Il sistema immunitario del capitalismo globale

by Rollo


Il sistema immunitario del capitalismo globale

Ieri abbiamo visto i segnali: oro oltre 5.100 dollari, franco svizzero ai massimi dal 2011, generali cinesi epurati. Tutti sintomi dello stesso referendum silenzioso. Ma c'è un pezzo di quel puzzle che merita di essere girato dall'altra parte, perché quando lo guardi bene ti racconta una storia che pochi conoscono e che è unica nel suo genere. La Svizzera.

Otto milioni e mezzo di anime. Lo 0,1% della popolazione mondiale. Un fazzoletto di terra incastrato tra le Alpi. Eppure quando il 99,9% restante si sveglia nel panico, quando i miliardari non dormono, quando i family office cercano disperatamente un buco dove ficcare i soldi prima che evaporino, tutti corrono nella stessa direzione. E non è una storia di ieri. Non è iniziata con Lehman Brothers nel 2008, né con la bolla tech del 2000. È iniziata centodieci anni fa. E da allora non si è mai fermata.

Prima del 1914 il franco svizzero era considerato una valuta debole. Satellite del franco francese, una moneta che nessuno considerava particolarmente solida. Poi è arrivata la Prima Guerra Mondiale. Mentre l'Europa si massacrava e le valute crollavano una dopo l'altra, la Svizzera fece una cosa semplice: mantenne il gold standard. Rimase agganciata all'oro mentre tutti gli altri stampavano carta per finanziare la carneficina. Il marco tedesco passò da un pane a un marco a un pane a 750 milioni di marchi. Il franco svizzero rimase dov'era.

Fu in quel momento che nacque il mito. O meglio, la realtà.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Svizzera accumulò oro scambiando materie prime con la Germania. Alla fine del conflitto, quando gli americani costruirono il nuovo ordine monetario a Bretton Woods, la Svizzera disse no. Rifiutò di agganciare il franco al dollaro come tutti gli altri. Rimase fuori dal sistema, indipendente, ancorata alle proprie regole. Quando Bretton Woods collassò nel 1971, il franco si rafforzò ancora. Crisi petrolifere degli anni '70: il franco si rafforzò. Nel 1978 la Banca Nazionale Svizzera dovette mettere il primo cap della storia, un tetto al cambio contro il marco tedesco, perché l'apprezzamento stava strangolando l'economia. Funzionò per un po'. Poi smise di funzionare.

Centodieci anni. Cinque generazioni. Due guerre mondiali. La fine del gold standard. La fine di Bretton Woods. Ogni singola crisi del capitalismo moderno. E ogni volta la stessa dinamica: il mondo ha paura, i capitali scappano in Svizzera, il franco si rafforza, la Svizzera paga il conto.

I numeri di oggi sono osceni se li guardi con gli occhi giusti. La Banca Nazionale Svizzera ha un bilancio di oltre mille miliardi di franchi. Il 130% del PIL del paese. La Federal Reserve americana, che stampa la valuta di riserva mondiale, sta al 30%. La BNS è la banca centrale più esposta del pianeta in proporzione all'economia che dovrebbe servire. E quasi tutto quel bilancio è in valute estere. Euro, dollari, sterline, azioni globali. Asset che perdono valore ogni volta che il franco si rafforza.

E il franco si rafforza ogni volta che il mondo ha paura. Da centodieci anni.

Nel 2022 la BNS ha perso 132 miliardi di franchi. La perdita più grande della sua storia. Non per speculazioni andate male o investimenti azzardati. Per il semplice fatto che la sua valuta si è apprezzata. Quegli euro e quei dollari in pancia valgono meno quando li riconverti in franchi. È l'unica banca centrale al mondo che viene punita sistematicamente per la fiducia che il mondo ripone in lei. Pensaci. Vieni punito perché sei affidabile. Perdi soldi perché tutti si fidano di te. È una trappola senza uscita che dura da un secolo.

La BNS ha provato a difendersi. Per decenni ha comprato valute estere a palate cercando di tenere il franco debole per non ammazzare gli esportatori. Ha funzionato, più o meno, finché non ha smesso di funzionare. Nel 1978 mise un cap contro il marco. Nel settembre 2011, con l'euro che sprofondava nella crisi del debito sovrano, tracciò un'altra linea nella sabbia: 1,20 franchi per euro, non un centesimo di più. "Difenderemo questa soglia con la massima determinazione e risorse illimitate." Per tre anni ci riuscirono, accumulando centinaia di miliardi in riserve che non volevano.

Poi è arrivato il 15 gennaio 2015. Il giorno che i trader chiamano ancora Frankenschock. La BCE aveva appena annunciato il quantitative easing. La BNS capì che difendere quel livello avrebbe significato comprare euro all'infinito mentre Draghi li stampava all'infinito. Alzarono bandiera bianca. In pochi minuti il franco si apprezzò del 30%. Broker falliti. Hedge fund spazzati via. Il mercato svizzero giù del 10% in una seduta. L'economia in deflazione per mesi.

La lezione che nessuno impara mai: nemmeno una banca centrale con risorse illimitate può combattere indefinitamente contro la volontà aggregata di otto miliardi di persone di cercare un posto sicuro. Puoi rallentarli. Non puoi fermarli. E più ci provi, più accumuli rischi che prima o poi esplodono.

