Il referente evaporato

by Rollo


Il referente evaporato

Sarebbe stato troppo facile scrivere del primo maggio il primo maggio, sommare rumore al rumore di una giornata che produce ogni anno la stessa quantità di retorica intercambiabile, da destra che lo deride e da sinistra che lo difende senza più sapere bene cosa sta difendendo. Quindi proviamo l'angolo opposto: non smontare la festa, ma osservare cosa rimane in piedi quando il referente strutturale che la giustificava è evaporato sotto i piedi del rituale.

Haymarket Square, Chicago, 1886. Una bomba in mezzo a un raduno di operai che chiedevano la giornata di otto ore, quattro morti fra i poliziotti, sette condannati a morte di cui quattro impiccati su prove costruite. Il primo maggio nasce lì, da un episodio specifico in un contesto specifico: capitalismo industriale, fabbrica come luogo fisico concentrato, lavoratore come figura sociologicamente compatta che condivideva orari, spazio, esposizione al rischio e soprattutto una posizione strutturale identica rispetto al capitale. Possiamo dire che la festa aveva senso perché celebrava un soggetto che esisteva davvero, con confini chiari, interessi convergenti, capacità di coordinamento collettivo basata sulla compresenza fisica.

Quel soggetto, oggi, non esiste più e non nel senso retorico che usano i polemisti di destra quando dicono "la classe operaia è finita" e nemmeno nel senso difensivo che usano quelli di sinistra quando rispondono "esiste ancora è solo cambiata". Esiste in un senso più radicale e forse più scomodo: la categoria "lavoratore" come unità politica unitaria si è frammentata in regimi strutturalmente incompatibili che condividono solo il nome.

Dal mio punto di osservazione, ho visto questa frammentazione produrre paradossi che il vocabolario novecentesco non riesce nemmeno a descrivere. Il rider che pedala sotto la pioggia per Glovo a Milano, il consulente che fattura quattromila quids al giorno per McKinsey a Londra, l'operaio che lavora ancora a Mirafiori su una linea che si sta spegnendo, il freelance UX che lavora da Bali per un cliente di San Francisco pagato in dollari: nominalmente sono tutti "lavoratori", celebrano nominalmente la stessa festa, ma vivono in quattro economie diverse con quattro regimi di skin in the game completamente incompatibili. Il rider non ha potere contrattuale ma ha visibilità mediatica; il consulente ha potere contrattuale individuale ma zero solidarietà di classe; l'operaio ha rappresentanza sindacale residua ma sta vedendo evaporare la base produttiva che la giustificava; il freelance ha autonomia che il sindacato del Novecento avrebbe definito padronale ma vive in un'insicurezza economica che il padrone novecentesco non avrebbe mai accettato per sé.

Il punto non è che siano "tutti lavoratori in modi diversi", come consola la versione progressista del rituale, direi invece che il punto è che la categoria politica unitaria che teneva insieme questi quattro corpi sociali quando uscivano in piazza il primo maggio del 1962 si è dissolta e quello che resta è un rituale che cerca un soggetto che non c'è. La festa continua a esistere; il referente è evaporato.

Più clinicamente, il meccanismo è quello dell'adverse selection applicato alla rappresentanza politica del lavoro. Chi ha potere contrattuale individuale, perché le sue competenze sono scarse o perché opera in mercati globali, non ha bisogno del primo maggio: la sua tutela viene dal contratto bilaterale che negozia direttamente, dalle clausole di non concorrenza che firma, dal portafoglio clienti che costruisce. Chi avrebbe disperato bisogno del primo maggio nel senso originario, il rider, il magazziniere Amazon, il lavoratore della logistica frammentata in mille appalti, ovvero esattamente colui che ha meno capacità di coordinamento collettivo, perché lavora isolato, perché cambia datore di lavoro ogni sei mesi, perché la sua categoria contrattuale è stata progettata proprio per impedire la formazione del soggetto sindacale. La festa celebra una capacità di mobilitazione che è stata strutturalmente smantellata proprio nei luoghi dove sarebbe più necessaria.

