Il keynesismo che non osa dire il suo nome

C'è un esperimento mentale che vale la pena fare. Immaginatevi di proporre nel 2012, al culmine dell'austerità europea, uno stimolo fiscale coordinato da 800 miliardi di euro per rilanciare la domanda aggregata, creare posti di lavoro nell'industria manifatturiera e ridare fiato alle economie stagnanti del continente. La risposta della Commissione, della Bundesbank e di mezzo establishment economico europeo sarebbe stata uniforme: impossibile, irresponsabile, contrario ai Trattati. Lo spread avrebbe impazzito. La Troika avrebbe convocato riunioni d'emergenza.
Oggi quegli stessi 800 miliardi esistono. Si chiamano ReArm Europe e nessuno li considera eterodossi. Il Patto di stabilità viene aggirato con una clausola di salvaguardia. Il debito comune si emette senza scandalo. I fondi di coesione, pensati per ridurre le disuguaglianze territoriali, vengono dirottati verso l'industria militare. La differenza non sta nelle cifre, non sta nella struttura finanziaria e non sta nell'impatto macroeconomico. Sta esclusivamente nell'etichetta politica con cui la spesa pubblica viene confezionata.
Questo è il meccanismo che vale la pena analizzare, perché è molto più antico e molto più rivelatore di quanto la discussione corrente lasci intendere.
Il deficit spending militare ha una caratteristica che nessun'altra forma di stimolo fiscale possiede: bypassa completamente il filtro ideologico che blocca qualsiasi altra proposta di spesa pubblica. Non è welfare, quindi non alimenta la "cultura della dipendenza". Non è redistribuzione, quindi non viola la sacralità della proprietà privata. Non è assistenzialismo, quindi non premia chi non se lo merita secondo la logica meritocratica dominante. È sicurezza nazionale, che per definizione trascende la politica ordinaria e si colloca in uno spazio dove il dibattito economico viene sospeso.
Roosevelt con il New Deal dovette combattere ogni singola misura contro resistenze feroci da parte delle élite economiche e di una Corte Suprema inizialmente ostile. Eisenhower, che pure nel suo discorso d'addio aveva avvertito del pericolo del "complesso militare-industriale", non riuscì a contenere quella stessa macchina perché nessun senatore vuole spiegare ai propri elettori perché vota contro la difesa nazionale. La spesa militare è la versione del keynesismo che non richiede di ammettere di fare keynesismo.
Il paradosso europeo contemporaneo è cristallino se si guarda ai fatti senza la mediazione delle narrazioni ufficiali. Per salvare la Grecia nel 2010-2015 e mantenere in piedi il tessuto sociale di un paese membro, l'Unione europea ritenne impossibile derogare ai vincoli dei Trattati. Si impose l'austerità , la Troika monitorò ogni centesimo, la disoccupazione giovanile greca arrivò al 60%. Oggi, per finanziare carri armati e sistemi d'arma, quegli stessi vincoli si sospendono con un comunicato stampa. La domanda che non viene quasi mai formulata pubblicamente è: perché le regole sono elastiche per le armi e rigide per le persone?
La risposta non è cinica, è strutturale. Il riarmo offre qualcosa che le riforme del welfare e gli investimenti sociali non offrono: un "loro" che giustifica la spesa senza richiedere un dibattito sui valori. Quando si propone di aumentare le pensioni minime o di investire nella sanità pubblica, la domanda politica inevitabile è: chi paga, chi beneficia, è giusto? Sono domande che aprono conflitti redistributivi reali, perché toccano interessi consolidati. Quando si propone di acquistare sistemi missilistici perché la Russia minaccia il fianco est, o perché l'Iran destabilizza i mercati energetici, la domanda politica scompare. Rimane solo la risposta.
