L'acqua che Visakhapatnam non berrà

A Tarluvada, appena fuori Visakhapatnam, una collina è stata scorticata fino alla terra rossa e terrazzata a gradoni. Dalle fotografie che Reuters ha scattato il 3 agosto si vedono gli escavatori ancora al lavoro sul terreno esposto e li sotto ci finiranno quindici miliardi di dollari, che costituiscono il più grande investimento di Google in India, costruito insieme al gruppo di Gautam Adani, con la promessa di centottantottomila posti di lavoro che il governo dell'Andhra Pradesh ripete come una giaculatoria. In città marciano gli attivisti di Green Visakha e i bambini con i cartelli che dicono che i dati non si bevono, mentre l'Alta Corte dello stato ha chiesto al governo di difendersi dalle accuse di Jal Biradari, che sostiene che il progetto strangolerà un bacino già in sofferenza.
Alla domanda di Reuters sull'acqua, Google ha risposto con una formula che merita di essere letta due volte dal momento in cui ha affermato che implementerà "advanced air cooling to protect vital local water resources", ovvero raffreddamento ad aria avanzato per proteggere le risorse idriche locali. La frase è tecnicamente vera e politicamente perfetta e quello che dice davvero è che l'acqua non verrà presa lì anche se non dice che non verrà presa. Questa è la sola cosa interessante della vicenda e non la sta dicendo nessuno, né i manifestanti né chi li liquida come luddisti in sandali.
Il raffreddamento ad aria non è raffreddamento gratuito perché il calore va portato via comunque e se non lo porta via l'evaporazione lo devono portare via i compressori, che consumano corrente. In un clima costiero tropicale, con bulbo umido alto per gran parte dell'anno, il differenziale di efficienza fra un impianto evaporativo e uno interamente ad aria si colloca prudenzialmente fra il quindici e il venticinque per cento del consumo totale e facendo due conti, su un parco annunciato in scala gigawatt significa qualcosa come mille e settecento gigawattora l'anno in più che è corrente che deve arrivare da qualche parte.
La corrente in questione proviene dalla rete indiana, che nell'anno fiscale 2025-26 ha generato milleduecentottantuno miliardi di unità da carbone, poco meno del settanta per cento del totale, in calo del quattro per cento per la prima volta nella storia del paese ma ancora dominante, ma come sappiamo il carbone implica un alto consumo di acqua. La notifica del Ministero dell'ambiente del 7 dicembre 2015, emendata il 28 giugno 2018, impone agli impianti costruiti dopo il gennaio 2017 un consumo specifico massimo di tre metri cubi d'acqua per megawattora ed il Centre for Science and Environment, andando a controllare centocinquantaquattro gigawatt di capacità installata, ha trovato che circa metà degli impianti ad acqua dolce quella soglia non la rispetta affatto e che il consumo medio reale sta più vicino a quattro.
Fate il conto con me, con le assunzioni in chiaro. Millesettecento gigawattora aggiuntivi moltiplicati per tre metri cubi fanno cinque milioni e passa di metri cubi l'anno, che sono quattordici milioni di litri al giorno, inoltre se si usa il dato rilevato invece di quello normato si arriva a diciannove.
Un impianto da cento megawatt raffreddato a evaporazione consuma circa due milioni di litri al giorno secondo le stime di Dialogue Earth, quindi venti milioni per un parco da un gigawatt ed il confronto diventa impietoso nella sua banalità: il raffreddamento ad aria, in un sistema elettrico come quello indiano, non riduce il consumo idrico complessivo in modo significativo. Invece lo sposta e lo toglie dal bacino di Mudasarlova, dove ci sono le telecamere, la causa pendente, i bambini con i cartelli e lo mette nei bacini dell'Odisha e del Chhattisgarh, dove sono le centrali, dove l'acqua la consumano le torri di raffreddamento e dove nessun corrispondente Reuters passerà lunedì mattina.
In altre parole la promessa ambientale è vera nel perimetro in cui viene misurata ed è quel perimetro il prodotto ingegneristico vero, ma non il chiller. Ora la scala, perché è qui che quasi tutti i commentatori barano in entrambe le direzioni. I data center indiani hanno consumato circa centocinquanta miliardi di litri d'acqua nel 2025 secondo le stime di Mordor Intelligence corroborate dal Council on Energy, Environment and Water, con una proiezione a trecentocinquantotto miliardi entro il 2030. Sembra enorme, ma rapportato al prelievo idrico nazionale indiano, che si misura in centinaia di miliardi di metri cubi e che per oltre l'ottanta per cento se ne va in agricoltura, è statisticamente invisibile. Chi cita questo numero per dire che il problema non esiste ha ragione sull'aritmetica e torto su tutto il resto, perché l'acqua non è un mercato nazionale. L'acqua non si spedisce, non si arbitra fra bacini ed è l'unica commodity industriale che resta ostinatamente locale.
