Il primo lunedì del mondo a viscosità aumentata

Chi rientra oggi in ufficio, chi riapre la partita IVA dopo le feste, chi riattiva i flussi di approvvigionamento interrotti dalla pausa natalizia, lo fa in un sistema che nelle ultime due settimane ha cambiato le sue proprietà fisiche fondamentali. Non è una metafora: è meccanica dei fluidi applicata all'economia globale. Il sistema in cui operiamo ha aumentato la sua viscosità e ogni movimento ora costa di più.
I segnali sono tre, apparentemente scollegati. Il raid americano in Venezuela con la cattura di Maduro il 3 gennaio. Il tariff book statunitense per il 2026 che ha superato le 4.500 pagine, cento in più dell'anno scorso. La domanda elettrica dei data center che negli Stati Uniti ha raggiunto il 4% del consumo nazionale e punta al raddoppio entro il 2030. Tre fatti che la cronaca tratta come notizie separate. Ma chi progetta sistemi riconosce immediatamente che sono manifestazioni dello stesso fenomeno sottostante: il passaggio dall'era dell'efficienza all'era della sicurezza.
Per quarant'anni il principio organizzatore dell'economia globale è stato minimizzare l'attrito. Catene di fornitura lunghe diecimila chilometri perché il container costava meno del magazzino. Delocalizzazione verso il costo del lavoro più basso. Just in time ovunque. Il sistema premiava chi riduceva le frizioni, chi rendeva il flusso più liscio. Era un mondo a bassa viscosità , dove il capitale, le merci, le informazioni scorrevano con resistenza minima.
Quel mondo è finito. Non per una decisione ideologica, ma per una constatazione empirica che si è fatta strada nelle cancellerie e nei consigli di amministrazione: l'efficienza massima produce fragilità massima. Lo abbiamo visto con il Covid quando una nave bloccata nel canale di Suez ha paralizzato mezzo pianeta. Lo abbiamo visto con il gas russo quando l'Europa ha scoperto che il prezzo più basso nascondeva una dipendenza strategica letale. Lo abbiamo visto con i semiconduttori taiwanesi quando ci siamo accorti che il 90% dei chip avanzati del mondo passa per un'isola che la Cina considera una provincia ribelle.
La risposta sistemica a questa fragilità non è stata ripensare l'architettura. È stata aggiungere attrito. Dazi, reshoring, friendshoring, controlli sugli investimenti esteri, restrizioni all'export di tecnologie critiche. Ogni intervento aumenta la viscosità del sistema, rende ogni transazione un po' più costosa, un po' più lenta, un po' più complicata. Non è un bug, è una feature. Il sistema sta deliberatamente sacrificando efficienza in cambio di resilienza percepita.
Il problema è che nessuno sa quale sia il punto di equilibrio. E nel frattempo l'attrito si accumula.
Prendiamo i dazi americani. La tariffa media su tutte le importazioni è salita al 17%, e se tutte le politiche annunciate entreranno in vigore raggiungerà il 21%. Ma il numero aggregato nasconde la vera trasformazione. Il tariff book, il documento di riferimento per gli importatori, è passato da 3.700 pagine nel 2017 a oltre 4.500 oggi. Otto pagine in più di complessità burocratica per ogni singolo mese dell'amministrazione Trump. Il capitolo 99, quello delle "modifiche temporanee", inizia a pagina 3.320 e contiene migliaia di voci: bobine di accensione, escavatori idraulici, componenti auto, ognuno con il suo codice statistico, la sua aliquota specifica, le sue eccezioni geografiche. Navigare questo labirinto richiede consulenti specializzati, software dedicati, tempo. Tutto attrito. Tutto costo che qualcuno deve pagare.
E qualcuno inizia a pagarlo. Nel 2025 le aziende hanno assorbito circa l'80% del costo dei dazi senza trasferirlo ai consumatori. Nel 2026, secondo JPMorgan, quella percentuale potrebbe scendere al 20%. La differenza finirà sui prezzi. Non per cattiveria o avidità : semplicemente perché l'attrito accumulato supera i margini disponibili. Un grande fornitore alimentare americano ha passato mesi a cercare di capire come gestire tariffe che variano enormemente per prodotto e paese d'origine e che cambiano frequentemente. Alla fine ha optato per applicare la tariffa media su tutto il catalogo. Una soluzione rozza, ma l'alternativa era la paralisi.
Nel frattempo la Corte Suprema americana sta valutando la legalità di gran parte di queste tariffe. Se dovesse pronunciarsi contro l'amministrazione, le aziende che hanno pagato potrebbero chiedere rimborsi per 130 miliardi di dollari. Ma gli esperti commerciali sono unanimi: l'amministrazione risponderebbe raddoppiando, usando altre basi legali per imporre tariffe simili. L'incertezza non si risolve, si sposta. Altro attrito.
