Il voto che nessuno ha capito

Tra qualche mese, forse qualche anno, sentirete qualcuno lamentarsi del sistema giudiziario italiano. Della magistratura corporativa, oppure dei giudici asserviti al potere politico, dipende da che parte soffia il vento. E quella persona, con ogni probabilità , era in fila a un seggio elettorale questo fine settimana.
Più del 46% degli aventi diritto ha votato. Record per un referendum costituzionale. Tutti a casa a raccontare di aver fatto il proprio dovere civico. Peccato che il dovere civico, nella versione adulta, prevedrebbe anche sapere su cosa si sta votando.
La riforma sul tavolo modificava nove articoli della Costituzione. Separava le carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiava il Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, introduceva il sorteggio per la composizione di quei consigli, creava una corte disciplinare autonoma. Roba su cui i costituzionalisti litigano da trent'anni con argomenti che richiedono una certa familiarità con il diritto per essere anche solo seguiti, figuriamoci valutati. Chiedere a un elettore medio di formarsi un'opinione genuina su questo in poche settimane di campagna è come chiedere a qualcuno di giudicare un intervento di neurochirurgia dopo aver visto un documentario su Netflix.
Quindi cosa ha fatto l'elettore? L'unica cosa sensata disponibile: ha guardato chi si fidava di più e ha fatto come quello.
Chi segue la sinistra ha votato No perché la sinistra ha detto No. Chi sta col governo ha votato Sì perché il governo voleva il Sì. Chi diffida della magistratura per ragioni proprie, accumulate in decenni di processi spettacolo e correnti politicizzate, ha trovato nel Sì una piccola vendetta simbolica. Chi considera i magistrati l'ultimo argine contro la deriva autoritaria ha votato No come atto di resistenza. Nessuno dei due ha letto la riforma. Quasi nessuno, almeno.
Non è stupidità . È razionalità perfettamente calibrata su un sistema di informazione che non è attrezzato per produrre comprensione su materie tecniche complesse in tempi elettorali. Quando l'informazione è costosa e il tempo è scarso, delegare il giudizio al proprio gruppo di riferimento è la scelta più efficiente disponibile. Il problema non è nell'elettore.
Il problema è che nessun attore ha avuto interesse a spiegare davvero.
Il centrodestra ha promosso la riforma senza mai trovare un messaggio che uscisse dalla propria cerchia. Il centrosinistra ha costruito l'opposizione quasi interamente sulla difesa della magistratura come istituzione, un posizionamento che funziona per chi già odia il governo e aliena chiunque abbia vissuto sulla propria pelle un processo sbagliato. I magistrati stessi hanno fatto campagna con una compattezza che ha dimostrato involontariamente esattamente quello che la riforma voleva correggere: un ordine che si comporta come corpo separato, capace di mobilitarsi in difesa dei propri interessi istituzionali con una coerenza che non mostra mai quando si tratta di rispondere degli errori propri.
Un regalo a chi voleva il Sì, consegnato da chi voleva il No.
Nel vuoto lasciato da una campagna senza frame credibili, ha vinto il riflesso tribale. Come sempre. Come quasi sempre accade quando la complessità tecnica supera la capacità di orientamento che il sistema politico è disposto a costruire nell'elettore, perché un elettore davvero informato è un elettore meno manovrabile.
Il risultato di oggi, qualunque sia, non risolve niente di strutturale. Le patologie della magistratura italiana non dipendono dall'assetto formale delle carriere. Dipendono da una cultura corporativa sedimentata in decenni, da un sistema disciplinare che non funziona indipendentemente da chi lo gestisce, da una politicizzazione delle correnti che sopravvive a qualsiasi riforma costituzionale perché affonda le radici in dinamiche di potere che nessuna scheda verde può toccare.
Chi ha votato Sì pensando di riformare davvero la giustizia resterà deluso. Chi ha votato No pensando di difendere l'indipendenza della magistratura scoprirà che quella indipendenza aveva già i propri problemi prima di oggi e li avrà anche domani.
E tra qualche anno, puntuale, tornerà a lamentarsi.
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