Il tag che ti tradisce

C'è una foto che conosci a memoria anche se non l'hai mai vista. Una cosa tipo acqua turchese sullo sfondo, un lettino, forse un calice tenuto controluce e in basso a sinistra la scritta che vale più di tutto il resto, il nome del posto. Dubai, Marbella, Mykonos, Santorini, Bali. Chi l'ha pubblicata è convinto di aver mandato al mondo un messaggio limpido, sono arrivato, guardate dove sono e ha ragione a metà, perché un messaggio l'ha mandato per davvero, solo che non è quello che crede di aver mandato.
Conviene partire da una domanda che il poser non si fa mai, perché farsela gli rovinerebbe il gesto sul nascere: a chi è rivolta, esattamente, quella foto? Non ai suoi pari, ecco il punto che sfugge. Chi occupa davvero la sua stessa posizione sa già dove si trova, o comunque non ha bisogno del geotag per collocarlo, perché la collocazione tra pari non passa dalla didascalia messa sotto una foto, viaggia molto prima e altrove su canali che quell'immagine non tocca nemmeno. Per chi conta nel suo giro reale la foto è pura ridondanza, non aggiunge un grammo di informazione a quello che già si sa. Il tag serve a qualcun altro.
Serve al gradino sotto. Serve a chi non sa ancora dove sei collocato, a chi quella posizione la guarda dal basso e da cui, senza mai ammetterlo, stai ancora aspettando un cenno di riconoscimento. Ed è qui che il segnale si capovolge e diventa quasi tenero da osservare, perché pubblicare la meta non dimostra affatto che sei arrivato, dimostra che ti serve ancora l'applauso di gente che nel tuo giro non è entrata. Chi è dentro davvero non ha nessuno da convincere; chi qualcuno deve ancora convincerlo, per la logica stessa della cosa, dentro non c'è del tutto.
Si potrebbe obiettare, come mi sono sentito dire più di una volta, che dallo yacht ormeggiato a Montecarlo si posta eccome, che i ricchi veri riempiono i social di ponti illuminati e tramonti a bordo piscina. Vero, verissimo. Ma l'obiezione conferma la regola invece di smontarla, perché il volume di segnalazione non misura la ricchezza di chi segnala, misura l'insicurezza della sua posizione. Il patrimonio dice quanto puoi spendere ma non dice una parola su quanto sei riconosciuto. Sono due cose distinte e la seconda si compra molto peggio della prima.
Ed è la ragione per cui certe mete esplodono di scatti mentre altre restano quasi mute. Le mete da poser hanno una caratteristica strutturale precisa, ci si accede col bonifico e non con l'appartenenza. Il posto giusto comprabile è il posto dove il segnale conta di più e vale di meno, perché tutti quelli che hanno firmato lo stesso bonifico sono lì accanto a fare la stessa identica foto e allora l'unico modo per staccarsi dal mucchio diventa postare più forte, arrivare prima. Il luogo che invece pretende una rete per entrarci, un invito, una porta che il denaro da solo non apre, quello si posta pochissimo, perché chi ci sta dentro non sente il bisogno di dirlo e chi lo dicesse rivelerebbe soltanto di esserci finito per caso.
Diciamo quindi che la foto geolocalizzata funziona come una dichiarazione involontaria di dove ti collochi nella tua stessa testa, non dove ti trovi fisicamente ma dove ti senti ancora in bilico. Chi si sa arrivato tratta il posto come uno sfondo qualunque, lo nomina di sfuggita se lo nomina, perché gli è semplicemente capitato di essere lì. Chi sta ancora salendo tratta lo stesso posto come la notizia del giorno, perché la notizia vera è che ci è arrivato lui. La differenza tra le due immagini non sta nel luogo, che è identico, ma sta in chi le riceve dall'altra parte e capisce, nel giro di un secondo, quale delle due gli sta parlando e perché.
Poi c'è quello che dallo stesso yacht, dalla stessa spiaggia impossibile, non pubblica niente. Non per modestia, che la modestia ostentata è soltanto un'altra recita più raffinata, ma perché non gli viene proprio, perché non ha in testa nessuno da mettere al corrente, semplicemente sta già dove voleva essere e con le persone con cui voleva starci e quelle persone ce le ha accanto, non sparse dietro uno schermo a tremila chilometri di distanza. La prossima estate provaci, isolalo nella folla, quello che non fotografa la vista, c'è una probabilità alta che sia l'unico, nel raggio di cento metri, ad averla davvero guardata.
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