Il memorandum che assomiglia a quello che doveva distruggere

by Rollo


Il memorandum che assomiglia a quello che doveva distruggere

L'Iran consegna oggi tramite mediatori pakistani la risposta alla proposta americana di un memorandum d'intesa in quattordici punti che dovrebbe chiudere ufficialmente sessantotto giorni di guerra. Il mainstream finanziario e diplomatico legge la notizia come "deal vicino", titolo prevedibile e già visto. Le borse hanno reagito al rialzo, il petrolio è sceso, il framework analitico generale è la classica narrativa del successo negoziale: pressione militare che funziona, leadership americana che porta a casa il risultato, regime iraniano che cede.

Il problema è che il documento sul tavolo, secondo le ricostruzioni convergenti di Axios, Reuters e PBS, contiene una moratoria sull'arricchimento dell'uranio di durata compresa tra dodici e quindici anni, dopo i quali l'Iran potrà riprendere l'arricchimento al 3,67 per cento. E ancora, trasferimento dell'uranio già arricchito a un paese terzo, probabilmente sotto controllo IAEA, ispezioni rafforzate con clausola di accesso a sorpresa e divieto di operare in siti sotterranei. In cambio, gli Stati Uniti rimuovono progressivamente le sanzioni e sbloccano miliardi di asset congelati.

Chi conosce il dossier riconoscerà immediatamente queste cifre, che sono praticamente le stesse del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l'accordo firmato nel luglio 2015 a Vienna tra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania, frutto di vent'anni di negoziati e di due di trattative intensive sotto l'amministrazione Obama. Il JCPOA prevedeva un limite di arricchimento del 3,67 per cento per quindici anni, riduzione della scorta di uranio del 97 per cento con esportazione del materiale eccedente, smantellamento dei due terzi delle centrifughe in funzione, regime di ispezioni IAEA con accesso continuo ai siti dichiarati, sblocco delle sanzioni internazionali in cambio della verifica del rispetto dei termini. Il JCPOA è esattamente il documento che Trump aveva demolito nel maggio 2018 dichiarandolo "horrible" e "dangerous", una "giant fiction", un accordo che avrebbe garantito all'Iran "una via legittima" verso l'arma nucleare. Il ritiro americano nel 2018 aveva fatto saltare l'architettura di monitoraggio e di conseguenza l'Iran nei mesi successivi aveva progressivamente ripreso l'arricchimento ben oltre i limiti consentiti, fino al sessanta per cento. Da lì il dossier era rimasto aperto fino agli attacchi del 28 febbraio 2026.

La domanda che vale la pena porsi onestamente è: "cosa, di sostanziale, distingue il memorandum del maggio 2026 dal JCPOA del luglio 2015?" Le risposte plausibili che resistono allo scrutinio sono tre. Nessuna delle tre regge il peso di trentacinque miliardi di dollari spesi e diverse migliaia di morti.

La prima: il memorandum esige il trasferimento fuori dall'Iran delle quattrocento libbre di uranio già arricchito al sessanta per cento. Verissimo. Ma il JCPOA aveva già imposto la riduzione della scorta del novantasette per cento, ottenuta nel 2016 con la spedizione di venticinquemila libbre fuori dal paese. La differenza in questo caso è quantitativa, non qualitativa: stiamo gestendo un problema che il JCPOA aveva già risolto e che si è ricreato perché Trump nel 2018 aveva fatto saltare il sistema che lo conteneva.

La seconda: la proposta attuale prevede il divieto esplicito di operare in siti sotterranei. Vero, ma Natanz, Fordow e Isfahan erano già al centro del regime di ispezioni JCPOA. La differenza operativa è marginale e la storia recente mostra che l'Iran, una volta venute meno le costrizioni del JCPOA, ha aperto siti aggiuntivi non dichiarati. Aggiungere una clausola sui siti sotterranei dopo aver smontato l'architettura che li monitorava è teatro contrattuale, non rafforzamento sostanziale.

La terza: il memorandum non risolve il programma missilistico né il sostegno ai proxy, esattamente come il JCPOA. Anzi, le ricostruzioni convergenti di Axios e Reuters confermano che le richieste americane originarie del marzo 2026, quei famosi quindici punti che includevano fine del supporto ai proxy regionali, smantellamento delle capacità missilistiche balistiche e smantellamento totale dell'infrastruttura nucleare, non figurano più nel documento finale. In pratica sono state semplicemente abbandonate.

