Il tè delle cinque o delle undici, o delle tre

C'è qualcosa di strano in questi giorni sospesi tra Natale e Capodanno. Il calendario dice che sono giorni come gli altri, ma tutti sappiamo che non è vero. Le email rallentano fino quasi a fermarsi. I messaggi di lavoro diventano rari, quasi timidi, come se chi li manda si scusasse per l'intrusione. Le urgenze che una settimana fa sembravano questioni di vita o di morte si rivelano per quello che erano sempre state: cose che potevano aspettare.
In questo vuoto temporaneo succede qualcosa di interessante. I pensieri che normalmente teniamo a bada con l'attività frenetica trovano spazio per emergere. Domande che evitiamo con maestria durante l'anno, sulle scelte fatte, sulle direzioni prese, su quello che conta davvero, si affacciano mentre fissi il vapore che sale dalla tazza. Arrivano, restano un attimo, poi sfuggono via tra un sorso e l'altro. Non pretendono risposte immediate. Si accontentano di essere notate.
È più facile fermarsi quando il mondo intorno si ferma con te. Non devi giustificarti, non devi spiegare perché non stai "producendo". Il permesso è implicito, collettivo. Ed è forse per questo che questi giorni hanno un sapore diverso: non perché succeda qualcosa di speciale, ma perché finalmente non succede niente. E nel non succedere, qualcos'altro diventa possibile.
La macchina senza interruttore
Ho un rapporto complicato con il fermarmi. Complicato nel senso che per anni l'ho considerato un lusso che non potevo permettermi, poi una debolezza da nascondere, poi un'inefficienza da ottimizzare. Chi progetta sistemi per vivere sviluppa una specie di deformazione professionale: vede meccanismi ovunque. Nelle organizzazioni, nei mercati, nelle relazioni, in tutto per decenni. La mente diventa una macchina per connettere punti, identificare strutture, anticipare dinamiche.
Il problema è che questa macchina non ha un interruttore. O meglio: l'interruttore esiste, ma non funziona come pensi. Non puoi semplicemente decidere di smettere di vedere schemi. La mente continua a lavorare anche quando il resto di te è seduto su un divano in pantaloni scozzesi con una tazza di Earl Grey in mano.
Per anni ho vissuto questa cosa come un difetto. L'incapacità di staccare veramente, di essere presente senza che una parte di me stesse già analizzando, collegando, proiettando. Vedevo altri che sembravano capaci di spegnere tutto e mi chiedevo cosa avessero loro che a me mancava. Poi ho capito che forse la domanda era sbagliata.
Non si tratta di spegnere. Si tratta di cambiare il rapporto con quello che non si spegne.
Quello che non fai
La scoperta, per me, è stata che anche quei momenti fanno parte del processo. Non nel senso produttivistico del "riposo che ricarica per lavorare meglio", quella è ancora logica da criceto sulla ruota. Parlo di qualcosa di diverso: l'accettazione che il non fare è una forma del fare. Che molte cose si sistemano da sole, senza il nostro intervento ansioso. Che la qualità di quello che produci dipende anche dalla qualità di quello che non produci.
C'è voluto tempo per arrivare a questo. Non c'è stato un momento specifico, nessuna scoperta drammatica, nessun crollo seguito da rinascita come piace raccontare a chi vende corsi di crescita personale. Solo un'erosione graduale, quasi impercettibile, della convinzione che fare di più significhi automaticamente ottenere di più. E la scoperta, quasi accidentale, che alcune delle intuizioni migliori arrivano proprio quando non le stai cercando. Quando hai mollato la presa. Quando hai smesso di forzare.
Lo spazio che tiene insieme le cose
I giardinieri giapponesi hanno un concetto che si chiama "ma", lo spazio vuoto che dà significato a quello che lo circonda. Non è assenza, è presenza di un altro tipo. È quello che permette agli elementi di respirare, di esistere in relazione invece che in competizione. Senza il vuoto, il pieno diventa soffocamento.
