Il vuoto che conviene a tutti

by Rollo


Il vuoto che conviene a tutti

Il 5 febbraio 2026 è scaduto il New START, l'ultimo trattato vincolante che limitava gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia. Per la prima volta in oltre mezzo secolo, non esiste nessun accordo legale che ponga un tetto alle testate strategiche delle due potenze che detengono circa l'85% delle armi nucleari del pianeta. La notizia ha attraversato i media per qualche giorno, accompagnata dai toni allarmati di rito, per poi scomparire nel rumore di fondo della cronaca. Eppure quello che è successo non è un incidente diplomatico e non è una svista negoziale. È il prodotto di una convergenza di incentivi in cui ciascuno dei tre attori nucleari principali, Stati Uniti, Russia e Cina, trova nel vuoto istituzionale esattamente quello che gli serve.

Il trattato, firmato nel 2010 da Obama e Medvedev, limitava ciascuna delle due parti a 1.550 testate strategiche schierate su un massimo di 700 vettori tra missili balistici intercontinentali, sottomarini e bombardieri. Prevedeva un sistema di ispezioni reciproche e scambio di dati che rappresentava, nelle parole degli esperti di arms control, il cuore operativo dell'accordo: non tanto i numeri, quanto la prevedibilità. Sapere cosa ha l'altro, dove lo tiene, come lo muove. Questa infrastruttura di trasparenza si è sgretolata molto prima della scadenza formale. Le ispezioni sul campo si sono fermate nel 2020 con il Covid e non sono mai riprese. Nel febbraio 2023, dopo l'invasione dell'Ucraina, Putin ha sospeso la partecipazione russa al trattato, mantenendo formalmente i limiti numerici ma eliminando qualsiasi meccanismo di verifica. Gli Stati Uniti hanno risposto smettendo a loro volta di condividere dati. Per tre anni, il New START è stato un guscio: i numeri sulla carta restavano, ma nessuno poteva controllare che fossero rispettati.

La dinamica che ha prodotto questo risultato è più istruttiva della scadenza stessa. Ciascun attore ha avuto ragioni strutturali precise per non evitare il vuoto, pur dichiarando pubblicamente di volerlo colmare.

Per Washington, il New START era diventato un vincolo sempre più scomodo. Il programma di modernizzazione della triade nucleare americana, che secondo le stime del Congressional Budget Office costerà 946 miliardi di dollari nel prossimo decennio con un budget annuale per il 2026 di circa 60 miliardi, è pensato per un mondo in cui gli Stati Uniti devono mantenere la deterrenza simultanea contro due avversari nucleari di primo livello. La Cina, che il Pentagono stima possieda oggi oltre 600 testate operative con una traiettoria verso le 1.000 entro la fine del decennio, non è mai stata parte di nessun trattato di limitazione nucleare. Trump lo ha detto con la consueta franchezza in un'intervista al New York Times a gennaio: "Se scade, scade. Faremo un accordo migliore." E ha aggiunto che vorrebbe coinvolgere "un paio di altri giocatori". La posizione americana è chiara nella sua ambiguità calcolata: nessuna fretta di vincolarsi di nuovo, perché nel frattempo le mani sono libere per adeguare l'arsenale alla nuova realtà a due fronti.

Per Mosca, la scadenza ha offerto un'opportunità per sembrare responsabile senza esserlo davvero. A settembre 2025, Putin ha proposto di continuare a rispettare i limiti del New START per un anno dopo la scadenza, a condizione che gli americani facessero altrettanto. Il gesto è stato accolto positivamente da Trump, che ha definito l'idea "abbastanza buona". Ma guardiamo il meccanismo: la Russia propone un impegno volontario, senza ispezioni, senza scambio di dati, senza nessuno strumento che permetta di verificare il rispetto dei limiti. Lavrov lo ha confermato alla Duma l'11 febbraio 2026, dichiarando che il "moratorio" di Putin sarebbe rimasto in vigore "finché gli Stati Uniti non supereranno questi limiti", aggiungendo che la Russia avrebbe agito "in modo responsabile e bilanciato sulla base dell'analisi delle politiche militari americane". Tradotto dalla lingua della diplomazia: faremo quello che ci conviene e diremo che è quello che avevamo promesso. L'assenza di verifica rende qualsiasi impegno incontrollabile per definizione. È la forma della moderazione senza la sostanza del vincolo.

