L'efficienza degli esausti

by Rollo


L'efficienza degli esausti

Stamattina mi sono svegliato senza sveglia e ho avuto un pensiero antipatico: la maggior parte degli errori strategici che ho visto in quarant'anni di carriera non venivano da chi lavorava poco, veniva da persone intelligentissime che lavoravano sempre. Manager che non staccavano mai, fondatori che dormivano cinque ore, dirigenti che rispondevano alle mail alle undici di sera con la stessa precisione con cui le rispondevano alle nove del mattino. Erano disciplinati, erano focalizzati, instancabili e continuavano a fare lo stesso identico errore.

L'errore non era pigrizia, ovviamente, ma direi invece una forma molto specifica di cecità perche' vedevano il presente attraverso la lente del passato recente, eccellendo nel fare meglio quello che andava fatto ieri, mentre il mondo intorno cambiava la domanda. Nel cinema digitale, ho visto esecutivi straordinari ottimizzare la distribuzione fisica e noi stessi che digitalizzavamo le sale di una intera nazione mentre Netflix riscriveva il significato stesso di distribuzione. Non penso che fossimo tutti stupidi, ma ora posso affermare che eravamo stanchi nel modo che non si vede dall'esterno: stanchi di pattern, non di muscoli.

Per anni ho pensato che fosse una questione di apertura mentale, di capacità individuale di leggere i segnali deboli ma poi ho cominciato a guardare la cosa dal lato neurobiologico e mi sono accorto che stavo guardando un fenomeno strutturale, non caratteriale. Il cervello umano ha un sistema dedicato a fare quello che il lavoro continuo impedisce di fare che si chiama default mode network e si attiva proprio quando smettiamo di concentrarci su un compito specifico. Non è ozio mascherato, non è inefficienza tollerata, è il sistema con cui consolidiamo pattern, ricombiniamo informazioni, riconosciamo connessioni che non emergono nello stato di focus stretto. Disattivarlo cronicamente non produce persone più produttive, produce persone più veloci nell'eseguire pattern già noti e più cieche a quelli nuovi.

Qui sta la torsione che la cultura dell'hustle non racconta mai, anzi non può raccontare, e cioè  che chi lavora sempre non sta accumulando vantaggio competitivo, sta accumulando inerzia cognitiva e sta diventando eccellente in un mestiere che il mondo sta smettendo di richiedere, mentre crede di essere più dedicato della concorrenza. Ed è precisamente la sua dedizione il problema, perché gli impedisce quel passo indietro che permetterebbe di accorgersi che il mestiere è cambiato.

Da Italiano, credevo che questo fosse un discorso anglosassone, una reazione alla cultura calvinista del lavoro come virtù, ma mi sbagliavo dato che è un fenomeno strutturale che attraversa tutte le élite professionali contemporanee ed in alcuni ambienti italiani è anche più tossico che a Londra o New York, perché si traveste da etica della responsabilità o da serietà professionale e peggio da rispetto per il committente, ma anche se la forma cambia, il meccanismo non lo fa.

C'è un dettaglio interessante che vale la pena guardare con attenzione clinica: chi guadagna davvero dal narrare l'hustle come virtù? Non chi produce risultati, almeno non in modo proporzionale alla retorica. Guadagnano i piattaformisti che monetizzano l'attenzione continua, gli editori di contenuti motivazionali che vendono il sogno di una disciplina sempre più stretta, gli operatori di formazione che propongono corsi su come dormire meno e produrre di più. La narrativa hustle è infrastruttura economica per altri, non strategia per sé. Chi la abbraccia con entusiasmo sta costruendo capitale per qualcun altro mentre erode il proprio.

Negli scacchi di alto livello, Magnus Carlsen e i giocatori della sua generazione hanno strutturato la preparazione attorno a periodi di recovery aggressivi quanto i periodi di studio, non per ragioni di benessere, ma perché chi non riposa perde nelle posizioni che richiedono creatività posizionale, esattamente quelle che decidono i tornei. Il jazz funziona allo stesso modo: i grandi improvvisatori non suonano mai sempre, alternano periodi di pratica intensissima a periodi di ascolto, di silenzio, di apparente inattività durante i quali il cervello rielabora. Coltrane prima di "A Love Supreme" si era fermato per mesi e non è un dettaglio biografico, è il meccanismo. Lo sport di endurance lo sa da decenni: gli atleti elite non si allenano sempre, periodizzano. Chi non periodizza si infortuna o smette di migliorare. Lo sanno tutti tranne, curiosamente, le persone che lavorano negli uffici.

Il punto è ancora più dolente, però e voglio essere clinico fino in fondo: lavorare sempre non è solo controproducente, talvolta è una forma molto sofisticata di evitamento. Si lavora sempre per non incontrare una domanda difficile, ovvero: "sto lavorando sulle cose giuste?" Il focus vero, quello che produce risultati, richiede recovery proprio perché richiede di tornare al lavoro vedendolo da fuori. Chi non torna mai da fuori, non vede mai fuori e quindi non può mai correggere la rotta, può solo accelerare nella direzione che ha scelto due, tre, quattro anni fa, sperando che fosse quella giusta. Il movimento continuo nasconde la mancanza di direzione meglio di qualsiasi altra cosa, perché ha tutte le apparenze del rigore.

