L'angelo biondo di San Lorenzo in Lucina

by Rollo


L'angelo biondo di San Lorenzo in Lucina

Il meccanismo è vecchio quanto il potere: quando vuoi immortalare qualcuno senza assumerti la responsabilità di farlo, lasci che sia un devoto a occuparsene. Così funziona la liturgia del consenso tacito e così si spiega l'angelo con il volto di Giorgia Meloni apparso nella basilica di San Lorenzo in Lucina dopo l'ultimo restauro.

I fatti, prima di tutto. La Repubblica ha pubblicato le foto di uno dei due cherubini che affiancano il busto marmoreo di Umberto II di Savoia nella cappella del Crocifisso: quello di destra, che regge un cartiglio con la sagoma dell'Italia, presenta oggi lineamenti sorprendentemente riconducibili alla presidente del Consiglio. L'altro angelo, quello che porge la corona al re in esilio, ha tratti più generici. L'autore del restauro è Bruno Valentinetti, 83 anni, sacrestano e decoratore autodidatta che vive nella parrocchia con seicento euro di pensione sociale e la cui firma appare chiaramente sull'opera: Instauratum et exornatum, Bruno Valentinetti AD MMXXV.

Valentinetti nega. Sostiene di aver restaurato quello che c'era venticinque anni fa, nel Giubileo del 2000, quando realizzò l'opera originale su commissione della famiglia Savoia. Il parroco Monsignor Daniele Micheletti conferma che aveva chiesto solo un restauro fedele all'originale, ma ammette che la somiglianza con Meloni è innegabile. Il Vicariato ha avviato un'indagine. Il ministero della Cultura ha ordinato un'ispezione della Soprintendenza. L'opposizione grida allo scandalo. E la premier ha postato l'immagine su Instagram con un commento perfetto: "No, decisamente non somiglio a un angelo" seguito da emoticon sorridente.

Ma quello che rende questo episodio interessante non è lo scandalo in sé, bensì la stratificazione di significati che rivela sul funzionamento del potere simbolico in Italia. Partiamo dal luogo. San Lorenzo in Lucina non è una chiesa qualunque. È una delle basiliche più antiche della cristianità, consacrata nel 440 da papa Sisto III. Si trova a pochi metri da Palazzo Chigi, sede del governo. Nella piazza omonima aveva lo studio Giulio Andreotti; nella stessa piazza c'era la sede di Forza Italia. Per decenni è stata il salotto spirituale del centrodestra romano, il luogo dove la politica si inginocchiava la domenica mattina per poi tornare alle schermaglie del lunedì.

Il contesto iconografico è altrettanto eloquente. L'angelo con il presunto volto di Meloni non veglia un santo qualsiasi, ma il monumento funebre di Umberto II di Savoia, l'ultimo re d'Italia. L'iscrizione sotto il busto ricorda che il sovrano, "cristianamente rassegnato alla divina volontà", preferì l'esilio alla guerra civile. Il Re di Maggio, che regnò trentaquattro giorni prima che il referendum istituzionale abolisse la monarchia. L'angelo con le fattezze della premier, lo Stivale in mano, viene così collocato visivamente nella continuità monarchica italiana, custode simbolica della nazione. Se l'intento fosse stato quello di un omaggio, sarebbe stato scelto con intelligenza raffinata.

Poi c'è il profilo del restauratore, che meriterebbe un romanzo. Ex militante del MSI dai tempi di Giorgio Almirante, candidato nel 2008 con La Destra di Francesco Storace e Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma, decoratore che ha lavorato anche nella residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Oggi vive di ospitalità parrocchiale, "riconoscente al parroco che mi accoglie". Ai giornalisti che lo interrogano risponde con il distacco di chi ha visto abbastanza da non impressionarsi: dice che l'altro angelo ha il volto di una sua ex fiamma, scherza che come politico gli piace Pol Pot, poi torna serio e ripete che ha solo restaurato quello che c'era. È un personaggio da Italia minore, quell'Italia di sacrestani e commessi viaggiatori dell'estrema destra che hanno attraversato decenni di storia restando fedeli a una parabola perdente fino a quando la parabola non è diventata vincente.