Per Pechino, ogni giorno che passa senza un trattato è un giorno guadagnato. La Cina non è mai stata parte del New START e rifiuta categoricamente di partecipare a qualsiasi negoziato trilaterale. La ragione è puramente aritmetica: con circa 600 testate contro le 3.700 americane e le 4.300 russe pronte all'uso, secondo le stime più recenti, la Cina non ha nessun interesse a congelare il proprio arsenale a un livello di inferiorità così marcato. L'insistenza americana su un trattato che includa Pechino, pur comprensibile dal punto di vista strategico, funziona nella pratica come un meccanismo di stallo perfetto: gli Stati Uniti condizionano un nuovo accordo alla partecipazione cinese, la Cina rifiuta, e nel frattempo nessun accordo vincola nessuno. Il tempo lavora per Pechino, che sta costruendo nuovi campi di silos per missili balistici intercontinentali, ha schierato per la prima volta una triade nucleare completa con capacità terra, mare e aria, e sviluppa tecnologie ipersoniche che i trattati esistenti non contemplavano nemmeno.

L'accordo informale negoziato ad Abu Dhabi a margine dei colloqui sull'Ucraina il 5 febbraio, il giorno stesso della scadenza, rivela la natura reale della situazione meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Secondo Axios, gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno discusso con i funzionari russi una "stretta di mano" per rispettare i limiti del New START per almeno sei mesi mentre si negozia un successore. Un funzionario americano ha specificato che l'accordo non poteva essere formalizzato legalmente. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha commentato che "è difficile immaginare un'estensione informale in questa materia". I negoziati si sono svolti senza la partecipazione attiva degli esperti di arms control del Dipartimento di Stato: il Sottosegretario Thomas DiNanno era a Ginevra per una conferenza ONU sul disarmo. L'architettura più delicata del sistema internazionale, quella che regola la possibilità stessa della sopravvivenza umana, viene trattata a margine di altri negoziati, da persone il cui mandato primario è un altro.

Il precedente storico più rilevante è quello del SALT II, il trattato firmato da Carter e Breznev nel 1979 e mai ratificato dal Senato americano dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Per sette anni, dal 1979 al 1986, Stati Uniti e Unione Sovietica hanno rispettato informalmente un accordo che non aveva valore legale. Carter dichiarò che avrebbe osservato i termini finché Mosca avesse fatto lo stesso; Breznev fece un'analoga dichiarazione. Reagan, che in campagna elettorale aveva definito il SALT II "fatalmente difettoso", nel 1982 promise di non fare nulla che lo compromettesse. Il sistema tenne, più o meno, fino al 1986, quando Reagan lo abbandonò citando violazioni sovietiche. Ma quel precedente operava in un contesto radicalmente diverso: una competizione bipolare, con due soli attori rilevanti, arsenali relativamente simmetrici e una lunga esperienza di negoziati strutturati. La situazione attuale è triangolare, asimmetrica e priva di qualsiasi infrastruttura negoziale consolidata. Ma c'è una differenza ancora più profonda, e riguarda il tempo. Nel 1979 un missile balistico intercontinentale impiegava circa trenta minuti per raggiungere il bersaglio: trenta minuti per verificare l'allarme, confermare il lancio, consultare la catena di comando, decidere. L'intero framework della deterrenza classica presupponeva quel margine. Le armi ipersoniche lo hanno compresso a meno di dieci minuti. I sistemi di cyber warfare possono compromettere le reti di allerta precoce in secondi. L'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi di rilevamento introduce un livello di complessità in cui la decisione umana rischia di diventare non un passaggio obbligato ma un collo di bottiglia da eliminare per ragioni di velocità. Il SALT II informale funzionò, con tutti i suoi limiti, in un mondo dove il tempo di reazione consentiva ancora la riflessione. Usarlo come precedente rassicurante oggi significa ignorare non solo che i giocatori sono tre invece di due, ma che il gioco stesso si muove a una velocità incompatibile con la stretta di mano come meccanismo di sicurezza.

