Il vero prodotto dei dazi americani è l'esenzione

Lunedì 7 settembre Trump ha scritto su Truth Social che Bombardier non venderà più aerei negli Stati Uniti perché i suoi prodotti non sono abbastanza buoni, il titolo ha perso fra il cinque e il nove per cento e i giornali hanno raccontato prima la minaccia, poi lo strappo dei repubblicani del Kansas, dove l'azienda canadese tiene il quartier generale della propria divisione difesa. La parte che merita attenzione non è però la minaccia, bensì la risposta che ha ricevuto.
Jerry Moran, che presiede la sottocommissione Appropriations su Commercio, Giustizia e Scienza, cioè l'organo che scrive il bilancio del Dipartimento del Commercio, ha dichiarato di aver contattato l'amministrazione perché il presidente fosse consapevole del significativo contributo di Bombardier al Kansas e dell'importanza della sua presenza a Wichita. Roger Marshall ha scritto su X che si batterà per i milleduecento posti di lavoro del Kansas, aggiungendo di aver già portato quella preoccupazione dentro lo Studio Ovale. Il deputato Ron Estes, senza commentare direttamente il presidente, ha chiesto pubblicamente l'esenzione dai dazi per la componentistica aeronautica.
Tre richieste di esenzione formulate in tre registri diversi, nessuna delle quali passa da un modulo. Capire perché arrivino in questa forma spiega la politica commerciale americana molto meglio di qualunque discussione sull'aliquota. Conviene partire da un fatto che quasi nessuno ha messo accanto alla notizia: contro Bombardier non esiste in questo momento uno strumento tariffario pronto all'uso.
Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito sei a tre che l'International Emergency Economic Powers Act non autorizza il presidente a imporre dazi, osservando che la legge parla di regolare le importazioni senza nominare mai dazi né imposte, perché regolare non è tassare. È caduto così lo strumento più largo e meno costoso sul piano procedurale che l'esecutivo avesse a disposizione. Il 9 luglio 2026 la stessa amministrazione ha poi chiuso senza imporre alcun dazio l'indagine Section 232 su aerei commerciali, motori e componenti che aveva aperto il primo maggio 2025, sostituendo la tariffa con 180 giorni di negoziato che scadono intorno al cinque gennaio 2027. L'aeronautica risulta quindi l'unico settore esaminato in modo formale e poi deliberatamente lasciato fuori dai dazi, per decisione dello stesso presidente, otto settimane prima del post di lunedì. Quello che resta sul tavolo non è un'imposta ma un rapporto individuale da negoziare, ragione per cui la reazione è arrivata sotto forma di telefonate anziché di memorie difensive.
Il precedente è misurato. Fra il 19 marzo 2018 e il 18 novembre 2019 il Dipartimento del Commercio ha ricevuto 106.155 domande di esclusione dai dazi Section 232 contro le circa 4.500 che aveva previsto, sforando i propri termini nel 79 per cento dei casi. Presi da soli questi numeri raccontano un'amministrazione travolta dal volume, mentre il dato che conta sta altrove.
Circa un quarto delle domande riceveva un'obiezione da un produttore nazionale, il che cambiava tutto: quando l'obiezione arrivava, sull'acciaio il rifiuto seguiva nell'82 per cento dei casi, mentre in sua assenza si fermava al 14. L'esito non dipendeva quindi dal prodotto, dai volumi o dalla effettiva disponibilità di quell'acciaio sul mercato interno, ma da un fatto esterno all'impresa che presentava la domanda, cioè dal fatto che un concorrente si accorgesse della pratica e avesse la struttura per opporsi entro i termini. Il dazio era la regola generale, però la regola generale non decideva nulla: decideva il procedimento individuale, che premiava chi presidiava il fascicolo.
Come funzionasse davvero quel procedimento lo ha scritto l'Inspector General del Dipartimento in un memorandum dell'ottobre 2019, rilevando che l'ufficio competente aveva riesaminato esclusioni già approvate e pubblicate su richiesta di un obiettore, che aveva modificato i propri criteri interni entro pochi giorni dal ricevimento di una comunicazione di un obiettore senza consultare le altre parti, mentre su oltre cento fra riunioni e telefonate con i portatori di interesse nessuna aveva un verbale. Non serve chiamarla corruzione, perché è l'esito che un'architettura produce da sola quando la discrezionalità è ampia, i criteri sono modificabili in corsa e la documentazione è facoltativa. Nessuno deve volerlo perché accada.
Lo stesso meccanismo era già stato misurato cinquantadue anni fa da Anne Krueger, l'economista americana che poi sarebbe diventata capo economista della Banca Mondiale e numero due del Fondo Monetario Internazionale, alla quale si deve l'espressione rent seeking, coniata proprio nell'articolo che qui interessa. La tesi di quel lavoro del 1974 è che una restrizione quantitativa crea una rendita per la quale gli operatori competono investendo risorse reali, dalla capacità produttiva costruita al solo scopo di qualificarsi fino alle posizioni cercate dentro l'amministrazione che alloca. Nell'India del 1964 quelle rendite valevano il 7,3 per cento del reddito nazionale, per due terzi riconducibili alle sole licenze d'importazione. Il costo vero non era il dazio ma quanto le imprese spendevano per stare dalla parte giusta del cancello.
Arriviamo così alla parte che nessuno sta commentando e che a mio giudizio è il fatto più rilevante degli ultimi diciotto mesi in materia. Il 10 febbraio 2025 il processo di esclusione per acciaio e alluminio è stato terminato, le General Approved Exclusions sono scadute il mese successivo e al loro posto è nato un processo di inclusione, nel quale l'istanza la presenta il produttore nazionale per chiedere che altri prodotti vengano portati sotto dazio, con finestre di due settimane aperte tre volte l'anno. Il 19 agosto 2025 sono stati aggiunti 407 codici doganali. Il cancello continua dunque ad aprirsi, ma in una direzione sola: chi ha una relazione con Washington può far entrare il concorrente sotto dazio, mentre chi ne subisce l'effetto non dispone più del modulo per uscirne.