Questo meccanismo non è nuovo. È esattamente quello che John Kenneth Galbraith chiamava "lo stato della guerra permanente": la scoperta da parte delle democrazie capitaliste mature che la spesa militare è il solo tipo di intervento pubblico su scala che riesce a superare le resistenze ideologiche delle classi proprietarie. Non perché i militari abbiano più potere politico degli insegnanti o degli infermieri, ma perché la minaccia esterna è il solo frame narrativo che trasforma la spesa pubblica da redistributiva a difensiva.
Il problema è che il meccanismo funziona solo parzialmente come sostituto di riforme strutturali, e produce effetti collaterali che si scaricano sistematicamente sulle stesse persone che non avrebbero mai visto quelle risorse comunque. L'analisi dell'ISPI è precisa: se si volessero raggiungere i target di spesa del piano ReArm Europe, la Francia e la Polonia supererebbero il 6% di deficit, mentre Italia e Spagna arriverebbero al 4. Una condizione che non può durare. Quando la pressione finanziaria diventerà insostenibile, la leva sarà fiscale o verranno tagliate le voci di spesa pubblica esistenti. In entrambi i casi, il conto arriverà dove arriva sempre: sui servizi, sui trasferimenti, sulle pensioni.
C'è poi una dimensione che la discussione economica trascura quasi completamente: la struttura di chi beneficia. Il Kiel Institute stima una crescita potenziale del PIL europeo tra lo 0,9% e l'1,5% annuo se la spesa per la difesa raggiungesse il 3,5% del PIL. È uno stimolo reale. Ma la distribuzione di quel beneficio non è neutra. Rheinmetall, Leonardo, Thales, Airbus Defence: sono queste le aziende che assorbono la quota maggiore delle commesse. Sono aziende quotate con azionisti istituzionali. Creano occupazione qualificata, certamente, ma in settori altamente specializzati che non assorbono la manodopera in eccesso dei territori deindustrializzati dove la domanda di stimolo fiscale è più urgente.
L'Italia è un caso che illustra la contraddizione con particolare nitidezza. La spesa militare deve passare da 33 miliardi a circa 70 miliardi di euro, dal 1,54% al 3% del PIL. Nel frattempo il deficit italiano è già al 3,4% e il paese è ancora sotto procedura di infrazione. La premier Meloni ha già escluso l'uso pieno della clausola di salvaguardia, puntando su meccanismi di finanziamento europei. Il risultato pratico è che l'Italia contribuirà politicamente alla narrativa del riarmo senza avere né i margini fiscali per finanziarla interamente né la base industriale militare per catturarne i benefici principali, che andranno in larga parte a Germania e Francia.
Questo non significa che le ragioni di sicurezza siano fittizie o che il contesto geopolitico attuale non giustifichi un aumento delle capacità difensive europee. Significa che il keynesismo militare, come qualsiasi strumento di politica economica, produce vincitori e perdenti che raramente corrispondono a chi ne viene presentato come beneficiario. I lavoratori dell'Europa meridionale con servizi pubblici in deterioramento progressivo non stanno finanziando la loro sicurezza: stanno finanziando i margini operativi di un settore industriale che non li riguarda direttamente e che non risponde alla domanda aggregata depressa nei loro territori.
La domanda che vale la pena tenere aperta non è se spendere in difesa sia giusto o sbagliato. È perché questo sia l'unico tipo di spesa pubblica su scala che le democrazie europee contemporanee riescono a deliberare senza paralizzarsi nel conflitto distributivo. La risposta dice qualcosa di importante su dove risiede davvero il potere di veto nelle nostre economie politiche, e su quali narrazioni hanno ancora la capacità di sospendere il dibattito che invece sarebbe necessario.
Il "loro" esterno è uno strumento di governance interna. È sempre stato così. La novità europea del 2026 è che lo strumento è diventato abbastanza grande da ridisegnare la struttura industriale del continente, scaricandone i costi su chi non vedrà mai la fattura in modo diretto, ma la pagherà comunque.
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