Il pattern strutturale, a mio avviso, è quello che in mechanism design viene chiamato "narrative laundering" del fallimento: quando il vincolo operativo supera la postura strategica, il framework dichiarato a inizio operazione viene riscritto a posteriori e venduto come progresso. Gli obiettivi originali del 28 febbraio erano quattro, dichiarati pubblicamente da Rubio e dalla Casa Bianca: distruggere la capacità missilistica balistica, smantellare la marina iraniana, troncare il sostegno ai proxy, garantire il non possesso dell'arma nucleare. Il memorandum sul tavolo lascia in piedi il programma missilistico, restituisce all'Iran la marina nei termini di prima della guerra, lascia intatta la rete dei proxy ma quello che oserei definire assurdo è che ottiene quello che Obama aveva ottenuto undici anni fa con altri mezzi.

Andreas Krieg, professore associato al King's College di Londra, lo formula in modo accademico quando dice che "Washington ha accettato che la risoluzione simultanea della guerra, di Hormuz e del file nucleare in un unico pacchetto finale, cosa che oggi non è possibile". La traduzione clinica è più semplice: Washington ha vinto militarmente sul campo, è entrata in Iran, ha ucciso Khamenei, ha colpito ottomila obiettivi, poi ha accettato un negoziato che ricalca quello firmato dal predecessore politico più disprezzato del presidente in carica. La sequenza vittoria-tattica seguita-da-capitolazione-strategica non è inedita. È la struttura che Sun Tzu chiamava "vincere battaglie e perdere guerre".

C'è un secondo livello che merita attenzione, quello che riguarda la chimica interna iraniana. La cosiddetta "decapitation paradox" osservata da Gustavo de Arístegui in un'analisi del 6 maggio è un'osservazione che il mainstream non sta cogliendo: avendo eliminato i moderati iraniani durante Operation Epic Fury, da Khamenei stesso ad Ali Larijani, Washington si trova oggi a negoziare con i settori più ideologici dell'IRGC, ovvero esattamente quelli meno disposti a fare concessioni nucleari sostanziali. Il rapporto dell'IRGC, da quanto emerge dal Tasnim News e dalle dichiarazioni di Pezeshkian, è che il memorandum verrà firmato perché l'opzione alternativa è un'altra fase di guerra che Tehran non può sostenere economicamente, ma sui dettagli operativi del trasferimento dell'uranio l'IRGC manterrà ambiguità tattica costante. Quello che Washington firma e quello che effettivamente accade sul terreno saranno due cose diverse. Lo erano già state nel 2015 e lo saranno ancora di più adesso, dopo una guerra che ha radicalizzato l'establishment iraniano e ucciso gli unici interlocutori capaci di dialogo strutturale.

Naturalmente potrei sbagliare l'analisi e se nei prossimi sessanta giorni l'Iran trasferisce effettivamente le quattrocento libbre di uranio arricchito al sessanta per cento sotto controllo IAEA o americano, accetta ispezioni a sorpresa nei siti dichiarati e in quelli non ancora dichiarati, sospende in modo verificabile l'arricchimento sopra il 3,67 per cento, la mia analisi è smentita. Se invece, come è accaduto sistematicamente dopo il 2018, l'IAEA segnala accesso parziale, ritardi nei trasferimenti, dispute interpretative sui siti, se nei prossimi mesi vediamo un'escalation diplomatica low-grade con Washington che cerca ragioni per non considerarla violazione formale del memorandum, allora il pattern è esattamente quello del JCPOA degradato in tempo reale, con una variante peggiorativa: la struttura politica iraniana che firma è meno coesa, più ideologica e meno capace di vincolare i propri apparati.

