Il paradosso della domenica produttiva

by Rollo


Il paradosso della domenica produttiva

Trovo spesso grottesco osservare il modo in cui la gente ottimizzare il proprio riposo. Lo vedo ogni gennaio, questa seconda settimana in particolare, quando i buoni propositi sono ancora abbastanza freschi da far male ma non abbastanza vecchi da essere stati dimenticati. La domenica progettata: sveglia alle sette anche se non c'è nessun motivo per svegliarsi alle sette, corsa tracciata dal GPS anche se il corpo chiedeva divano, meditazione guidata da un'app che ti premia con badge per aver respirato correttamente. Come se respirare fosse una competenza da sbloccare.

Il meccanismo mi affascina perché si autodistrugge per definizione. È come cercare di addormentarsi sforzandosi di dormire: più ci provi, più ti allontani. Il riposo funziona esattamente così. Nel momento in cui lo trasformi in un KPI da raggiungere, hai già perso. Ma questo la gente non lo capisce, o forse lo capisce benissimo e preferisce l'ansia della performance all'alternativa, che è stare con se stessi senza fare un cazzo.

Ho visto questo pattern manifestarsi in forme che sembravano completamente diverse ma erano la stessa cosa con vestiti diversi. Negli anni novanta, quando il mondo dell'audio professionale stava attraversando la transizione dal nastro al digitale, c'era un'ossessione che guidava tutti: eliminare il rumore di fondo. Ogni silenzio era nemico, ogni pausa era inefficienza. Riempivamo tutto di segnale, comprimevamo, normalizzavamo, spingevo i livelli fino al limite del distorto. Il risultato furono dischi tecnicamente perfetti e musicalmente morti. Ci volle una generazione intera per capire quello che i vecchi fonici sapevano da sempre: il silenzio non è assenza di musica, è parte della musica. La pausa tra le note è ciò che dà significato alle note.

La domenica contemporanea ha lo stesso problema. Lo spazio vuoto viene trattato come bug da fixare invece che come feature del sistema. E allora via con la lista: yoga alle nove, brunch healthy alle undici documentato per Instagram, pomeriggio di lettura del libro che tutti stanno leggendo così lunedì puoi dire la tua, sera di quality time programmato con chi ti sta vicino. Ogni minuto colonizzato da un'intenzione, ogni pausa giustificata da uno scopo. Il riposo come lavoro, solo con abbigliamento più comodo.

Il punto non è che queste attività siano sbagliate. Correre fa bene, leggere fa bene, persino il cazzo di brunch ha la sua dignità se ti va davvero di farlo. Il punto è la trasformazione di ogni cosa in credenziale, in prova da esibire di una vita sotto controllo. È la differenza tra fare qualcosa perché ti va e fare qualcosa perché dovresti volerlo fare. Tra il piacere e la sua simulazione certificata per il pubblico.

Ho passato abbastanza tempo a vivere per sapere una cosa che sembra ovvia ma che quasi nessuno applica alla propria vita: una macchina che funziona costantemente al cento per cento non è efficiente, è una macchina che sta per rompersi. Il margine, lo slack, non è spreco ma assicurazione. È quello che permette al sistema di assorbire l'imprevisto senza collassare, di piegarsi senza spezzarsi. Togli il margine e hai qualcosa che sembra performare meglio ma che al primo urto va in pezzi.

La mente funziona uguale. Le intuizioni buone non arrivano durante i brainstorming strutturati con i post-it colorati. Arrivano sotto la doccia, durante una passeggiata senza meta, in quei momenti in cui il cervello è libero di vagare dove gli pare senza che qualcuno gli chieda di produrre output. I neuroscienziati hanno dato un nome a questo stato, default mode network, che è il modo elegante per dire "quando non rompi il cazzo al cervello lui lavora meglio". Riempire ogni momento di attività intenzionale significa spegnere esattamente il meccanismo che produce le idee che valgono qualcosa.

Ma sotto c'è qualcosa di più brutto, qualcosa che va oltre l'efficienza cognitiva e che nessuno vuole guardare in faccia. La domenica ottimizzata è il sintomo di un'incapacità più profonda: stare con se stessi senza fare niente. L'horror vacui contemporaneo non è paura del vuoto esterno, è terrore del vuoto interno. Di quel silenzio in cui potresti essere costretto ad ascoltare i pensieri che passi la settimana a evitare.

