Il vuoto che parla denso

by Rollo


Il vuoto che parla denso

Apri l'articolo perché il titolo prometteva qualcosa, leggi le prime duecento parole, capisci che non c'è niente, chiudi. Sono trenta secondi della tua vita che non torneranno e una piccola dose aggiuntiva di sfiducia generalizzata verso il sistema. Non verso quell'autore, verso il sistema, perché quel piccolo gesto, ripetuto per anni da chiunque abbia competenza in qualsiasi campo, ha eroso silenziosamente la fiducia nella scrittura digitale al punto che oggi quando si apre qualsiasi pagina si parte dalla presunzione di vuoto e si cerca controprova, invece che dalla presunzione di pieno e si cerca conferma.

Il vuoto è leggibile solo a chi sa, però ed è esattamente questa la ragione per cui chi produce vuoto non lo vede e continua a produrlo. Il content marketer che pubblica il millesimo "5 strategie per ottimizzare la tua leadership" pensa di star scrivendo per qualcuno che ha bisogno di leggere quelle cinque strategie, ma in realtà sta scrivendo per qualcuno che le cinque strategie le ha già lette in altre cinquecento varianti, perché il pubblico che legge contenuti su LinkedIn è, statisticamente, lo stesso pubblico che li produce. Si scrivono cose vuote agli stessi che le scrivono, in un loop chiuso di reciproca conferma di superficialità, in cui il like è l'unica metrica e il like è gratuito perché non costa attenzione, costa un secondo del pollice. È un'economia dei click in cui il prodotto è il click stesso, il contenuto è solo il pretesto, e il lettore competente è esternalità negativa che si auto-allontana dal sistema senza che il produttore se ne accorga.

C'è una parola tecnica per questo fenomeno e si chiama selezione inversa. Scrivendo per gli allocchi ti garantisci gli allocchi. Il content marketer che produce vuoto pensa di star abbassando cortesemente la barriera di ingresso, ma in realtà sta dichiarando al lettore competente "tu non sei il mio cliente, vai altrove". E ovviamente il lettore competente ringrazia, va altrove e non torna. Poi il content marketer si lamenta che i suoi lead non convertono, che il suo pubblico è "engaged ma non qualificato", che il suo funnel è rotto. Il funnel non è rotto, sta funzionando esattamente come l'ha progettato. Aggiungerei "pirla" ma stonerebbe con il mio stile clinico. Il funnel sta filtrando perfettamente per chi non sa distinguere segnale da rumore, perché quello è il pubblico che il contenuto seleziona, quindi chi scrive vuoto attrae chi consuma vuoto. È matematica della rete sociale, non sociologia.

LinkedIn, oltretutto, merita un paragrafo a sé perché ha algoritmizzato questo meccanismo al livello di grammatica obbligata. Fateci caso, apri qualsiasi feed, leggi i primi venti post, vedi sempre la stessa struttura: tre righe di hook con domanda retorica o paradosso falso, dieci-quindici righe di confessione personale autoassolutoria con dettaglio fintamente vulnerabile, dodici-diciotto righe di lezione universale estratta da quella confessione come se fosse legge di natura, due righe di call to action mascherata da domanda al pubblico. È il format. Chi non lo segue viene punito dall'algoritmo, chi lo segue viene premiato dall'algoritmo e quindi tutti lo seguono e LinkedIn è diventato un teatro a copia singola in cui migliaia di persone replicano la stessa sceneggiatura con varianti minime di costume. Il risultato è che LinkedIn è oggi territorio di pesca degli allocchi, non in senso peggiorativo verso il pubblico ma in senso strutturale verso il sistema. La piattaforma seleziona produttori e consumatori speculari nella stessa logica performativa e il lettore intellettuale ne esce o, se resta, lo fa con le pinne come si fa snorkeling in acque torbide, sapendo che il novanta percento di quello che gli passa davanti agli occhi è plancton.