Quello che il mainstream finanziario celebra come stabilizzazione è in realtà l'ammissione che la postura muscolare iniziale non era sostenibile rispetto ai vincoli reali. La Cina aveva ordinato alle proprie raffinerie di sfidare le sanzioni americane sul petrolio iraniano, invocando per la prima volta la legge sulle ritorsioni contro sanzioni unilaterali estere e l'ottanta per cento del petrolio iraniano nel 2025 era stato assorbito da Pechino. La pressione del summit Trump-Xi del 14 e 15 maggio, ormai vicinissima, rende strutturalmente impossibile mantenere il blocco navale e la postura massimalista. L'Arabia Saudita ha pubblicamente sostenuto la mediazione pakistana, Macron ha chiamato Pezeshkian per riaprire lo Stretto. Il pellegrinaggio Hajj del 25 maggio impone una finestra diplomatica che nessuno vuole rompere. Il vincolo economico globale ha vinto sulla retorica della deterrenza con il risultato che il framework si è ridisegnato per adattarsi a quel vincolo invece che imporsi su di esso.

C'è anche un costo politico interno che il memorandum cerca di occultare ma che gli storici dovranno valutare, laddove cinquantadue senatori e centosettantasette membri della Camera avevano scritto a Trump il 14 marzo chiedendo di rifiutare qualunque accordo che permettesse all'Iran di continuare l'arricchimento dell'uranio, posizione che l'attuale memorandum viola direttamente. Israele, secondo le ricostruzioni di stampa, è preoccupato per "concessioni dell'ultimo minuto" americane. La firma del documento dovrà essere accompagnata da una narrativa interna che spieghi perché un presidente che ha demolito il JCPOA chiamandolo "horrible" stia firmando un documento strutturalmente analogo dopo una guerra che ha causato 3.468 morti iraniani ufficiali, 2.300 libanesi, 13 militari americani uccisi, 381 feriti. Costo stimato: trentacinque miliardi di dollari a spese dei contribuenti americani, senza contare il costo per tutti gli altri paesi le cui economie sono state messe a dura prova da una guerra che alla fine si rivela inutile, non avendo portato alcun risultato rispetto a prima.

La narrativa interna, presumibilmente, sarà che "questa volta è diverso". Lo è, in un senso solo: questa volta è arrivato dopo la guerra, non al posto della guerra. Il JCPOA aveva ottenuto quasi gli stessi risultati senza Operation Epic Fury, senza il blocco di Hormuz, senza la chiusura della rotta che porta un quinto del petrolio mondiale, senza i seimila morti totali, senza che l'IRGC si radicalizzasse al punto di fare delle proprie capacità marittime nello Stretto la "vera opzione nucleare" credibile, come l'ha definita Jane Darby Menton al Carnegie Endowment due giorni fa.

Il pezzo che vale la pena scrivere è quello che il mainstream non scriverà, perché richiede di mettere in fila i fatti senza preoccuparsi della cornice politica: la guerra non ha cambiato il framework ma lo ha riprodotto, aggiungendo trentacinque miliardi di dollari di costi, migliaia di morti e una controparte iraniana strutturalmente più ostile e meno controllabile. Se questa lettura è corretta, dovremmo vedere nei prossimi due anni un degrado del memorandum analogo a quello del JCPOA tra il 2018 e il 2021, ma accelerato e con minore margine di recupero diplomatico. Se invece l'IRGC consegna l'uranio, accetta le ispezioni e rispetta il limite del 3,67 per cento, allora questa analisi è semplicemente sbagliata. Trump ha ottenuto con la guerra quello che Obama non era riuscito a ottenere senza.

Confesso un dubbio personale, di natura editoriale più che geopolitica: se la guerra finisce davvero, chi scrive di questi temi avrà meno argomenti facili da trattare. La cronaca calda è una stampella analitica comoda e la pace, paradossalmente, costringe a fare il lavoro più difficile, ovvero osservare meccanismi strutturali quando non c'è il rumore degli eventi a fornire l'aggancio narrativo. Non so se augurarmela davvero, da osservatore. Da cittadino sì, ovviamente.

Tra due anni sapremo. Il pattern storico, però, è abbastanza chiaro perché valga la pena scriverlo adesso, prima che la cronaca lo seppellisca sotto le titolazioni di "deal vicino" e "stabilizzazione regionale". Per ora resta il fatto, registrabile freddamente, che il documento di pace del maggio 2026 ricalca il documento di pace del luglio 2015, depurato di alcune clausole sostanziali a favore dell'Iran. La differenza tra i due è esattamente quella misurabile in vite, denaro e capacità diplomatica residua.

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