Il mese che nessuno ha scelto

A luglio è circolato ovunque lo stesso titolo in cui si affermava che agosto non è più il mese delle ferie degli italiani. Veniva da un'indagine commissionata da Facile.it all'istituto EMG, ripresa poi da mezza stampa nazionale e diceva che fra chi parte quest'anno uno su due lo farà a luglio oppure a settembre. Ipsos Doxa, con la sua rilevazione continuativa FutureForTourism, arrivava a una conclusione simile in cui luglio sorpassa agosto, i soggiorni si accorciano, la pianificazione anticipa. La notizia è confortante perché racconta un paese che finalmente si distribuisce, che ha imparato a evitare la calca e a pagare meno, che ha capito quello che ripetiamo da vent'anni sui rincari di Ferragosto.
Tuttavia i numeri sulle presenze effettive dicono l'opposto. Nel terzo trimestre 2025 Istat registra il 39,3 per cento delle presenze turistiche ad agosto, il 36,5 a luglio, il 24,2 a settembre e soprattutto, la quota di vacanze lunghe concentrate fra luglio e agosto, che nel 2018 aveva toccato il minimo storico del 47,5 per cento, nel 2024 è risalita al 55, cioè al livello di dieci anni prima. Non ci siamo dunque distribuiti ma siamo tornati indietro mentre raccontavamo a noi stessi di andare avanti.
Lo scarto merita attenzione, perché non è un errore di misurazione ed i sondaggi rilevano intenzioni dichiarate e le intenzioni dichiarate sono sincere: la gente vuole davvero evitare il picco e lo dice perché lo pensa. I dati di presenza rilevano comportamenti e i comportamenti sono un'altra cosa al punto che quando la preferenza è stabile, il comportamento la contraddice sistematicamente e chi contraddice non ha alcun vantaggio evidente nel farlo, allora fra la preferenza e l'azione c'è un vincolo che nessuno dei due dati misura direttamente. Trovarlo è più interessante che discutere quale sondaggio abbia ragione.
Il vincolo è di coordinamento e lo spiego con il fatto che il valore delle mie ferie non dipende solo da quanto sono lunghe o da dove le passo ma dipende soprattutto da quanto sono fermi gli altri. Se prendo dieci giorni a fine settembre risparmio parecchio sull'alloggio, trovo il mare quasi vuoto, guido su strade libere e nel frattempo il commercialista mi manda tre mail, il cliente vuole la call di lunedì, il fornitore mi chiede conferma di un ordine che scade giovedì e via discorrendo. Non sono in vacanza, sono raggiungibile in un posto diverso. Al rientro, poi, nessuno mi aspetta con la coda arretrata perché la coda arretrata l'hanno smaltita ad agosto senza di me, ed è già ripartito tutto un ciclo di cui mi sono perso l'avvio. Il costo di sfasarsi ricade interamente su chi si sfasa, mentre il beneficio di una distribuzione generale ricadrebbe su tutti. È la struttura precisa di un equilibrio che nessun partecipante ama e che nessun partecipante può abbandonare da solo.
C'è un controllo naturale su questa lettura che è poi anche è il dato più bello dell'indagine EMG e quello che nessuno ha ripreso. Settembre risulta il mese preferito dalla fascia fra i sessantacinque e i settantaquattro anni, con il 42,1 per cento contro una media nazionale del 28,8. La spiegazione ovvia è che i pensionati sono liberi dal calendario del lavoro ma quella più clinicamente utile è un'altra ed è che i pensionati sono liberi dalla rete di reciprocità. Non devono restare sincronizzati con nessuno perché nessuno aspetta una loro risposta. Chi esce dal picco non è chi ha più tempo, è chi ha meno controparti.
Da qui si vede anche perché la scuola non basta a spiegare il fenomeno. Le famiglie con figli in età scolare sono un vincolo rigido ma sono una minoranza della popolazione che parte e il picco di agosto coinvolge molti più di loro. La scuola funziona da nucleo di sincronizzazione dato che fissa un blocco consistente di persone in una finestra obbligata e quel blocco trascina per complementarità tutti quelli che con quelle persone devono lavorare. Il vincolo si propaga lungo la catena delle dipendenze professionali, si attenua man mano che ci si allontana dal nucleo e si azzera solo dove la catena si interrompe.
