Il sistema fiscale che punisce chi lavora

by Rollo


Il sistema fiscale che punisce chi lavora

Oggi parliamo di un paradosso che milioni di persone vivono sulla propria pelle senza riuscire a dargli un nome.

Un professionista che guadagna 60.000 euro a Milano appartiene, sulla carta, al 15% più ricco degli italiani. Dovrebbe vivere bene. Dovrebbe riuscire a comprare casa, mettere da parte qualcosa, costruire una sicurezza per il futuro.

Nella realtà, dopo le tasse e il costo della vita, quel professionista fatica. Non riesce ad accumulare un anticipo per il mutuo senza aiuto familiare. Se ha figli, fa salti mortali per quadrare i conti tra asilo nido e babysitter. Ogni imprevisto diventa una fonte di stress.

E se guarda i colleghi che guadagnano un po' meno, nota qualcosa di strano: non sembrano stare molto peggio di lui. A volte sembrano stare meglio.

Non è un'impressione. È matematica.

In Italia esiste una fascia di reddito, indicativamente tra i 32.000 e i 40.000 euro, dove l'aliquota marginale effettiva può arrivare al 56%. Significa che per ogni 100 euro in più che guadagni, 56 se ne vanno tra tasse e perdita di detrazioni.

Ma il punto più assurdo è un altro. Superare certe soglie può costarti soldi secchi.

L'Ufficio Parlamentare di Bilancio lo ha detto chiaramente: superare di un solo euro la soglia dei 35.000 euro di reddito può far perdere 1.100 euro all'anno per effetto della perdita di benefici fiscali.

Non un'aliquota alta. Una perdita netta. Guadagni un euro, perdi millecento euro.

Il sistema ti sta dicendo, in modo non troppo sottile, che non ti conviene fare carriera.

Verrebbe da pensare che sia un problema italiano. Burocrazia, inefficienza, il solito paese che non funziona. E invece no.

Nel Regno Unito, patria del liberalismo economico e della flessibilità del mercato del lavoro, succede la stessa cosa in forme ancora più estreme. Un genitore britannico che supera le 100.000 sterline di reddito perde di colpo l'accesso ai sussidi per la cura dei figli. Per una famiglia londinese con due bambini piccoli, questo significa dover pagare circa 20.000 sterline in più all'anno di tasca propria.

Ventimila sterline. Per aver guadagnato una sterlina in più.

E qui emerge qualcosa che va oltre il caso singolo. Due paesi con tradizioni politiche opposte, sistemi fiscali progettati da filosofie economiche antagoniste, culture amministrative che non potrebbero essere più diverse: producono lo stesso identico difetto strutturale. Non è coincidenza. È inevitabilità.

Il meccanismo è semplice, una volta che lo vedi. Ogni democrazia occidentale con un welfare state stratificato e cicli elettorali di quattro o cinque anni produce naturalmente queste trappole. Non per cattiveria, non per incompetenza: per la struttura stessa degli incentivi di chi governa.

Funziona così. Il welfare nasce con buone intenzioni: proteggere chi non ce la fa. Le soglie di reddito servono a concentrare le risorse su chi ha davvero bisogno. Il ritiro graduale dei benefici serve a evitare che tutto sparisca di colpo. Ogni singolo pezzo ha senso.

Ma i governi cambiano ogni pochi anni. Ogni governo aggiunge qualcosa: una detrazione qui, un bonus là, una soglia da un'altra parte. Toppe su toppe, cerotti su cerotti. Ogni intervento risolve un problema specifico o accontenta un gruppo specifico. Nessuno si chiede mai: quando tutti questi pezzi interagiscono tra loro, cosa succede?

Quello che succede è che si creano trappole. Buchi. Scalini. Zone dove la matematica impazzisce e guadagnare di più ti lascia con meno.

Non è un complotto. Non è un piano. È semplicemente un sistema che nessuno ha mai progettato come sistema.

