Il meccanismo dietro l'operazione Epic Fury

by Rollo


Il meccanismo dietro l'operazione Epic Fury

Il 27 febbraio 2026 il ministro degli esteri dell'Oman annuncia un "breakthrough" nei negoziati nucleari con l'Iran: Teheran avrebbe accettato di non accumulare uranio arricchito e di sottoporsi a verifiche complete dell'IAEA. Ventiquattr'ore dopo, alle 7 del mattino ora locale del 28 febbraio, missili americani e israeliani colpiscono Teheran, Isfahan, Qom, Tabriz e altre sei città iraniane. La residenza di Khamenei viene distrutta. Il leader supremo viene ucciso insieme alla figlia, al genero e a un nipote. I media di stato iraniani ne confermano la morte nella notte tra il 28 febbraio e il primo marzo. È il primo capo di stato iraniano assassinato dal 1896, quando Naser al-Din Shah venne pugnalato da un anarchico. Questa sequenza temporale, l'accordo che arriva il giorno prima dei missili, è la chiave per capire cosa sta realmente accadendo. Non nei comunicati ufficiali, ma nella struttura degli incentivi che li ha prodotti.

L'operazione ha due nomi: "Epic Fury" per il Pentagono, "Roaring Lion" per Israele. Non è un dettaglio estetico. È il segnale di due agende distinte che convergono sullo stesso bersaglio per ragioni profondamente diverse. Gli Stati Uniti hanno colpito infrastrutture militari, impianti missilistici, installazioni navali; ciò che il segretario alla difesa Pete Hegseth ha definito "la più letale, complessa e precisa operazione aerea della storia". Israele ha colpito la leadership: Khamenei, il segretario del Consiglio di difesa Ali Shamkhani, il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour, il ministro della difesa Aziz Nasirzadeh e almeno altri quattro alti funzionari, eliminati secondo le forze armate israeliane in tre riunioni separate colpite simultaneamente. La divisione del lavoro è chirurgica e racconta due obiettivi differenti: Washington degrada le capacità, Gerusalemme decapita il comando.

Per Israele la logica è diretta e, nella sua cornice di riferimento, razionale. L'Iran ha finanziato Hezbollah, Hamas e gli Houthi per decenni. Il programma nucleare, nonostante i bombardamenti dell'operazione Midnight Hammer nel giugno 2025 che avevano distrutto gli impianti di arricchimento di Fordow e Natanz, restava un'ombra permanente. Netanyahu lo aveva detto a Trump a febbraio, come riporta Axios: è impossibile fare un buon accordo con l'Iran e anche se lo facessi non lo rispetterebbe. Per il primo ministro israeliano qualsiasi negoziato è una concessione di tempo a un nemico esistenziale. La questione non è mai stata se colpire, ma quando. E il momento in cui un accordo diplomatico stava per cristallizzarsi era paradossalmente il momento peggiore dal punto di vista israeliano: un Iran legittimato dalla comunità internazionale attraverso un trattato verificabile sarebbe stato più pericoloso, non meno, perché avrebbe goduto di protezione diplomatica mentre ricostruiva le proprie capacità al riparo dello scudo negoziale.

Per gli Stati Uniti il calcolo è diverso e più sfumato, ma converge sullo stesso risultato. Trump ha annunciato l'attacco su Truth Social alle 2:30 del mattino, senza conferenza stampa, senza briefing pubblico al Congresso, con una semplice notifica al Gang of Eight poco prima del lancio. Il video di otto minuti si conclude con un messaggio diretto agli iraniani: "Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo." È il linguaggio del regime change, non della denuclearizzazione. Ma c'è un problema: le infrastrutture nucleari chiave erano già state distrutte nove mesi prima. Il CSIS nota che i bersagli di questa seconda ondata includono sedi amministrative, strutture di ricerca a doppio uso, il quartier generale dell'agenzia atomica iraniana. Non è un attacco al programma nucleare; è un attacco al regime. E la differenza tra le due cose è enorme, perché implica un obiettivo che nessun bombardamento aereo nella storia ha mai raggiunto da solo.

Qui emerge il pattern che chi ha vissuto l'Iraq del 2003 e la Libia del 2011 riconosce immediatamente. Lo Stimson Center, a poche ore dall'attacco, scrive che "gli attacchi aerei da soli non possono rovesciare un governo, e l'Iran del 2026 emergerà probabilmente malconcio ma non distrutto; un esempio costoso di hybris americana e dei limiti della potenza aerea". L'Atlantic Council aggiunge che "il pericolo maggiore potrebbe essere una campagna prolungata che non produce cambiamento interno drammatico e manca di un meccanismo di conclusione chiaramente definito". È esattamente quello che accadde in Iraq: la fase militare fu un successo spettacolare, la fase successiva un disastro ventennale. Ottanta milioni di iraniani, un'identità nazionale millenaria, una classe media istruita e un apparato di sicurezza capillare non sono un problema risolvibile con i missili. Nessuno nell'amministrazione Trump ha presentato pubblicamente un piano per il giorno dopo. Nessuno ha spiegato chi dovrebbe governare un Iran post-Khamenei. Trump stesso, interrogato dalla NBC su chi potrebbe sostituire il leader supremo, ha risposto: "Non lo so, ma prima o poi mi chiameranno per chiedermi chi vorrei."