Pascal l'aveva capito tre secoli fa con una precisione che fa quasi impressione: tutti i problemi dell'uomo derivano dalla sua incapacità di starsene seduto da solo in una stanza. La formulazione è antica ma il meccanismo è identico, solo che oggi la stanza è piena di dispositivi progettati specificamente per impedirti di restarci seduto. Notifiche che interrompono ogni possibile silenzio, app che trasformano anche la meditazione in una serie di achievement da sbloccare, feed infiniti pronti a riempirti la testa nel momento esatto in cui rischi di pensare un pensiero tuo.

E poi c'è la dimensione sociale, che è forse la più velenosa. La domenica produttiva non è solo auto-imposizione, è risposta a un sistema di incentivi che premia chi performa meglio anche il non-performare. Chi pubblica il proprio ozio sui social non sta condividendo un momento: sta partecipando a una gara silenziosa su chi sa rilassarsi meglio, su chi ha la vita più equilibrata, su chi ha raggiunto quel nirvana di cazzata consapevole che permette di godersi il tempo libero senza sensi di colpa. È performance del non-performance. Lavoro sul proprio brand personale mascherato da pausa dal lavoro. E la cosa più triste è che funziona: i like arrivano, la validazione arriva, e quindi deve essere la cosa giusta da fare.

Il risultato è un paradosso che sarebbe comico se non fosse patetico: ci si riposa per lavorare meglio, si medita per essere più produttivi, si stacca per riattaccare con più energia. Il riposo diventa funzionale alla produzione invece di essere il suo contrario, e nel diventare funzionale perde esattamente la qualità che lo rendeva utile. È come fare sesso pensando ai benefici cardiovascolari: tecnicamente corretto, esistenzialmente morto.

Ne ho conosciute, di persone che hanno costruito cose che contano. E quasi tutte condividevano una caratteristica che dall'esterno sembrava controintuitiva: sapevano perdere tempo senza ansia. Non parlo di pigrizia, parlo di qualcosa di più sottile. Una certa sicurezza nel proprio valore che permetteva loro di non dover dimostrare costantemente qualcosa, né agli altri né a se stessi. Potevano stare fermi perché sapevano che la loro competenza non dipendeva dall'apparire sempre impegnati. Non avevano bisogno di raccontare cosa facevano la domenica perché non gliene fregava un cazzo di cosa pensavi tu della loro domenica.

È una forma di autorità che sta diventando rara. In un ambiente dove la visibilità è diventata proxy di valore, dove non documentare significa non esistere, l'invisibilità volontaria richiede una sicurezza che pochi hanno. E così anche la domenica diventa palcoscenico, anche il riposo diventa contenuto, anche il vuoto viene riempito dalla sua narrazione. Tutto deve essere visto per esistere, tutto deve essere validato per valere.

La via d'uscita, se esiste, non passa per un altro protocollo. Non è "ecco i cinque step per riposare davvero", che sarebbe solo spostare il problema di un livello, trasformare il rifiuto dell'ottimizzazione in un'altra forma di ottimizzazione. La soluzione, se di soluzione si può parlare, è più banale e più difficile: smettere di cercare soluzioni. Accettare che alcuni momenti non hanno bisogno di scopo, che alcune ore non devono produrre nulla, che esistere senza dimostrare di esistere è non solo possibile ma necessario.

Il sistema che gira sempre al massimo è quello che si rompe per primo. Vale per le macchine, vale per le organizzazioni, vale per le persone. Chi progetta sa che il margine non è lusso ma necessità strutturale. Chi vive potrebbe imparare la stessa lezione, ma richiederebbe accettare una verità scomoda: che fare meno non significa valere meno. Che il vuoto non è nemico da combattere ma spazio da abitare. Che non tutto deve essere ottimizzato, documentato, validato, condiviso.

Questa domenica di gennaio, mentre tutti ottimizzano il loro riposo, la vera trasgressione è forse non fare niente. Non il niente produttivo, non il niente che prepara al lunedì, non il niente instagrammabile. Il niente puro, quello che non serve a niente e proprio per questo serve a tutto.

Ma questo, se lo sai, lo sai già. E se non lo sai, nessun articolo te lo può insegnare.

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