera. Il controllo che si sta costruendo oggi ha per oggetto il calcolo, i modelli di AI, i pesi di una rete neurale, i flussi di dati, materia che nessuna dogana del Settecento avrebbe saputo dove mettere le mani. La forma è antica, il terreno è nuovo e questo dovrebbe raffreddare chi crede di sapere già come va a finire solo perché ha letto la storia delle tariffe.
Per chi deve decidere, dentro un'impresa o dentro un patrimonio, la trappola non è schierarsi pro o contro lo Stato che rientra, discussione da salotto che non produce nulla. La trappola è continuare a leggere il mondo con la mappa dei quarant'anni appena passati, quella in cui lo Stato era un costo da minimizzare, non un socio possibile, un cliente garantito o un azionista che un giorno bussa. Chi ha costruito la propria posizione dando per scontato che il campo restasse sgombro si troverà esposto quando l'arbitro, che ormai gioca, deciderà in quale squadra mettersi. Il mercato autoregolato non torna, perché non se n'era mai andato davvero; era solo il nome che avevamo dato a un arbitro che, per una stagione insolitamente lunga, aveva scelto di restare fermo a bordo campo.
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