C'è un altro elemento, meno discusso ma forse più decisivo. Il primo maggio del 1886 aveva senso perché esisteva un capitale identificabile dall'altra parte del tavolo, un padrone con un nome e un cognome, una fabbrica con un cancello davanti al quale fare il picchetto, un'asimmetria di potere geograficamente concentrata. Il rider che oggi protesta contro Glovo non sta protestando contro un padrone, sta protestando contro un algoritmo gestito da una holding lussemburghese partecipata da fondi pensione canadesi che a loro volta gestiscono i risparmi previdenziali di insegnanti pubblici di Toronto. La controparte è diventata talmente distribuita, talmente impersonale, talmente avvolta in strati di intermediazione finanziaria, che il gesto rituale di "andare in piazza contro il padrone" assomiglia sempre più a uno scaramantico battere il piede contro un muro che cede.

Questo non significa che il primo maggio non serva, anzi. Forse serve più di prima, ma in un modo radicalmente diverso da quello che la liturgia ufficiale è disposta ad ammettere. Servirebbe come momento di riconoscimento pubblico del fatto che il lessico con cui pensiamo il lavoro è invecchiato di trent'anni rispetto alle strutture reali, che le tutele che difendiamo proteggono i settori in declino e non quelli in espansione, che la rappresentanza politica del lavoro è bloccata in una rappresentazione del soggetto operaio che è ormai un'iconografia da museo. Servirebbe come ammissione, non come celebrazione.

Quello che invece accade ogni primo maggio è una recita su due livelli. Al livello superficiale, cortei, comizi, concerto del primo maggio in piazza San Giovanni, retorica della solidarietà tra lavoratori che condividono solo il calendario, al livello sotterraneo, una verità mai detta: che il rito serve più a chi lo officia che a chi dovrebbe trarne beneficio, che le organizzazioni sindacali traggono legittimazione da una giornata che celebra un soggetto la cui dissoluzione è proprio il loro fallimento storico, che la classe politica che presenzia ai cortei rappresenta elettoralmente più pensionati che lavoratori attivi.

L'ironia clinica è che, mentre il primo maggio ufficiale celebra un soggetto evaporato, le forme reali di coordinamento dei nuovi lavoratori, gruppi Telegram di rider, forum di freelance, community di developer remoti, federazioni informali di consulenti, accadono in spazi digitali che il rituale novecentesco non vede e non sa nominare. Il vero primo maggio del 2026, semmai esiste, accade in mille canali Discord, non in piazza Duomo, ma celebrarlo richiederebbe ammettere che il monopolio della rappresentanza del lavoro è finito e nessuno fra coloro che ne traggono potere ha incentivo ad ammetterlo.

Il pezzo che ho appena scritto è falsificabile facilmente. Se nei prossimi cinque anni vedremo una rinascita di mobilitazione di piazza che riesce a tenere insieme il rider, il consulente, l'operaio e il freelance dentro una piattaforma rivendicativa comune capace di ottenere risultati legislativi concreti, allora la mia analisi era sbagliata e il referente non era evaporato ma solo addormentato. Se invece vedremo, come probabile, l'ulteriore frammentazione delle tutele e la riduzione del primo maggio a folclore turistico, allora il rituale avrà semplicemente confermato la sua natura postuma.

A mio avviso, e qui parlo da chi ha visto entrare e uscire dal vocabolario decine di categorie sociologiche negli ultimi quarant'anni, il primo maggio è oggi più interessante per quello che nasconde che per quello che mostra; una continuità che non c'è; nasconde una dissoluzione che è già avvenuta. Il giorno in cui qualcuno avrà il coraggio di celebrarlo come commemorazione invece che come festa, sarà il primo passo per costruire qualcosa che assomigli davvero a una rappresentanza del lavoro contemporaneo. Fino ad allora, è una bella giornata di sole.

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