Il tovagliolo che non si trova più

by Rollo


Il tovagliolo che non si trova più

Ho impiegato qualche giorno a capire che i tovaglioli di stoffa decenti non si comprano più nei posti dove si comprano le cose per la casa. Si comprano nei cataloghi che riforniscono i ristoranti e non è una boutade da collezionista di oggetti fuori produzione ma è letteralmente il canale, ovvero le stesse aziende che vendono ai catering il piatto da sotto e il portatovagliolo, con i listini in confezioni da venticinque e le fotografie da magazzino.

Nel canale normale, quello pensato per chi apparecchia la propria tavola, il tovagliolo che trovi misura quaranta o quarantacinque centimetri di lato, spesso è in misto cotone o in quello che i cataloghi chiamano con notevole faccia tosta "effetto lino" e arriva in confezioni da dodici a venti o trenta euro. Quello in lino vero, con l'orlo a giorno, sta dall'altra parte, dove le lavanderie industriali lo lavano, lo stirano, lo piegano alla francese con macchine dedicate e lo riconsegnano al ristorante pronto per la mise en place. Il tovagliolo da tavola, storicamente, poteva arrivare a settanta centimetri di lato ma oggi la fascia alta del retail generalista si ferma a cinquanta e la fascia bassa scende sotto i quaranta, che è la misura di quello che una volta si chiamava tovagliolo da dessert.

La spiegazione che viene naturale è che la gente non abbia più gusto e abbia scelto la carta perché è ovviamente comoda ma si tratta di una spiegazione consolatoria per chi la formula, perché lo colloca automaticamente dalla parte giusta ed è anche piuttosto debole, perché non spiega la cosa più interessante di tutta la faccenda, ovvero che il prodotto non è scomparso ma è vivo, si produce, si vende, ha listini e cataloghi. Semplicemente non è più venduto a me. Quando un oggetto sopravvive in un canale e muore in un altro, la variabile che è cambiata non è l'estetica di chi compra ma è qualcosa nella struttura che rendeva quell'oggetto utilizzabile.

Il tovagliolo di stoffa ha un ciclo di vita fatto di quattro passaggi in cui si usa, si lava, si stira, si ripone. Tre di questi quattro passaggi sono stati automatizzati nel corso del Novecento e uno no. La lavatrice ha risolto il lavaggio negli anni Cinquanta e Sessanta e se il collo di bottiglia fosse stato lì la questione si sarebbe chiusa allora, con il tovagliolo di stoffa che tornava in tutte le case invece di uscirne. Lo stiro invece è rimasto esattamente dove stava, e cioè un'ora di lavoro umano non delegabile, che nessun elettrodomestico ha mai sostituito davvero e che ha la caratteristica di essere noioso, ripetitivo, invisibile nel risultato per chiunque non sia chi lo ha fatto.

Ed è qui che il ragionamento smette di riguardare i tovaglioli, perché la padrona della casa borghese che teneva ventiquattro tovaglioli nel cassetto con le iniziali ricamate non li stirava, ma li faceva stirare. Prima da personale domestico pagato una cifra che oggi sarebbe illegale, poi, quando quel personale è diventato inaccessibile alla media borghesia, dalla lavanderia di quartiere, che era un esercizio commerciale diffuso capillarmente proprio perché esisteva una domanda quotidiana di quel servizio. Il tovagliolo di lino non è mai stato un oggetto che una famiglia manteneva da sola ed era il terminale visibile di una filiera di lavoro a basso costo che stava a monte e che nessuno nominava mai, perché le infrastrutture funzionanti sono per definizione quelle di cui non si parla.

Quando quel lavoro è diventato costoso, il tovagliolo è diventato costoso. Non nel prezzo di acquisto, che è rimasto ridicolo, ma nel costo di esercizio, che è l'unico numero che conti davvero e che nessuno calcola perché non compare su nessuna ricevuta. Dodici tovaglioli di lino costano trenta euro e ti costeranno, nell'arco di dieci anni, qualche centinaio di ore della tua vita passate davanti a un asse da stiro. Il ristorante fa lo stesso conto e arriva a una conclusione diversa, perché il ristorante non stira ma firma un contratto con una lavanderia che stira con presse industriali e piegatrici, ammortizzando il costo su decine di migliaia di pezzi. È esternalizzazione, esattamente come lo era la servitù, solo con un contratto invece che con una scala sociale.