Il 91% degli americani, secondo un sondaggio del gennaio 2026, ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero negoziare un nuovo accordo per mantenere o ridurre ulteriormente i limiti nucleari. L'85% di chi ha votato per Trump pensa che il presidente dovrebbe accettare la proposta russa di continuare a rispettare i limiti. C'è consenso pubblico, c'è interesse dichiarato da entrambe le parti, eppure il trattato è scaduto senza che nessuno facesse nulla di concreto per evitarlo. Quando le condizioni apparenti per un accordo sono tutte presenti e l'accordo non arriva, il problema non è nelle condizioni: è negli incentivi reali.

Chi opera nel mondo reale, chi prende decisioni con conseguenze misurabili, dovrebbe guardare a questa vicenda con attenzione chirurgica. La traiettoria è chiara: il mondo si sta muovendo verso una competizione nucleare a tre senza guardrail istituzionali, dove la deterrenza si basa interamente sulla capacità di ciascun attore di valutare correttamente le intenzioni degli altri due. È un sistema che funziona perfettamente finché nessuno sbaglia una valutazione. La storia del ventesimo secolo suggerisce che gli errori di valutazione nelle crisi nucleari non sono eccezioni rare ma quasi certezze statistiche su un arco temporale sufficientemente lungo: la crisi dei missili di Cuba nel 1962, l'incidente Petrov del 1983, l'esercitazione Able Archer dello stesso anno. In ciascuno di questi casi, la catastrofe è stata evitata non dai trattati ma dalla fortuna o dal giudizio individuale di singole persone che hanno scelto di non seguire il protocollo. Non è una base su cui costruire la sicurezza di un intero secolo.

Il punto non è che qualcuno stia pianificando un conflitto nucleare. Il punto è che il vuoto istituzionale conviene a tutti nel breve termine e non conviene a nessuno nel lungo. È la struttura classica di un problema di azione collettiva dove ogni attore razionale, perseguendo il proprio interesse immediato, produce un risultato che danneggia tutti, compreso se stesso. Ma questa analisi degli incentivi contiene essa stessa un punto cieco che va dichiarato: assume che gli attori calcolino sempre, che le decisioni vengano prese da menti lucide in condizioni di informazione ragionevole. La storia nucleare dimostra il contrario. Nei momenti di crisi acuta la razionalità non calcola: si contrae, si paralizza, si affida al protocollo o al panico. Petrov nel 1983 non ha fatto "incentive analysis" quando il sistema sovietico di allerta gli ha segnalato cinque missili americani in arrivo: ha avuto un'intuizione che contraddiceva tutto quello che il protocollo gli imponeva di fare, e ha scelto di non lanciare la rappresaglia. Se avesse seguito le regole, il mondo come lo conosciamo sarebbe finito quella notte. Quando i protocolli istituzionali si erodono, quando i trattati scadono e le ispezioni si fermano, non scompare solo la prevedibilità: scompare l'infrastruttura che permette alla razionalità di operare sotto pressione estrema. Si allarga lo spazio in cui le decisioni vengono prese dalla paranoia, dall'errore tecnico, dalla paura di sembrare deboli. E in quello spazio, il calcolo degli incentivi non serve più a niente.

Chi guarda solo alla cronaca vede una scadenza tecnica. Chi guarda alla struttura degli incentivi vede un sistema che si è progettato da solo per produrre esattamente questo risultato. Chi guarda ancora più a fondo vede che il sistema non ha bisogno di attori irrazionali per fallire: gli basta un singolo momento di crisi in cui il tempo per decidere è meno di quello che serve per pensare. Oggi quel margine si è ristretto come mai prima, e l'architettura che lo compensava non c'è più.

Iscriviti alla newsletter The Clinical Substrate

Ogni venerdì, pattern recognition attraverso i layer che altri non vedono.