L'armadio a porte chiuse

by Rollo


L'armadio a porte chiuse

Lo zerbino di casa mia non tocca la porta. Lo tengo a una distanza dalla soglia uguale a quella che lo separa dalle due pareti dell'ingresso, perché appoggiato al battente mi sembra una cosa lasciata lì da chi aveva fretta. La lampada sta al centro del mobile e il tappeto a metà esatta fra il divano e il mobile del televisore, così come il letto lo voglio rifatto in modo che la coperta scenda della stessa misura dai due lati. So che nome ha tutto questo nei manuali e non mi offendo.

Fino a questa settimana mi davo una spiegazione estetica, ovvero che l'occhio vuole stare comodo e che una stanza composta lo lascia riposare mentre una stanza a caso lo costringe a lavorare. È una spiegazione che ha una sua dignità, dato che chiunque abbia appeso un quadro dieci centimetri troppo in alto sa quanto pesa quell'errore ogni volta che ci passa davanti. Poi però c'è l'armadio.

Negli armadi degli altri, quando capita di vederli aperti, trovo spesso i vestiti buttati dentro così come vengono. L'anta si richiude e nessun occhio ne soffre più, eppure il fastidio che provo è identico a quello dello zerbino storto, forse più forte, quindi la comodità dell'occhio spiega poco.

Devo una precisazione, perché gli esempi che ho fatto sono tutti centrati e sembrerebbe una questione di simmetria. Quello che cerco è una composizione bilanciata, di cui il centro è soltanto il caso più semplice, dato che un insieme può stare anche tutto spostato da una parte purché i pesi si rispondano. La differenza fra una composizione e un mucchio si misura spostando un pezzo, perché in una stanza composta se muovo la lampada di un palmo qualcosa non torna più, mentre in una stanza a caso posso muovere qualunque cosa senza che cambi niente. Niente dipendeva da niente. Una lampada a tre dita dal bordo senza nulla che le faccia da contrappeso è ambigua, dato che può essere stata messa lì o esserci arrivata con una spolverata. Quello che non sopporto è l'oggetto di cui non riesco a capire se qualcuno l'ha pensato.

In una casa ogni cosa sta comunque da qualche parte e i casi sono due, perché o ce l'ha messa qualcuno oppure c'è rimasta. La sciatteria è la somma delle cose rimaste, ovvero delle decisioni che nessuno ha preso. L'armadio ne è la prova più pulita proprio perché non ha pubblico, dato che chi tiene in ordine il salotto può farlo per gli ospiti mentre dentro un armadio l'ordine si tiene solo per sé.

Qui però devo stare attento, perché la frase successiva verrebbe da sola e sarebbe falsa. I disordinati non sono sciatti. Nel 2013 Kathleen Vohs, all'Università del Minnesota, mise delle persone a lavorare in una stanza in ordine e altre in una stanza piena di carte sparse. Chi usciva dalla stanza ordinata donava più soldi in beneficenza e sceglieva più spesso la mela al posto del cioccolato, mentre chi aveva lavorato nel caos produceva lo stesso numero di idee ma dei giudici indipendenti le trovavano più originali. L'ordine quindi spinge verso quello che ci si aspetta da noi, il che dovrebbe togliere un po' di compiacimento a chi come me centra i cesti della frutta.

Esistono banchi da lavoro e scrivanie in cui un estraneo non troverebbe un cacciavite in mezz'ora e il proprietario lo prende senza guardare. Quello è un ordine con un criterio privato, illeggibile da fuori ma presente, che si riconosce con una domanda sola. Dov'è? Se la risposta arriva subito sto guardando un ordine che non so leggere, se invece arriva un "dev'essere qui da qualche parte" sto guardando l'indifferenza.

Il mio stesso ordine, del resto, è illeggibile per la signora che tiene in ordine la casa, la quale ogni volta rimette lo zerbino contro la porta con una regolarità che ormai considero una forma di coerenza, dato che un criterio ce l'ha anche lei ed è finire prima.

Portata fuori di casa la distinzione serve a qualcosa, dato che di un'azienda si giudica di solito quello che l'azienda ha preparato perché venisse giudicato, cioè la sala riunioni e la presentazione. David Lee Roth racconta nella sua autobiografia che i Van Halen avevano sepolto in mezzo al contratto tecnico dei concerti, all'articolo 126, il divieto di far trovare M&M's marroni dietro le quinte. Passò per un capriccio da rockstar, ma il palco pesava più di quanto molti palazzetti di provincia avessero mai sostenuto e la ciotola era il modo più rapido per sapere se il promotore aveva letto le pagine sui carichi. A Pueblo, in Colorado, le caramelle marroni c'erano e secondo il racconto di Roth c'era anche un pavimento nuovo in cui la struttura affondò, con ottantamila dollari di danni.

La ciotola funzionava perché stava in un posto dove nessuno pensava di essere guardato. Era l'armadio del promotore.

C'è poi un caso che l'armadio non copre e che mi interessa di più, il vetro della doccia. Uno zerbino spostato resta spostato e basta. Il calcare invece si deposita da solo a ogni doccia, per cui il vetro pulito è una decisione da riprendere ogni giorno e non basta averla presa una volta. Per questo lo considero l'indicatore più severo, dato che mettere in ordine è un gesto mentre tenere pulito è un'abitudine e le abitudini sono molto più difficili da simulare il giorno prima di una visita. In un'azienda il corrispettivo è tutto ciò che peggiora senza che nessuno faccia niente: l'anagrafica clienti che invecchia, la documentazione rimasta ferma a due versioni fa. Nessuno ha deciso di lasciarle andare, il che è esattamente la definizione da cui ero partito.

Resta il rischio opposto, che conosco da dentro, perché un salotto impeccabile con l'armadio che scoppia è teatro e chi ha imparato che gli altri guardano i dettagli impara in fretta a curare i dettagli che gli altri guardano. Immagino che più di un promotore, una volta diventata famosa la storia, abbia tolto le M&M's marroni senza leggere una riga in più del contratto, perché un indicatore conosciuto smette di indicare. Il posto in cui guardare quindi cambia ogni volta e l'unica regola che ho trovato è cercare quello che non era stato preparato per me.

Vale anche per casa mia.