Nel Regno Unito il risultato è visibile a occhio nudo. La British Medical Association ha documentato che le regole fiscali stanno riducendo la capacità del servizio sanitario nazionale di quasi il 10%. Quasi un medico su quattro ha ridotto gli straordinari per smaltire le liste d'attesa. Non per pigrizia: perché lavorare di più li avrebbe impoveriti.

In un sistema sanitario con liste d'attesa di mesi e carenza cronica di personale, il sistema fiscale sta letteralmente togliendo medici dagli ospedali.

Milano e Londra sembrano mondi diversi. Lingue diverse, culture diverse, sistemi diversi. Ma per un professionista della classe media, il problema è sorprendentemente simile.

A Milano prendi stipendi italiani, circa il 30-40% sotto la media europea occidentale, ma paghi affitti europei, costi europei, e tasse da paese ad alto welfare. In cambio ricevi servizi pubblici che spesso non funzionano, quindi finisci per pagare anche il privato: sanità, asili, tutto quello che il pubblico dovrebbe darti ma non riesce a darti.

A Londra prendi stipendi più alti, ma il costo della vita si mangia tutto. Un monolocale decente in zona semi-centrale costa 1.500-1.800 sterline al mese. Più della metà di uno stipendio netto da 60.000 sterline.

In entrambe le città, il professionista da 60.000 euro o sterline appartiene al 15% più ricco del paese sulla carta, ma vive come se fosse classe media in difficoltà. La differenza con i veri ricchi non è graduale. È un abisso.

E arriviamo alla domanda che tutti dovrebbero farsi. Se il problema è così evidente, se tutti lo vedono, perché non si risolve?

La risposta sta negli incentivi di chi dovrebbe risolverlo.

I politici ragionano su cicli di quattro o cinque anni. Una riforma fiscale strutturale produce benefici in dieci o quindici anni, ben oltre il prossimo appuntamento elettorale. Ma produce costi immediati: qualcuno perde qualcosa, e quel qualcuno protesta subito. Chi guadagnerà in futuro non esiste ancora come forza politica.

I burocrati che amministrano il sistema hanno interesse a mantenerlo complesso. La complessità giustifica uffici, budget, personale. Un sistema semplice richiederebbe meno amministratori.

I professionisti che aiutano a navigare il sistema, commercialisti, consulenti fiscali, avvocati tributaristi, prosperano sulla complessità. Un sistema che un cittadino normale potesse capire da solo li renderebbe molto meno necessari.

I gruppi organizzati, sindacati, associazioni di categoria, lobby di ogni tipo, difendono con le unghie ogni singola nicchia che avvantaggia i propri membri. Anche se quella nicchia contribuisce a rendere il sistema complessivo disfunzionale.

E chi paga il prezzo? La massa dispersa di contribuenti che non ha lobby, non ha associazioni, non ha voce organizzata. Ognuno affronta il problema da solo, pensando di essere sfortunato o di non capire abbastanza.

È il meccanismo classico dell'azione collettiva: i beneficiari di ogni distorsione sono pochi e motivatissimi a difenderla, i danneggiati sono tanti ma dispersi e silenti.

Di fronte a tutto questo, qualcuno pensa: me ne vado.

E la destinazione che va più di moda è Dubai. Zero tasse sul reddito, grattacieli scintillanti, clima che almeno non è quello milanese di novembre, e una narrazione Instagram di successo e libertà che seduce.

Ma la realtà è più complicata di quello che raccontano i guru della fiscalità creativa.

Dubai funziona, davvero, per alcune categorie specifiche. Per chi ha già capitale significativo da investire o far rendere. Per chi lavora in remoto per clienti internazionali ad alto valore. Per chi fa business nel Golfo o con il Golfo.

Per tutti gli altri i numeri spesso non tornano.

Il costo della vita a Dubai è alto. Un appartamento decente in una zona vivibile costa 2.000-3.000 euro al mese. L'assicurazione sanitaria, obbligatoria perché non c'è niente di pubblico, altri 300-500 al mese per una copertura decente. La macchina è praticamente obbligatoria. Le scuole per i figli sono private e costano 10.000-25.000 euro l'anno a testa.