E quindi vediamo la situazione locale dove i numeri parlano un'altra lingua. Visakhapatnam riceve quattrocentodieci milioni di litri al giorno dai suoi bacini e dai suoi fiumi, contro una domanda dichiarata di quattrocentottanta e qui troviamo due milioni e mezzo di persone che il razionamento lo conoscono già come routine, non come emergenza. Settanta milioni di litri al giorno di scoperto strutturale, dove un impianto evaporativo in scala gigawatt avrebbe chiesto circa un terzo di quel deficit tutto per sé e a quel punto la protesta non sarebbe stata ideologica ma contabile. Ecco perché il raffreddamento ad aria non è una concessione ambientalista ma la condizione minima per ottenere il permesso.
Sull'altra domanda, quella che tutti fanno e nessuno risolve, ovvero se la faccenda del consumo idrico dei data center sia una preoccupazione seria o una costruzione militante, la risposta sta nella geografia più che nella politica. A luglio negli Stati Uniti si sono contate centoquarantadue proteste in quarantadue stati contro progetti di data center. Virginia, Georgia, Texas. Chiunque pensi che sia un fenomeno della sinistra non ha guardato la mappa e la mappa è la cosa più facile da controllare.
Quello che si sta muovendo non è una posizione ideologica è il prezzo di un input, perché è questo il punto che tiene insieme le due notizie della scorsa settimana, quella di Visakhapatnam e quella dell'apertura del più grande hub indiano di Microsoft a Hyderabad, dentro un piano da diciassette miliardi e mezzo che è il maggiore mai annunciato dall'azienda in Asia. La spiegazione ufficiale è il mercato con oltre un miliardo di utenti internet, Copilot a trenta dollari al mese, Infosys e Tata Consultancy Services e Cognizant con cinquantamila licenze ciascuna. Spiegazione vera, ma parziale perché quella strutturale è normativa: il Digital Personal Data Protection Act impone residenza e sovranità del dato per intere classi di carichi e Microsoft vende esplicitamente Hyderabad come infrastruttura di conformità prima ancora che come capacità di calcolo. In pratica il calcolo insegue la giurisdizione, non la latenza.
E poi c'è il terzo strato, quello che non entra nei comunicati. Un governo statale allineato con Delhi, un campione nazionale che porta terra, permessi e energia in un pacchetto unico, un'opinione pubblica che protesta in strada ma non blocca i cantieri per otto anni. Il costo del consenso locale sta salendo negli Stati Uniti più in fretta di quanto scenda il costo del kilowattora e il capitale si comporta come si è sempre comportato quando un input diventa caro: cambia paese.
Chi lavora nell'industria dell'alluminio questo film lo conosce a memoria. L'alluminio primario è elettricità solidificata, la fusione elettrolitica non ha alternative e per questo la produzione ha inseguito per settant'anni le giurisdizioni che offrivano energia sottocosto e sopportazione ambientale. La diga di Akosombo in Ghana viene completata nel 1965 e la Volta Aluminium Company ottiene tariffe bloccate per decenni su un impianto che assorbe la maggior parte dell'elettricità nazionale, mentre il valore aggiunto della lavorazione resta altrove. Poi l'Islanda, poi il Mozambico ed ogni volta la stessa struttura con energia locale, esternalità locale, margine altrove. Il token oggi è acqua ed elettricità in forma leggibile e la mappa che sta disegnando somiglia molto a quella vecchia.
C'è un dettaglio nella causa in corso che mi ha fatto sorridere per ragioni sbagliate. Fra le motivazioni del ricorso c'è la prossimità del cantiere al santuario di Kambalakonda, ottocentosessanta metri, popolato da leopardi e pangolini. Il pangolino è il mammifero più contrabbandato del pianeta e nella storia dell'intelligenza artificiale compare per la prima volta come argomento accessorio in un contenzioso amministrativo. Non porta da nessuna parte, questa osservazione ma la scrivo lo stesso.
Il modo per verificare se sto sbagliando è preciso e a disposizione di chiunque. Google si è impegnata pubblicamente a restituire il centoventi per cento dell'acqua che consuma entro il 2030, il che significa compensazione e la compensazione idrica funziona solo se avviene nello stesso bacino idrografico. Non è difficile comprendere che ricaricare una falda in California non aiuta un serbatoio nell'Andhra Pradesh, quindi la domanda da porre non è quanta acqua userà il sito, perché a quella hanno già risposto, ma quale sia il profilo orario di alimentazione elettrica dell'impianto, con quale quota rinnovabile coperta da storage nelle ore notturne e con quali contratti verificabili. Se Adani pubblica quel dato e regge, questa analisi va cestinata e sarò contento di cestinarla, ma il dato non esiste, l'assenza del dato è già l'informazione.
Nel 1998 lavoravo a Londra sui primi flussi di digital intermediate e passavo più tempo a discutere di condizionamento che di codec. Il vincolo non era mai la potenza di calcolo, era smaltire il calore che quella potenza produceva e chi pagava il conto non ero io. È un mestiere vecchio, spostare il costo di un grado centigrado su qualcun altro. Adesso lo si fa alla scala di un subcontinente.