Conosco bene questa trappola perché la ricaduta è sempre la stessa e l'ho vista funzionare su persone molto diverse tra loro, me compreso molto tempo fa. Si presenta come dedizione, si vive come dovere, produce risultati apparenti per un periodo che varia tra i cinque e i dieci anni, dopodiché qualcosa si rompe. Non sempre in modo drammatico, a volte semplicemente l'azienda perde rilevanza, il prodotto invecchia, il mercato si sposta e la persona che lavorava sempre si trova a non capire perché tutta quella fatica non abbia prodotto il vantaggio sperato. La risposta clinicamente onesta è che la fatica era diventata l'obiettivo, mentre l'obiettivo dichiarato era diventato un alibi per non interrompere la fatica.

Il piacere, in questo quadro, non è premio né compensazione né wellness ma strumento di reality testing. È il momento in cui il sistema nervoso ti restituisce informazioni su come stai davvero usando il tempo, su cosa stai davvero costruendo, su quanto sia connesso il lavoro che fai con la persona che vorresti diventare. Chi ha smesso di provare piacere ha perso un canale informativo critico, non un benefit secondario e quando dico piacere intendo quello che richiede tempo non monetizzato: un pranzo lungo, una passeggiata senza podcast, una mattina senza obiettivi, una conversazione che non porta a nulla. Tutte cose che la cultura della produttività ha riclassificato come perdita di tempo, mentre sono il sistema con cui il cervello fa la manutenzione necessaria per il pattern recognition di alto livello.

Esiste un modo molto semplice per testare se il discorso regge. Guarda le persone che intorno a te sono visibilmente "instancabili" da almeno cinque anni e dimmi quante di loro hanno avuto un'intuizione strategica significativa negli ultimi dodici mesi, qualcosa che non fosse una variazione incrementale di quello che già faceva? Quante hanno cambiato idea su qualcosa di importante, sulla base di un'evidenza che le ha costrette a vedere il proprio campo in modo nuovo? Se la risposta tende a zero, hai la conferma empirica del meccanismo che lavorare sempre non porta a vedere più cose, porta a vedere sempre le stesse cose con maggior efficienza esecutiva. È il contrario del vantaggio competitivo nel lungo periodo.

Non sto facendo l'apologia della pigrizia, sia chiaro. Sto facendo l'apologia del focus, che è esattamente il contrario di quello che la cultura dell'hustle vende sotto lo stesso nome. Il focus vero è alternanza tra concentrazione massima e recovery vera, perché solo questa alternanza permette al cervello di consolidare quello che ha imparato e di accorgersi di quello che non ha ancora imparato. Chi sta sempre acceso non è focalizzato, è semplicemente esausto in un modo che si traveste da disciplina. La differenza si vede sui tempi lunghi: il focalizzato vero produce un'intuizione strategica grande ogni due o tre anni, l'instancabile produce un volume costante di output che invecchia rapidamente.

C'è una cosa che dico spesso ai pochi imprenditori con cui lavoro davvero e la dico anche qui perché vale la pena ripeterla. Il sabato non è il giorno in cui non lavori. Il sabato è il giorno in cui il tuo cervello fa il lavoro che la settimana gli ha impedito di fare, ovvero capire se la settimana aveva senso. Se ti togli il sabato per anticipare il lunedì, non stai guadagnando un giorno di lavoro, ne stai perdendo cinque, perché stai eliminando il sistema con cui controlli se stai lavorando sulle cose giuste. È una scelta che sembra produttiva nel breve e che produce sistematicamente strategie obsolete nel medio.

A mio avviso, la prossima frontiera del vantaggio competitivo nelle professioni cognitive non sarà chi lavora di più, ma chi sa periodizzare meglio. Chi sa quando spingere a fondo e quando staccare davvero, chi tratta il piacere come strumento di lavoro e non come distrazione dal lavoro. È contro-intuitivo solo in superficie, perché lo sportivo elite, il musicista elite, lo scacchista elite lo sanno da decenni. Le professioni cognitive sono semplicemente in ritardo e lo stanno pagando, anche se non se ne accorgono perché tutti pagano insieme e quindi nessuno sembra in svantaggio relativo.

Stamattina mi sono svegliato senza sveglia e ho avuto un pensiero antipatico, ma non era poi così antipatico, perché ce l'ho da un po'. Forse il vero lusso contemporaneo non è il tempo libero, ma riuscire a riconoscere che il tempo libero non era libero, era il tempo in cui si lavorava davvero, solo in un modo che il sistema corrente non sa misurare e quindi ha deciso di chiamare ozio.

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