Oggi la morsa è ancora più stretta. Il franco ha toccato 0,78 contro dollaro, livelli che non si vedevano dal 2011. Si è apprezzato del 9,5% da inizio anno mentre tutti gli altri pregavano che non succedesse. La BNS vorrebbe intervenire ma Trump minaccia tariffe ai "manipolatori di valute". La Svizzera è già finita nella lista nera del Tesoro americano una volta. Intervenire significa rischiare una guerra commerciale con il tuo principale partner. Non intervenire significa deflazione, industria in ginocchio, pensionati che vedono i rendimenti evaporare.

Centodieci anni intrappolati nel proprio successo. Generazioni di stabilità, prudenza, neutralità hanno costruito una reputazione che ora funziona come un buco nero: attrae tutto, non lascia uscire niente. Non puoi smantellare quella reputazione nemmeno volendo, è il fondamento di tutto. Ma non puoi nemmeno impedire che ti stritoli ogni volta che il resto del mondo decide di avere paura.

Ecco perché la chiamo il sistema immunitario del capitalismo globale. Da centodieci anni assorbe gli shock. Neutralizza il panico. Quando i capitali non sanno dove andare, vanno lì invece di vagare distruttivamente amplificando il caos. Il franco è l'ancora quando tutte le altre ancore si staccano dal fondo. È il rifugio quando tutti gli altri rifugi rivelano crepe. Lo era durante l'iperinflazione di Weimar. Lo era durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo era quando Nixon chiuse la finestra dell'oro. Lo era durante le crisi petrolifere. Lo è adesso.

Ma ecco la parte che nessuno dice.

Un sistema immunitario può ammalarsi. Le malattie autoimmuni esistono precisamente perché i meccanismi di difesa si rivoltano contro il corpo. E c'è qualcosa di peggio: un sistema immunitario troppo efficiente può tenere in vita un organismo che dovrebbe morire. O almeno trasformarsi.

La Svizzera è l'antidolorifico che permette al capitalismo globale di non affrontare i suoi problemi strutturali. Da centodieci anni. Ogni volta che la pressione sale, i capitali hanno una valvola di sfogo. Il franco si apprezza, la Svizzera paga il conto, la pressione si scarica, il sistema sopravvive un altro giro senza cambiare niente. Senza quella valvola la pressione non avrebbe dove andare. L'oro non è abbastanza liquido per assorbire quei volumi. Lo yen ha dietro il Giappone con il suo 260% di debito su PIL. Il dollaro spesso è il problema da cui si scappa, non la soluzione.

Senza la Svizzera, forse il sistema sarebbe già crollato. Durante Weimar. Durante la guerra. Durante Nixon. Durante il 2008. O forse, e questa è la parte interessante, sarebbe stato costretto a riformarsi. A curare le disfunzioni invece di anestetizzarle. A costruire istituzioni che funzionano invece di appoggiarsi a otto milioni di alpini che non hanno mai chiesto di reggere il peso di otto miliardi di persone per cinque generazioni consecutive.

È il paradosso finale. La Svizzera tiene in vita un paziente che non sa di essere terminale. Da centodieci anni. Ogni crisi evitata è una riforma rimandata. Ogni panico assorbito è un incentivo a non cambiare niente. Il sistema immunitario funziona così bene che il corpo non sente più i sintomi. E quando non senti i sintomi non vai dal medico. Finché un giorno i sintomi non li senti perché è troppo tardi.

Questa settimana il franco ha toccato massimi storici. L'oro pure. Le banche centrali accumulano metallo giallo come se sapessero qualcosa che non dicono. A Pechino Xi sta smantellando il suo stesso esercito per paura. Tutti si preparano per qualcosa che nessuno nomina.

E la Svizzera? Continuerà a fare quello che fa da centodieci anni. Assorbire. Pagare. Reggere. Non ha alternative.

Ma la domanda vera è un'altra. Cosa succede quando l'antidolorifico smette di funzionare? Cosa succede quando la valvola non regge più la pressione? Cosa succede quando il sistema immunitario cede dopo un secolo di sovraccarico?

Il sistema immunitario non mente mai. Se reagisce, c'è un motivo. Ma se reagisce troppo bene per troppo tempo, forse sta nascondendo una malattia che nessuno vuole vedere.

E quella malattia, prima o poi, presenta il conto. A tutti. Compreso lo 0,1% che credeva di essere al sicuro. E l'1% che credeva che qualcuno gli avrebbe parato le spalle per sempre.

Centodieci anni è tanto. Ma niente dura in eterno. Nemmeno la Svizzera.

C'è chi dice che l'unica via d'uscita sarebbe entrare nell'Unione Europea. Dissolvere il franco nell'euro. Smettere di essere la valvola. Ma quella porta non conduce alla libertà. Conduce all'inferno. Per tutti. Perché il giorno in cui l'antidolorifico scompare, la prossima crisi non avrà dove scaricarsi. E forse, senza saperlo, è proprio questo che tiene la Svizzera fuori. Non l'orgoglio. La necessità. Di tutti.

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