Fin qui niente di nuovo dato che chiunque con un minimo di neuroni intatti potrebbe arrivare a dirlo ed è il livello base della diagnosi. Il punto più scomodo e tecnicamente più recente, viene dopo, quando pensiamo al fatto che tutto questo contenuto vuoto, prodotto a ritmo industriale negli ultimi quindici anni, non è scomparso quando è stato letto e dimenticato. È rimasto sul web, indicizzato, archiviato e "scrapato" per poi finire a fare parte del corpus di addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale generativa che oggi miliardi di persone usano per ottenere risposte. Quando uno chiede a ChatGPT, a Gemini, a Claude e amici come gestire una negoziazione difficile, parte di quello che riceve viene da Harvard Business Review, parte da paper accademici, parte da Reddit con utenti competenti e parte, ahime una parte non piccola, dai cinquecentomila articoli LinkedIn intitolati "5 strategie per ottimizzare la tua leadership". Il modello statistico non distingue qualità, distingue frequenza e la frequenza del vuoto, sul web del 2010-2024, è altissima.

Ilia Shumailov e i suoi coautori hanno pubblicato su Nature nel 2024 un paper che ha dato un nome tecnico a quello che succede quando gli LLM vengono addestrati su corpus contaminati dal loro stesso output: model collapse. Il meccanismo è elegante ed allo stesso tempo devastante. I modelli, addestrandosi ricorsivamente su contenuto generato da altri modelli, perdono progressivamente la capacità di rappresentare le code statistiche della distribuzione originale. In linguaggio meno tecnico: perdono il segnale di qualità, le voci rare, i casi anomali, i ragionamenti densi e si appiattiscono verso il centro statistico, ovvero verso la media del corpus, quindi verso il rumore. La degradazione non è ciclica ma progressiva ed ogni iterazione amplifica le distorsioni dell'iterazione precedente.

Tradotto in italiano, significa questo: Il content marketer che si lamenta che ChatGPT "produce risposte superficiali" non sta criticando ChatGPT ma sta ironicamente guardandosi allo specchio dato che Il contenuto superficiale che il modello restituisce è esattamente il contenuto superficiale che lui e migliaia di suoi colleghi hanno prodotto per quindici anni, ingerito statisticamente, riformulato fluentemente. Il sistema gli sta restituendo la sua stessa immagine processata e a mio avviso si tratta di una forma di giustizia poetica strutturalmente impeccabile e probabilmente l'unica forma di giustizia che il content marketing degli ultimi quindici anni meritasse.

C'è una nota onesta da fare a questo punto, perché altrimenti questo post sarebbe disonesto e quindi confesso che quando scrivo, lavoro in tandem con un sistema di due modelli interconnessi di intelligenza artificiale generativa, ma so perfettamente che senza pressione metodologica costante, quel sistema scivolerebbe verso il registro statistico medio del corpus su cui è stato addestrato, ovvero verso il rumore. La pressione che esercito è popperiana, sistematica, quotidiana e include falsificazione preventiva, fact-check obbligato, rifiuto del registro AI, richiesta esplicita di densità, controllo dei pattern ripetitivi. È lavoro attivo, non proprietà passiva del sistema. Il lettore medio non sa di dover esercitare questa pressione e quindi consuma output che sono medi del corpus, ovvero medi della spazzatura, presentati con la fluenza linguistica che rende impossibile distinguere a vista la sostanza dall'apparenza. Non è un problema dell'AI, è un problema dell'uso che se ne fa. Ma è un problema reale e questo post non sarebbe onesto se non lo dicesse.

Quindi il quadro complessivo è il seguente: quindici anni di content marketing vuoto hanno eroso la fiducia del lettore competente, hanno saturato lo spazio digitale al punto da seppellire chi produce sostanza, hanno selezionato produttori e consumatori speculari nella logica performativa e hanno contaminato il corpus su cui poggia l'intera generazione successiva di sistemi di sintesi informativa. Il danno è permanente, non recuperabile e di scala industriale e non c'è soluzione tecnica perché il danno è già stato fatto e i corpus contaminati sono già in circolazione. C'è solo una via e non è una soluzione, è una scelta personale: scrivere denso, sapendo che il pubblico sarà ridotto, accettando il pubblico ridotto come prezzo della qualità e lasciando che il rumore si parli addosso da solo nella sua echo chamber fino a quando non si stancherà.

Se lo sai lo sai. Se non lo sai, hai appena letto millequattrocento parole e probabilmente hai chiuso a metà. Va bene così.

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