Quello che è successo non è che una preferenza estetica sia cambiata ma si è invece dissolta l'infrastruttura di manutenzione che rendeva quella preferenza esercitabile e la preferenza è caduta per conseguenza, senza che nessuno prendesse mai una decisione. Nessuna famiglia si è seduta a tavola una sera del 1978 e ha deliberato il passaggio alla carta. Magari ha semplicemente chiuso la lavanderia sotto casa, o è raddoppiato il prezzo, o è entrata in casa una persona in meno che si occupava di quelle cose e il cassetto del corredo ha smesso di essere aperto tutti i giorni per diventare il cassetto che si apre a Natale.

Il pattern che ne esce è generalizzabile e vale la pena guardarlo bene, perché descrive metà degli oggetti che ci sembrano scomparsi per decadenza del gusto. Quando la filiera di manutenzione di un oggetto si dirada, l'oggetto non muore, ma fa una di due cose: o migra verso i due estremi del mercato, sopravvivendo nel canale professionale dove il servizio esiste ancora per ragioni industriali e nel canale del lusso decorativo dove il costo di esercizio è irrilevante perché l'uso è occasionale. Oppure si degrada tecnicamente fino a non avere più bisogno di quel servizio, mantenendo il nome e perdendo la sostanza.

La camicia è il caso di scuola della seconda strada. Richiede stiro esattamente come il tovagliolo, la lavanderia costa esattamente quanto costa, eppure la camicia non è scomparsa da nessuna casa. È sopravvissuta trasformandosi con il non stiro, le fibre miste, i trattamenti chimici sul cotone che gli tolgono la mano e gli lasciano la forma. Nessuno l'ha chiamata una resa, l'hanno chiamata innovazione di prodotto e in un certo senso lo era, perché ha risolto un problema reale, solo che l'ha risolto abbassando l'oggetto al livello dell'infrastruttura residua invece di ricostruire l'infrastruttura.

Il tovagliolo di carta è la stessa identica cosa. È il non stiro del tovagliolo, ovvero la versione dell'oggetto ricalibrata su una casa che non ha più nessuno a monte. Chiamarlo barbarie è un modo elegante per non vedere il meccanismo. Non è arrivato al posto della stoffa perché qualcuno lo preferiva ma è invece arrivato perché era l'unica forma in cui quella funzione poteva continuare a esistere dentro il vincolo di lavoro disponibile.

C'è un punto onesto da fare ed è quello che mi convince di più della lettura. Anche i ristoranti stanno passando alla carta, non i migliori, ma la fascia media sì, e da anni. Il che smentisce l'idea che sia il canale professionale a proteggere lo standard e conferma invece che a proteggerlo è soltanto la lavanderia, ovvero il servizio. Dove il contratto con la lavanderia regge economicamente, il lino resta, dove non regge più, il ristorante fa esattamente la stessa cosa che ha fatto la famiglia trent'anni prima, con la stessa assenza di deliberazione. Il canale non è la causa quindi, ma è solo l'ultimo posto dove la causa è ancora attiva.

Vale per molto altro, una volta che hai visto la forma. Le scarpe risuolabili sono sopravvissute dove è sopravvissuto il calzolaio e il calzolaio è sopravvissuto dove c'era abbastanza volume da tenerlo in attività; altrove la scarpa si è degradata tecnicamente in un oggetto incollato che non è riparabile per costruzione e nessuno lo ha deciso. I capi su misura vivono dove vive la sartoria. L'orologio meccanico ha fatto la migrazione verso l'alto, diventando gioielleria, mentre la sua funzione originaria è passata a un oggetto che non richiede manutenzione perché si butta.

Da questo punto di vista il moralismo sulla decadenza dei costumi è la lettura più debole possibile e lo dico da persona a cui il tovagliolo di carta a tavola dà un fastidio fisico. È debole perché attribuisce a una scelta collettiva quello che è il risultato aggregato di migliaia di piccole rese individuali di fronte a un vincolo che si stringeva ed è debole soprattutto perché non offre nessuna leva. Se il problema è che la gente è diventata volgare, non c'è niente da fare se non lamentarsi con eleganza. Se il problema è che è morta una filiera, allora la domanda diventa un'altra: quali filiere stanno morendo adesso, sotto quali oggetti che diamo per scontati e cosa si degraderà nei prossimi vent'anni mantenendo lo stesso nome che ha oggi.

Intanto io continuo a comprare dal fornitore dei ristoranti e li porto a lavare e stirare in lavanderia, il che significa che non sto facendo niente di diverso da quello che fa un ristorante, soltanto su una scala ridicola. Non sto comprando gusto: sto comprando l'ultimo tratto di filiera rimasto in piedi e lo compro al prezzo pieno che una volta era distribuito su una struttura sociale intera. Funziona finché quella lavanderia resta aperta.