Che il problema sia di progettazione e non di cultura lo dimostra il fatto che qualcuno lo ha progettato diversamente. La Germania ha affrontato la questione nel 1964, con l'accordo di Amburgo e la formulazione della Kultusministerkonferenz è di una nitidezza che oggi farebbe fatica a passare in una delibera italiana, infatti si tratta di evitare che la popolazione in cerca di riposo inizi e termini le vacanze nello stesso momento, con le conseguenze negative che questo comporta per il traffico e per la domanda di alloggi nelle zone turistiche. Da lì nasce il sistema rotante su cinque gruppi di Länder, costruiti in modo da distribuire la popolazione complessiva in parti simili, con l'ordine che ruota di anno in anno perché nessuno resti stabilmente svantaggiato. Nel 2026 Assia, Renania-Palatinato e Saarland partono il 29 giugno, la Baviera il 3 agosto: trentacinque giorni di scarto sull'inizio delle vacanze estive.
Il caso tedesco però va raccontato per intero, altrimenti diventa la solita favola sull'efficienza altrui. La rotazione non è universale, perché Baviera e Baden-Württemberg ne restano fuori con date fisse tardive giustificate storicamente dai lavori agricoli e il risultato è che il primo agosto 2026 quindici Länder su sedici hanno comunque le scuole chiuse contemporaneamente. Lo scaglionamento appiattisce il picco, non lo elimina e sposta l'equilibrio di qualche settimana riducendo la pressione sui bordi, il che è già molto più di quanto ottenga un sistema che non ci prova.
E qui arriva la parte scomoda, perché l'alibi italiano non regge alla verifica. Il calendario scolastico in Italia è materia regionale dal regolamento sull'autonomia del 1999, ogni Regione delibera le proprie date nel rispetto del monte ore minimo e le date effettivamente differiscono: per il 2026/2027 le lezioni iniziano il 7 settembre a Bolzano e il 17 in Puglia, chiudono fra il 6 e il 16 giugno. Lo strumento istituzionale quindi esiste, funziona, viene esercitato ogni anno ma semplicemente viene usato per spostare dieci giorni ai bordi della finestra, mai per intaccarne il centro. Luglio e agosto restano vuoti in tutte e venti le regioni, senza eccezione e senza discussione. La differenza con la Germania non è di competenza normativa, è di scopo dichiarato poiché là le date si decidono anche per sfasare, qui si decidono per clima, per tradizioni locali, per esigenze delle zone montane. Il coordinamento come obiettivo esplicito non è mai entrato nel merito della delibera.
Dal Mendrisiotto la faccenda si osserva senza bisogno di statistiche. Il calendario del Dipartimento dell'educazione ticinese fissa il rientro a scuola per lunedì 31 agosto 2026, mentre in Lombardia le lezioni ricominciano il 14 settembre, sono due settimane di sfasamento su venti chilometri di confine e chi lavora da una parte con la famiglia dall'altra passa la fine dell'estate a tradurre fra due ritmi. La differenza vera però non sta nelle date, sta nell'architettura. L'anno scolastico svizzero è spezzato in cinque finestre di vacanza distribuite fra autunno, Natale, carnevale, primavera ed estate, quindi l'estate non deve assorbire da sola tutta la domanda di riposo di una famiglia e le vacanze di sport di febbraio i cantoni le scaglionano di proposito per non intasare le stazioni sciistiche, che è il ragionamento della Kultusministerkonferenz applicato all'inverno. Il sistema italiano ha Natale, Pasqua, qualche ponte e poi un blocco di tre mesi. Ho passato anche diversi agosti lavorando con Londra, dove la settimana di ferragosto è una settimana qualsiasi ed è lì che si capisce quanto poco tutto questo abbia a che fare con il clima.
Questo spiega perché tutte le campagne sulla vacanza fuori stagione non hanno mai spostato niente. Sono costruite sull'ipotesi che il problema sia informativo, che la gente non sappia quanto costa partire il dieci agosto invece del dieci settembre. Ma la gente lo sa benissimo, lo sa da trent'anni e continua a partire il dieci agosto. Informare meglio qualcuno che è vincolato dal comportamento altrui non modifica il vincolo, gli aggiunge soltanto la consapevolezza di subirlo. Vale per le ferie come vale per qualunque situazione in cui il costo individuale della scelta giusta è più alto del beneficio individuale che ne deriva.
Resta un'ultima cosa, che è quella che mi interessa di più. La data in cui uno va in ferie racconta poco del suo reddito e moltissimo della sua posizione nella rete di dipendenze. Un imprenditore con clientela interamente italiana è più incastrato di un suo dipendente che lavora su un mercato estero. Il libero professionista che si è costruito l'indipendenza economica scopre di non avere l'indipendenza di calendario, perché il calendario glielo scrivono le controparti. Chi parte a settembre e non è pensionato sta segnalando qualcosa di preciso su come è fatta la sua rete.