L'arte di vincere senza sparare

C'è un principio elementare nella teoria dei giochi che vale la pena ricordare prima di analizzare la posizione turca in questa guerra: il valore di un attore in un conflitto non è determinato solo da quello che fa, ma da quello che gli altri attori hanno bisogno che non faccia. La Turchia in questo momento non ha sparato un colpo, non ha schierato truppe, non ha aperto i suoi spazi aerei per operazioni offensive. E proprio per questo è l'attore con la maggiore leva geopolitica del teatro.
Proviamo a capire perché, partendo da un fatto che all'inizio della guerra ha sorpreso molti osservatori. L'Iran ha colpito Israele, i sei stati del Golfo, le basi americane in Qatar, Bahrain, Kuwait e Giordania, le installazioni britanniche a Cipro. Ha evitato accuratamente la Turchia, dove gli Stati Uniti mantengono la base di Incirlik, il radar NATO di Kürecik che rileva i lanci missilistici iraniani e trasmette i dati in tempo reale a Israele attraverso Washington, e decine di altre installazioni militari alleate. Poi il 4 marzo un missile iraniano ha attraversato lo spazio aereo di Iraq e Siria ed è stato abbattuto dai sistemi NATO nella provincia di Hatay. Teheran ha immediatamente dichiarato "anomalia tecnica". Nessuno ha creduto alla versione ufficiale, ma nessuno aveva interesse a contraddirla pubblicamente.
La spiegazione strutturale è precisa: colpire la Turchia sarebbe stato un errore strategico di proporzioni catastrofiche per l'Iran. Non per ragioni di buon vicinato, ma perché Ankara è il solo canale diplomatico credibile che Teheran ha ancora aperto con l'Occidente. Come ha detto con chiarezza un analista dell'Università di Ankara, la scelta iraniana di non colpire la Turchia "non è una questione di buona volontà ma il risultato di un calcolo strategico a più livelli". Eliminare quel canale significherebbe spingere Erdogan nel campo opposto, perdere l'unico interlocutore che Washington è disposta ad ascoltare su Teheran, e trasformare un conflitto già difficile in uno senza vie d'uscita diplomatiche.
Erdogan ha costruito questa posizione con una coerenza che vale la pena riconoscere, anche per chi non condivide le sue scelte politiche. Ha condannato gli attacchi americani e israeliani sull'Iran. Ha espresso "tristezza" per la morte di Khamenei. Ha rifiutato di aprire lo spazio aereo turco per operazioni offensive. Ha al tempo stesso condannato i missili iraniani sul Golfo, mantenuto aperte le relazioni con Washington, evitato di rompere formalmente con la NATO e continuato a ospitare le basi americane senza ostacolarne il funzionamento difensivo. È una posizione che da un punto di vista della coerenza ideologica non regge: non puoi condannare la guerra e ospitare chi la combatte. Ma la coerenza ideologica non è quello che Erdogan sta ottimizzando.
Quello che sta ottimizzando è il valore della sua posizione come mediatore indispensabile. E quel valore dipende esattamente dall'ambiguità che rende la sua posizione ideologicamente incoerente. Un attore chiaramente schierato con uno dei contendenti perde il suo valore di intermediario. Un attore che mantiene canali aperti con tutti, che entrambi i belligeranti hanno interesse a non colpire e a non alienare, che siede dentro la NATO ma non si comporta come un alleato disciplinato, vale molto di più di quanto il suo peso militare diretto suggerirebbe.
Ieri abbiamo visto come MBS abbia costruito una posizione di massima influenza e minima esposizione che è crollata nel momento in cui il conflitto ha preteso posizioni nette. La Turchia ha costruito esattamente la stessa architettura, ma con un elemento aggiuntivo che la rende molto più robusta: Erdogan non ha mai nascosto la sua ambiguità . L'ha dichiarata come politica, l'ha istituzionalizzata come "autonomia strategica", l'ha usata sistematicamente come leva in ogni negoziato degli ultimi quindici anni, dalla Siria alla Libia, dall'Ucraina all'allargamento NATO. MBS operava nell'ambiguità senza ammetterla: quando la guerra l'ha smascherata, il costo politico interno è stato immediato. Erdogan opera nell'ambiguità come metodo esplicito: quando la guerra la testa, la sua credibilità come mediatore aumenta invece di diminuire.
C'è un secondo livello di vantaggio strutturale che questa crisi ha reso visibile. Con l'Iran militarmente degradato, con Hezbollah indebolito dall'anno precedente, con la Siria di Assad già caduta, con Hamas ridimensionato, il vuoto di influenza nell'arco che va dal Levante al Caucaso si espande rapidamente. La Turchia è l'unica potenza regionale con la proiezione militare, le relazioni diplomatiche e la posizione geografica per riempire parti significative di quel vuoto. Non attraverso l'occupazione diretta ma attraverso quello che Davutoglu aveva teorizzato come "profondità strategica": presenza economica, reti di intelligence, accordi bilaterali, influenza sui movimenti politici islamici sunniti che in un Iran indebolito cercheranno nuovi referenti.
Il rischio per Ankara, che alcuni analisti nominano, è simmetrico al vantaggio: un Iran che collassa completamente non è necessariamente un Iran favorevole agli interessi turchi. Un vuoto di potere in Persia produce instabilità curda, flussi di rifugiati, possibile espansione israeliana in Siria, rafforzamento dell'influenza americana diretta in un teatro dove la Turchia preferisce che Washington operi attraverso intermediari. Il Kurdistan iraniano che si risveglia politicamente, con i gruppi armati curdi già descritti come "in standby" per operazioni transfrontaliere, è un problema di sicurezza diretto per Ankara tanto quanto lo era quando Khamenei era vivo.
Erdogan sta quindi ottimizzando su un orizzonte temporale diverso da quello dei contendenti principali. Trump vuole una vittoria rapida, misurabile, vendibile all'opinione pubblica americana. Netanyahu vuole eliminare la minaccia esistenziale prima che qualcuno fermi i bombardamenti. Entrambi operano con logiche di breve termine. La Turchia opera con la logica di chi sa che il teatro mediorientale esisterà molto dopo che questa guerra finirà e che la posizione acquisita adesso determina le opportunità disponibili per i prossimi vent'anni.
Questo non significa che la posizione turca sia priva di rischi. Il missile abbattuto su Hatay, che Teheran ha attribuito a "anomalia tecnica", ha dimostrato che l'ambiguità ha un limite fisico: le traiettorie balistiche non rispettano i calcoli diplomatici. Se un altro missile dovesse colpire territorio turco causando vittime, Erdogan si troverebbe costretto a rispondere in modo che compromette la sua neutralità , sotto pressione da un'opinione pubblica nazionalista che già chiede risposte. Il margine tra "anomalia tecnica accettabile" e "casus belli che non posso ignorare" è più sottile di quanto qualsiasi calcolo strategico possa garantire.
Ma fino a quel limite, la Turchia rimane l'attore che vince senza sparare: troppo utile all'Iran per essere colpita, troppo integrata nella NATO per essere ignorata da Washington, troppo autonoma per essere comandata da entrambi. In un conflitto dove MBS ha ottenuto la guerra che voleva e ne paga le conseguenze, dove l'Europa manda fregate senza una strategia, dove gli USA bombardano senza un piano per il giorno dopo, Erdogan non ha fatto niente. Ed è esattamente per questo che conta più di chiunque altro.
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