L'eredità che Starmer non poteva nominare

by Rollo


L'eredità che Starmer non poteva nominare

Keir Starmer si è dimesso ieri davanti al numero 10 in Downing Street e oggi cade il decennale esatto del referendum sull'uscita dall'Unione Europea. Coincidenza di calendario, niente di più, eppure quella sovrapposizione dice qualcosa che il discorso del premier dimissionario, per quanto confuso, lasciava intravedere. Con Andy Burnham favorito alla successione il Regno Unito si prepara al settimo inquilino di Downing Street in dieci anni. Sette premier in una decade non sono una sequenza di incidenti personali, sono la sintomatologia di qualcosa che sta a monte di ciascuno di loro.

Conviene mettere subito un paletto sul fatto che questo non è un giudizio sul merito della scelta del 2016. Non mi interessa stabilire se uscire fosse giusto o sbagliato, ormai i giochi sono fatti, mi interessa un fenomeno più sottile e a mio avviso più istruttivo: come un costo economico reale possa diventare, col tempo, politicamente non attribuibile a nessuno. È un problema di disegno della responsabilità, non di tifoseria.

Partiamo dai dati certi, perché è lì che la discussione di solito si arena. L'Office for Budget Responsibility, l'organo indipendente che certifica i conti pubblici britannici, assume da anni una perdita di produttività di lungo periodo intorno al 4 per cento rispetto allo scenario di permanenza, con un calo del 15 per cento nell'intensità degli scambi con l'Europa. È la stima ufficiale e prudente. Gli studi accademici che usano il metodo del gemello sintetico, ovvero la ricostruzione di un Regno Unito immaginario fatto di Paesi simili che hanno attraversato gli stessi anni, arrivano più in alto: una perdita di prodotto interno fra il 6 e l'8 per cento entro il 2025. Il numero esatto resta conteso, la direzione e la persistenza molto meno.

Qui si annida l'equivoco che leggo spesso anche su testate serie, ad esempio sul FT. Si dice: ma allora hanno pesato la pandemia e poi la guerra in Ucraina con il suo strascico energetico, non solo l'uscita. Vero, solo che il gemello sintetico è costruito apposta per togliere di mezzo quei fattori e se confronto il Regno Unito con un paniere di economie che hanno preso in faccia la stessa pandemia e lo stesso caro energia, lo scarto che rimane non è la pandemia, è quello che resta dopo averla sottratta. La molteplicità degli choc, anzi, non dimostra che l'uscita conti meno, essendo invece il meccanismo attraverso cui un costo reale è diventato irriconoscibile.

L'uscita non ha mai prodotto un crollo visibile tipo un lunedì nero, o un grafico che precipita ad angolo retto ma ha fatto qualcosa di più insidioso: ha abbassato il soffitto, lentamente, in modo cumulativo. Ad esempio, secondo l'Institute for Government eguagliare la media di crescita del G7 non è un disastro, ma anche solo la metà di quell'8 per cento, distribuita su un decennio, vale oltre mille miliardi di sterline di opportunità mancate. Sulla carta il Paese ha più o meno tenuto ed è esattamente questo che rende il conto impossibile da presentare a qualcuno. Un danno che si manifesta come accumulo di delusioni minute e apparentemente slegate fra loro non ha un colpevole, ha solo una contabilità malinconica.

E qui arriva la parte che entrambe le tifoserie preferiscono ignorare: la stessa diffusione che impedisce ai critici di inchiodare il danno impedisce ai sostenitori di esibire il guadagno. I benefici dell'autonomia recuperata, la libertà di regolare diversamente e di firmare accordi propri, esistono in linea di principio ma sono anch'essi diffusi e differiti, misurabili solo contro un'Europa immaginaria in cui il Paese sarebbe rimasto. La negabilità non protegge una sola narrazione, le protegge tutte ed è per questo che il dibattito, dieci anni dopo, non si chiude: non perché manchino i dati, ma perché i dati non si lasciano attribuire.

Resta la domanda che lega il decennale alla porta girevole di Downing Street. Non sostengo che l'uscita spieghi da sola sette dimissioni: ci sono stati scandali personali e un errore fiscale, quello di Liz Truss, costato meno di cinquanta giorni di mandato; c'è stata la pandemia. Fattori che con l'Europa non c'entrano. Più in dettaglio, però, sotto quegli episodi corre una pressione comune, dato che ogni premier eredita un sintomo che possiede ma non può nominare, visto che nominarlo significa riaprire la ferita del 2016, né può curare, perché la causa gli sta a monte. Governa l'effetto di una decisione che non ha preso e che non può disfare. In quelle condizioni la durata media di un mandato si accorcia da sé.

Burnham entrerà a Downing Street con lo stesso soffitto sopra la testa. La differenza è che adesso, a dieci anni dal voto, nessuno può più dirgli con certezza quanto sia basso, né di chi sia la colpa se lo è.

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