Se guadagni 60.000 euro l'anno, che a Milano ti sembravano pochi, a Dubai rischi di trovarti nella stessa situazione o peggio. Solo più isolato.

Perché c'è il costo nascosto che nessuno mette nel business plan: l'isolamento. Dubai è una città di transito. La gente arriva, sta qualche anno, riparte. Costruire relazioni vere, una rete sociale solida, un senso di appartenenza è difficile. Il caldo per otto mesi l'anno ti tiene chiuso nell'aria condizionata. La cultura locale esiste ma è separata, non ostile, semplicemente parallela.

E poi c'è la questione del lungo termine. Dubai non dà cittadinanza, non dà residenza permanente garantita. Sei lì finché lavori, finché hai un visto, finché le regole non cambiano. Non stai costruendo una base. Stai affittando un posto nel mondo.

L'emigrazione fiscale funziona per chi ha già vinto. Per gli altri è spesso solo cambiare scenario mantenendo gli stessi problemi, più la solitudine di essere straniero in un posto dove non hai radici.

Mentre i sistemi fiscali restano fermi nella loro disfunzione, la società si polarizza in modi sempre più evidenti.

Da una parte, aumentano i working poors: persone che lavorano, a volte anche a tempo pieno, ma non riescono ad arrivare a fine mese. Il lavoro non basta più a garantire una vita dignitosa.

Dall'altra, chi non lavora ma rientra nelle categorie protette dal welfare riesce comunque a galleggiare. Non vive bene, ma non è in caduta libera. E soprattutto, per molti di loro mettersi a lavorare significherebbe perdere benefici senza guadagnare abbastanza da compensare. Il sistema li intrappola nell'inattività.

Nel mezzo, la classe media professionale, quella che storicamente è stata il motore economico e sociale delle democrazie occidentali, si assottiglia anno dopo anno. Schiacciata tra tasse pensate per i ricchi, costo della vita da città globale e servizi pubblici che non funzionano.

E in cima? I veri ricchi diventano sempre più ricchi. Non per cattiveria, non per complotto. Semplicemente perché sopra certe soglie hai accesso a strutture, consulenti e ottimizzazioni che ti permettono di accumulare invece di essere tosato.

Il sistema che dovrebbe redistribuire finisce per concentrare. Quello che dovrebbe incentivare il lavoro finisce per punirlo. Quello che dovrebbe proteggere i deboli finisce per intrappolarli.

Questa non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione di più tasse o meno tasse, più welfare o meno welfare. È una questione di architettura.

Abbiamo sistemi fiscali costruiti per economie che non esistono più, con toppe aggiunte per decenni senza che nessuno guardasse mai il quadro d'insieme. Sistemi che nessuno ha pensato come sistemi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno lo articola: chi lavora è penalizzato, chi non lavora è disincentivato dal cominciare, chi sta in mezzo viene tritato, chi è già in cima accumula.

È forse il fallimento più silenzioso e più costoso delle democrazie occidentali contemporanee.

Tutti lo vivono. Pochi lo capiscono. Nessuno lo dice ad alta voce.

E soprattutto, nessuno lo aggiusta. Non perché sia tecnicamente impossibile, le soluzioni sono banali e note da decenni: aliquote marginali che non superino mai il 50%, ritiro graduale dei benefici invece di scalini brutali, integrazione tra fisco e welfare, trasparenza sufficiente perché un cittadino normale capisca cosa paga e cosa riceve.

Ma chi ha il potere di implementare queste soluzioni non ha nessun incentivo a farlo. I benefici arriverebbero tra dieci anni, i costi politici oggi. E in politica, oggi batte sempre domani.

Finché la struttura degli incentivi di chi governa resta questa, il sistema resterà quello che è: una macchina che punisce chi lavora, intrappola chi non lavora, e premia chi ha già abbastanza da non dover giocare secondo le regole.

Non è cinismo. È solo osservare come funzionano i sistemi quando nessuno li ha progettati per funzionare.

Iscriviti alla newsletter The Clinical Substrate

Ogni venerdì, pattern recognition attraverso i layer che altri non vedono.