Poi c'è il Venezuela. Il raid del 3 gennaio non è stato un'operazione isolata ma la manifestazione concreta di una dottrina esplicitata nel documento di strategia per la sicurezza nazionale pubblicato a dicembre. Trump l'ha chiamata "Donroe Doctrine", un gioco di parole che fonde il suo nome con quello di James Monroe, il presidente che nel 1823 dichiarò l'emisfero occidentale zona di influenza esclusiva americana. La versione 2026 è più ambiziosa: "Negheremo ai competitori non emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro emisfero."
Tradotto: gli Stati Uniti rivendicano il diritto di intervento militare ovunque nelle Americhe quando percepiscono una minaccia ai propri interessi. Non è retorica. È accaduto. Un presidente in carica è stato prelevato dalla sua residenza e portato a New York per essere processato. Che Maduro fosse un dittatore corrotto con accuse di narcotraffico pendenti non cambia la meccanica dell'evento: gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere disposti a usare la forza per rimodellare l'emisfero secondo i propri interessi strategici.
Il messaggio è stato ricevuto. Il Messico sa che a ottobre si rinegozia l'USMCA e che Trump ha già detto che il paese è "controllato dai cartelli". La Colombia ha ricevuto avvertimenti espliciti. Cuba è stata definita "pronta a cadere". La Cina, che aveva designato il Venezuela come partner strategico di massimo livello, si trova di fronte a un fatto compiuto: i suoi investimenti in America Latina non sono protetti dal diritto internazionale, ma solo dalla volontà americana di non intervenire. Una volontà che ora è esplicitamente condizionale.
Questo è attrito geopolitico. Ogni azienda che opera nell'emisfero occidentale deve ora incorporare nei propri calcoli la possibilità che le regole cambino drasticamente e rapidamente per decisione unilaterale di Washington. Non è questione di approvare o disapprovare: è questione di modellare correttamente il rischio.
E poi c'è l'energia. O meglio, la collisione tra due epoche che si sta consumando nelle reti elettriche. I data center americani hanno consumato 183 terawatt-ore nel 2024, più dell'intero Pakistan. Entro il 2030 il consumo è previsto crescere del 133%, trainato principalmente dall'intelligenza artificiale. Un singolo cluster di training per modelli generativi consuma quanto 100.000 abitazioni. I data center più grandi in costruzione ne consumeranno venti volte tanto.
Il problema è che il 70% della rete elettrica americana è stata costruita tra gli anni '50 e '70 e sta raggiungendo la fine del suo ciclo di vita. Serve un investimento stimato in 720 miliardi di dollari solo per le infrastrutture di trasmissione entro il 2030. Ma le autorizzazioni per nuove linee richiedono anni. La costruzione altri anni ancora. Nel frattempo in Virginia i data center consumano già il 26% dell'elettricità dello stato. In Irlanda il 21%, con proiezioni al 32% entro fine anno.
Il risultato è che le bollette salgono. Nella regione PJM, che va dall'Illinois alla North Carolina, i data center hanno contribuito a un aumento di 9,3 miliardi di dollari nel mercato della capacità elettrica per il 2025-26. Una famiglia del Maryland occidentale paga 18 dollari in più al mese. Una famiglia dell'Ohio 16. Uno studio della Carnegie Mellon stima che entro il 2030 l'aumento medio delle bollette americane dovuto ai data center sarà dell'8%, con punte del 25% nelle zone a maggiore concentrazione.
È il paradosso dell'era: l'industria più avanzata del pianeta sta letteralmente competendo per l'elettricità con i frigoriferi e i condizionatori delle famiglie comuni. E sta vincendo, perché può pagare di più. Ma quella vittoria ha un costo politico che prima o poi si manifesterà .
Tre fenomeni, una dinamica comune. Il sistema globale sta passando da un regime a bassa viscosità , ottimizzato per l'efficienza, a un regime ad alta viscosità , dove sicurezza, controllo e resilienza hanno la priorità . Ogni transazione richiede più energia, più tempo, più attenzione, più capitale. Non perché qualcuno sia diventato stupido o cattivo, ma perché le regole del gioco sono cambiate.
Per chi torna al lavoro oggi questo significa una cosa precisa: non aspettarti le stesse performance con lo stesso sforzo. Il sistema ha cambiato densità . Quello che scorreva ora incontra resistenza. Quello che era automatico ora richiede verifica. Quello che era prevedibile ora oscilla.
Non è catastrofismo. La crescita economica globale per il 2026 è prevista al 2,7%, il commercio mondiale crescerà del 2,2%. Il mondo non sta finendo, sta rallentando. Ma la differenza tra chi naviga bene e chi naufraga in un fluido più denso non è la forza, è la precisione. I movimenti bruschi non funzionano. La velocità fine a se stessa dissipa energia. Quello che serve è calibrazione: sapere esattamente quanta spinta applicare, in quale direzione, per quanto tempo.
Chi stamattina riaprirà la propria attività aspettandosi che il 2026 sia una continuazione lineare del 2025, o peggio un ritorno al 2019, sta usando una mappa sbagliata. Il territorio è cambiato mentre dormivamo. Non drammaticamente, non apocalitticamente. Ma strutturalmente.
La viscosità è aumentata. Ogni movimento costa di più. Chi lo capisce per primo, vince.
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