Il meccanismo di deniability è perfetto. Se l'originale era già così nel 2000, venticinque anni fa, allora nessuno può accusare nessuno. Il restauratore ha fatto solo il suo lavoro. Il parroco non sapeva. Il Vicariato è sorpreso. La Soprintendenza era stata avvisata di lavori di restauro "senza modifiche", come da email del 2023. Tutti hanno guardato, nessuno ha visto. È la logica del plausible denial portata nell'arte sacra: l'omaggio c'è, ma non esiste. La responsabilità è diffusa fino a dissolversi. E intanto l'immagine circola.

C'è qualcosa di specificamente italiano in tutto questo, qualcosa che rimanda a una tradizione lunga quanto la storia della penisola. Nell'arte rinascimentale era normale che i committenti venissero ritratti come figure sacre: i Medici come Re Magi, i papi come santi. Era un modo per santificare il potere temporale attraverso l'iconografia religiosa. La differenza è che all'epoca il committente pagava, si assumeva la responsabilità, e l'omaggio era esplicito. Qui invece il devoto opera nell'ombra, il beneficiario nega con eleganza, e il sistema di controlli istituzionali si rivela una formalità vuota.

Perché questo è l'aspetto più rivelatore della vicenda: il fallimento completo della catena di vigilanza. Un intervento di decorazione su un bene culturale protetto, in una basilica del IV secolo, a due passi dal Parlamento, avrebbe dovuto passare attraverso molteplici livelli di approvazione. Il parroco, il Vicariato, la Soprintendenza, l'Ufficio per gli Edifici di Culto. Tutti erano stati informati fin dal 2023. Nessuno ha verificato cosa stesse effettivamente accadendo. Solo quando le foto sono finite sui giornali è scattata l'indagine. È il pattern classico dell'accountability teatro: le istituzioni esistono, le procedure ci sono, ma funzionano solo quando i media guardano. Per il resto del tempo, un sacrestano ottantenne può trasformare un cherubino anonimo nel volto del potere e nessuno se ne accorge o vuole accorgersene.

La risposta di Meloni è stata comunicativamente impeccabile. "No, decisamente non somiglio a un angelo" con emoticon è il perfetto equilibrio tra distanza e autoironia. Non conferma, non denuncia, non si indigna. Lascia che l'immagine viva la sua vita mediatica. Se lo scandalo monta, lei ci ha scherzato sopra. Se la cosa passa, l'omaggio resta. È una versione sofisticata dello stesso meccanismo di deniability che opera a livello dell'esecuzione: nessuno ha chiesto niente, nessuno è responsabile, ma il risultato c'è.

La cosa più onesta che si possa dire è che questa vicenda non prova nulla di specifico su Meloni o sul suo governo. Non c'è evidenza di una commissione, di un ordine, di un coinvolgimento diretto. Quello che invece rivela con chiarezza è come funziona l'ecosistema del potere simbolico: esistono sempre devoti pronti a onorare il principe senza che il principe debba chiedere, esistono sempre istituzioni che guardano senza vedere, esiste sempre un modo per far accadere le cose mantenendo la deniability formale.

Valentinetti tornerà a fare il sacrestano. L'angelo resterà probabilmente dov'è, perché rimuoverlo creerebbe più clamore che lasciarlo. La prossima volta che qualcuno entrerà nella basilica di San Lorenzo in Lucina, vedrà un cherubino biondo con lo Stivale in mano vegliare sul monumento funebre dell'ultimo re d'Italia, a pochi metri da dove governa la prima donna presidente del Consiglio. Coincidenza, restauro fedele, omaggio spontaneo: non importa. Ciò che conta è che l'immagine esiste, e continuerà a esistere. Come sempre in Italia, dove i simboli hanno vita propria e il potere non ha mai bisogno di chiedere esplicitamente per essere celebrato.

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