Ho iniziato ad applicare questa idea al modo in cui lavoro e poi al modo in cui vivo. Non come filosofia astratta, ma come pratica concreta. Lasciare spazi vuoti nell'agenda non perché non ho niente da fare, ma perché quello spazio è il "ma" che dà senso al resto. Permettere ai progetti di respirare invece di soffocarli con interventi continui. Accettare che non tutto deve essere ottimizzato, monitorato, migliorato.
Sistemi che respirano da soli
Il paradosso vero è questo: più progetti sistemi che funzionano, più impari che i sistemi migliori sono quelli che richiedono meno intervento. Che respirano da soli. Che non hanno bisogno di te lì a controllare ogni variabile. I sistemi fragili sono quelli che crollano appena ti distrai. I sistemi robusti sopravvivono alla tua assenza. I sistemi davvero ben progettati migliorano quando li lasci in pace.
E se questo vale per i sistemi che progetti, perché non dovrebbe valere per il sistema che sei?
Ho smesso di sentirmi in colpa per i pomeriggi passati a bere tè guardando fuori dalla finestra. Non perché in quei momenti stia "elaborando" o "lasciando sedimentare", magari sì, magari no, non è questo il punto. Il punto è che ho capito che correre per avere l'impressione di essere impegnati è solo uno spreco di energia travestito da produttività . Un modo per evitare di fare i conti con domande più scomode. Un'anestesia socialmente accettabile.
Pensare ed essere pensati
Queste feste mi hanno regalato alcuni di quei momenti. Mattine senza sveglia, pomeriggi senza agenda, sere senza la sensazione di dover recuperare qualcosa ed una nuova casa che però non si sistemerà da sola. La mente continua a fare quello che fa, vede connessioni, nota pattern, costruisce ipotesi, ma lo fa in sottofondo, come un programma che gira senza bisogno di attenzione costante. E intanto il resto di me può stare qui, presente, a godersi il sapore di un Earl Grey con un po' di latte.
C'è una differenza sottile ma importante tra il pensare e l'essere pensati. Tra usare la mente e farsi usare dalla mente. Per anni sono stato dalla parte sbagliata di questa distinzione. Credevo che più pensavo, più controllavo. Invece più pensavo, più ero controllato. Dai pensieri stessi, dalla loro urgenza apparente, dalla loro pretesa di essere tutti importanti, tutti degni di attenzione immediata.
Imparare a lasciar andare i pensieri senza afferrarli tutti è stata una delle cose più difficili. Non meditazione nel senso formale. Quella l'ho provata, non fa per me, ma qualcosa di più semplice e quotidiano. La capacità di notare un pensiero, riconoscerlo, e poi lasciarlo passare come una nuvola. Tornerà se è importante. Se non torna, evidentemente non lo era.
Il sapore del presente
I biscotti accanto al tè hanno questa funzione, in un certo senso. Sono un'à ncora al presente, una scusa per tornare qui quando la mente vorrebbe portarmi altrove. Il sapore del burro, la consistenza friabile, il modo in cui si sposano con il bergamotto del tè ed il sapore del latte. Piccoli piaceri che non hanno bisogno di giustificazione, di ottimizzazione, di inserimento in qualche framework più ampio.
Forse è questo che questi giorni sospesi ci insegnano, se siamo disposti ad ascoltare. Che il valore non sta solo in quello che produciamo, ma anche in quello che ci permettiamo di non produrre. Che le pause non sono il contrario del lavoro, ma parte di un ritmo più ampio che include entrambi. Che a volte la cosa più produttiva che puoi fare è niente.
Non sono diventato un monaco zen, sia chiaro. Domani o dopodomani il mondo riprenderà a girare alla velocità normale, le email ricominceranno ad arrivare, le urgenze torneranno a sembrare urgenti. E io tornerò a fare quello che faccio: vedere pattern, progettare sistemi, cercare di capire come funzionano le cose per farle funzionare meglio.
Ma porterò con me qualcosa di questi giorni. La memoria di un ritmo diverso. La conferma che si può rallentare senza che il mondo crolli. E forse, ogni tanto, il permesso di sedermi con una tazza di tè senza nessun altro motivo che il piacere di farlo.
Ora, se permettete, questo Earl Grey non si beve da solo. E i biscotti non hanno intenzione di aspettare.
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