Quello che nessuno sta analizzando a sufficienza è la dinamica della ritorsione e il suo significato strutturale per il futuro della regione. Nelle prime ventiquattr'ore l'Iran ha colpito non solo Israele, con un missile che ha ucciso nove persone a Beit Shemesh e sirene su tutta l'area di Gerusalemme, ma anche Dubai, Doha, Abu Dhabi, il Kuwait, il Bahrain e la Giordania. L'aeroporto internazionale Zayed è stato attaccato con un drone che ha ucciso un civile e ferito sette persone. Il Burj Al Arab ha subito un impatto sulla facciata esterna. Il porto di Jebel Ali, uno dei più grandi del mondo, ha preso fuoco. L'aeroporto internazionale del Kuwait è stato colpito. Le scuole degli Emirati sono passate alla didattica a distanza. Oltre 1.400 voli sono stati cancellati in tutta la regione.

Questo schema di ritorsione non è casuale e non è irrazionale: è teoria dei giochi applicata in tempo reale. L'Iran sa di non poter vincere un confronto militare convenzionale con Stati Uniti e Israele. Ma può cambiare radicalmente il calcolo costi-benefici per i loro alleati regionali. Se ospitare una base americana significa che il giorno dopo un missile colpisce il tuo aeroporto internazionale, l'hotel simbolo della tua economia turistica e il porto da cui passa il tuo commercio, il prezzo dell'alleanza diventa improvvisamente concreto e visibile. Non per i governi, che conoscevano il rischio, ma per le popolazioni e le élite economiche che fino a ieri consideravano la presenza militare americana un'assicurazione gratuita. La scoperta che quell'assicurazione ha una franchigia enorme potrebbe riscrivere le alleanze nel Golfo più di qualsiasi vertice diplomatico. Il Qatar ha condannato l'attacco iraniano come "violazione flagrante della sovranità nazionale" e si è riservato il diritto di risposta; ma la domanda vera, quella che si pongono i consigli di amministrazione di ogni grande azienda con sede a Dubai, è un'altra: quanto vale la protezione americana se il prezzo è diventare bersaglio dell'Iran?

Lo Stretto di Hormuz è l'altro meccanismo che opera silenziosamente sotto la superficie. La prima petroliera è già stata attaccata, secondo fonti omanite citate da Euronews. Il 20 per cento del petrolio mondiale transita da quel corridoio largo 33 chilometri. L'Iran non ha bisogno di vincere la guerra; gli basta poter paralizzare il commercio energetico globale per settimane. È un leverage asimmetrico che nessun bombardamento può eliminare, perché dipende dalla geografia, non dalla tecnologia. E ogni giorno in cui lo Stretto resta sotto minaccia, il prezzo del petrolio sale e l'economia mondiale paga il conto di un conflitto che i suoi promotori presentano come una soluzione.

Se questo schema si conferma (e il precedente storico suggerisce che si confermerà) nelle prossime settimane dovremmo osservare tre dinamiche: frammentazione interna iraniana senza una leadership chiara capace di negoziare la resa che Washington vorrebbe; escalation delle milizie proxy in Iraq, Yemen, Libano e Siria invece della smobilitazione che il Pentagono si aspetta; instabilità regionale crescente alimentata dalla scoperta, da parte degli stati del Golfo, che la loro alleanza con gli Stati Uniti ha un costo che non avevano mai dovuto pagare prima. Il consiglio di sicurezza temporaneo annunciato da Ali Larijani a Teheran, con l'avvertimento che qualsiasi "gruppo secessionista" che tenti di approfittare della situazione affronterà una risposta dura, è il primo segnale che il regime non sta collassando ma si sta ricompattando attorno al nazionalismo ferito. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato Khamenei martire e ha promesso vendetta. I Pasdaran hanno annunciato "l'offensiva più feroce della storia". Sono le stesse parole che si sentirono dopo Soleimani nel 2020, ma con una differenza strutturale: allora il regime era intatto, oggi è decapitato. La domanda è se la decapitazione produrrà disintegrazione o radicalizzazione. La storia, dall'Iraq alla Libia, dalla Cecenia all'Afghanistan, indica che la seconda opzione è quasi sempre quella che si materializza.

L'Europa intanto si frattura lungo le linee prevedibili. La Norvegia ha detto che l'attacco viola il diritto internazionale. Il Canada appoggia Washington. La Francia avverte di "gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionale". L'Italia, a tre settimane dal referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, si trova a dover scegliere un posizionamento in un contesto che cambia i parametri di qualsiasi calcolo politico interno. Il Festival di Sanremo ha chiuso la sua finale con il pubblico dell'Ariston che gridava "Pace, pace" al rientro dal telegiornale, mentre Sal Da Vinci vinceva con una canzone d'amore. La contraddizione tra la festa e la tragedia è il perfetto specchio di un continente che non ha ancora deciso se vuole essere attore o spettatore di quello che si sta ridisegnando a est del Mediterraneo.

Eliminare un leader non elimina il sistema che lo ha prodotto. Il regime iraniano ha quarantacinque anni di architettura istituzionale, di reti di potere, di strutture parallele costruite esattamente per sopravvivere a un evento come questo. Khamenei era il vertice, non la struttura. E le strutture sopravvivono alle persone. Lo dice la storia di ogni tentativo di regime change per via aerea. Lo dirà, probabilmente, anche questa.

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