Poi c'è la Section 338 del Tariff Act del 1930, invocata negli anni Trenta contro Francia, Spagna, Germania e Australia ma mai usata per imporre davvero un dazio in quasi un secolo, che consente fino al cinquanta per cento ad valorem contro un paese che discrimini il commercio americano senza richiedere inchiesta, pubblicazione, periodo di commenti o audizione, bastando trenta giorni di preavviso. Le proclamazioni 11046, 11047 e 11048 del 20 luglio 2026 l'hanno applicata al Canada su bevande alcoliche, latticini e veicoli a motore con effetto dalle 00:01 del 19 agosto, salvo che una quarta proclamazione ha poi spostato quella data al 22 agosto motivando la sospensione con l'impegno espresso da Ottawa a rimuovere le discriminazioni. I negoziati si sono rotti il 21 agosto e i dazi sono entrati in vigore il giorno seguente. Vale la pena fermarsi su quei tre giorni, perché una sospensione di settantadue ore concessa per proclamazione presidenziale è già di per sé un atto di esenzione, esercitato alla scala del calendario.
È però la clausola successiva a rendere leggibile tutto il resto. Il testo di quelle proclamazioni stabilisce che i dazi non si applicano agli articoli già soggetti a Section 232 né agli articoli, esclusi i velivoli senza pilota, coperti dall'accordo dell'Organizzazione mondiale del commercio sul commercio degli aeromobili civili. Tradotto: gli aeromobili civili canadesi erano già esentati dal cinquanta per cento per volontà scritta dello stesso presidente, dal 20 luglio, sette settimane prima che lo stesso presidente annunciasse che quegli aerei non devono più essere venduti negli Stati Uniti.
Per ottenere quell'esenzione nessuno ha presentato niente. Non esiste un modulo, non esiste un termine, non esiste un concorrente che possa depositare un'obiezione, non esiste un fascicolo da presidiare. L'esenzione non si domanda più, si riceve. Chi la ottiene lo scopre leggendo un allegato.
La domanda di esenzione dunque non sparisce quando sparisce il modulo, semplicemente cambia forma: le 106.155 pratiche del 2018 lasciavano comunque una traccia fatta di un richiedente, di un obiettore, di una data e di un esito, mentre oggi, nei settori che contano di più, restano soltanto la clausola scritta nell'allegato e la telefonata di chi ha titolo per farla. Il che rende la chiamata di Moran, che presiede la sottocommissione da cui dipende il bilancio del Dipartimento titolare di quelle procedure, non un episodio di cronaca politica bensì l'istituzione che ha preso il posto del fascicolo.
Da qui discende una conseguenza che rovescia l'aspettativa ingenua secondo cui le imprese farebbero pressione contro il protezionismo. Fanno pressione per la propria esenzione, che ha valore soltanto finché il dazio continua a esistere per tutti gli altri, cosicché chi è passato dal cancello diventa il difensore più affidabile del cancello stesso. Il regime si costruisce la propria coalizione a partire da quelli che ha colpito per primi.
Se siete dall'altra parte del tavolo, ci sono quattro cose che conviene non fare.
Non deducete la vostra posizione dai comunicati, perché quella di Bombardier stava in una clausola di paragrafo di una proclamazione di luglio mentre il titolo di settembre diceva l'opposto, ma fra le due la sola che produce effetti doganali è la prima. Leggete gli allegati.
Non ottimizzate sull'aliquota, che è la variabile più visibile e insieme la più instabile, tanto che a febbraio una sentenza ne ha azzerata una parte in un giorno mentre il procedimento è rimasto intatto. Ottimizzate sul procedimento, perché il procedimento sopravvive alle sentenze.
Non trattate l'esenzione come un problema legale, dato che l'esito dipende dall'obiezione di un concorrente, cioè da una variabile che il vostro avvocato non controlla, mentre la mappa di quali concorrenti presidiano Washington e con quale continuità è conoscibile in anticipo da chiunque si prenda la briga di costruirla.
E non chiedete in pubblico. Moran, Marshall ed Estes hanno reso nota in ventiquattro ore la geografia industriale di Bombardier in Kansas, cosicché chiunque negozi contro gli Stati Uniti sa adesso dove colpire per produrre attrito dentro la coalizione repubblicana, il che fa di un'esenzione ottenuta pubblicamente un bersaglio consegnato al turno successivo.
Restano tre marcatori da guardare al posto dei comunicati. Il primo scade intorno al cinque gennaio 2027, alla fine dei 180 giorni aperti il 9 luglio: se entro quella data comparirà qualcosa agli atti su Bombardier, un avviso in Federal Register oppure una determinazione di Commerce o dell'USTR, allora il post di lunedì era negoziato, mentre se non comparirà nulla era residuo. Il secondo sono i tassi di approvazione delle prossime finestre di inclusione, ricostruibili dal registro pubblico BIS-2025-0023 su Regulations.gov, perché se restano vicini al cento per cento quel processo non è un filtro tecnico ma uno sportello. Il terzo sono i nomi dei richiedenti, che stanno nello stesso registro: chi compare in più finestre consecutive non sta difendendo un prodotto, sta costruendo una posizione.
Nel 1974 la futura numero due del Fondo Monetario misurava tutto questo su economie che nessuno in Occidente avrebbe preso a modello. Per gli Stati Uniti del 2026 quel numero non l'ha ancora calcolato nessuno.