L'Europa che segue le regole in un mondo che le ha abbandonate

by Rollo


L'Europa che segue le regole in un mondo che le ha abbandonate

Alle quattro del mattino di venerdì, dopo una maratona negoziale a Bruxelles, il premier belga Bart De Wever ha dichiarato ai giornalisti: "Se fossimo usciti divisi oggi, l'Europa avrebbe rinunciato alla propria rilevanza geopolitica."

La frase suonava come una vittoria. Ma cosa ha ottenuto esattamente l'Unione Europea?

Un prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina, finanziato indebitandosi sui mercati e garantito dal bilancio comunitario. Non usando i 210 miliardi di asset russi congelati che l'Europa custodisce, principalmente nei caveau di Euroclear a Bruxelles. Quelli restano lì, intoccati, mentre i contribuenti europei si accollano il rischio.

La prudenza ha vinto. Il diritto di proprietà è stato rispettato. I mercati finanziari sono stati rassicurati. E l'Europa ha dimostrato, ancora una volta, di essere l'unico giocatore al tavolo che insiste a seguire regole che nessun altro rispetta più.

Il tavolo dove si gioca senza regole

Guardiamo cosa succede dall'altra parte dell'Atlantico. Il piano di pace americano, quei famosi 28 punti elaborati dall'inviato di Trump Steve Witkoff insieme al russo Kirill Dmitriev, contiene una clausola rivelatrice: 100 miliardi di dollari in asset russi congelati verrebbero investiti in "iniziative guidate dagli Stati Uniti" per ricostruire l'Ucraina, con Washington che incassa il 50% dei profitti.

Il dettaglio che dovrebbe far riflettere: gli Stati Uniti detengono circa l'1,5% degli asset russi congelati nel mondo, poco più di 5 miliardi di dollari. L'Europa ne detiene quasi tre quarti. Eppure il piano prevede che sia Washington a controllare come vengono usati.

Non è un errore di calcolo. È la differenza tra chi considera le regole un vincolo e chi le considera uno strumento.

La Russia, dal canto suo, ha fatto causa a Euroclear presso il tribunale arbitrale di Mosca. Non perché si aspetti di vincere in un'aula russa contro un'istituzione belga, ma perché sa che la sola esistenza di un contenzioso legale è sufficiente a paralizzare l'Europa. E infatti ha funzionato. Il Belgio ha bloccato qualsiasi uso diretto degli asset proprio per timore delle "conseguenze legali".

Il meccanismo della paralisi volontaria

Thomas Schelling, il teorico dei giochi che studiò la strategia nucleare durante la Guerra Fredda, aveva identificato un principio che oggi sembra scritto per l'Europa: la deterrenza funziona solo se l'avversario crede che userai davvero l'arma che possiedi.

L'Europa possiede un'arma da 210 miliardi di euro. E ha appena comunicato al mondo intero che non intende usarla come garanzia diretta perché "comporta rischi legali e finanziari consequenziali", per citare le parole del ministro degli esteri belga.

Il messaggio che arriva a Mosca è inequivocabile: quei soldi sono un ostaggio che Bruxelles non è disposta a giustiziare. Il che trasforma l'ostaggio in un leverage per chi lo ha perso, non per chi lo detiene.

C'è un paradosso strutturale in tutto questo. L'Unione Europea ha costruito la propria identità sulla forza del diritto, sulla prevedibilità delle regole, sulla stabilità istituzionale. Queste caratteristiche hanno attratto capitali, talenti e investimenti per decenni. Ma funzionano solo in un ecosistema dove anche gli altri attori condividono lo stesso framework. Nel momento in cui ti trovi a competere con chi usa l'economia come arma - dazi punitivi, blocchi energetici, sequestri arbitrari, piani di "investimento congiunto" che sono redistribuzioni forzate - la tua aderenza alle regole smette di essere un vantaggio competitivo e diventa una vulnerabilità.

L'analogia storica

Gli storici riconosceranno il pattern. Ginevra, anni Trenta. La Società delle Nazioni affronta l'invasione giapponese della Manciuria nel 1931, poi quella italiana dell'Etiopia nel 1935. In entrambi i casi, condanne formali, sanzioni timide, nessuna azione reale.

Perché? Perché Francia e Regno Unito, i membri più influenti, temevano le conseguenze economiche e diplomatiche di un intervento vero. Meglio preservare l'apparenza del sistema che rischiare di romperlo agendo.

Il risultato lo conosciamo: ogni attore razionale smise di prendere sul serio le "regole" internazionali. La Società delle Nazioni diventò irrilevante ben prima di essere formalmente sciolta. Non perché mancassero gli strumenti, ma perché tutti sapevano che non sarebbero stati usati.

L'Europa di oggi non è la Società delle Nazioni, e Putin non è Mussolini o Hirohito. Ma il meccanismo strutturale è identico: un'istituzione che possiede strumenti di pressione significativi, ma che segnala sistematicamente la propria riluttanza a usarli, perde credibilità esattamente nella misura in cui gli altri attori incorporano questa informazione nelle loro strategie.

Il costo invisibile della prudenza

La decisione di Bruxelles viene presentata come un compromesso ragionevole. L'Ucraina ottiene i soldi di cui ha bisogno. L'Europa mantiene aperta l'opzione di usare gli asset russi in futuro. Il sistema finanziario resta stabile. Tutti vincono, apparentemente.

Ma c'è un costo che non appare nei comunicati stampa: il costo reputazionale di essere percepiti come l'attore che non agisce mai quando potrebbe.

Trump ha definito i leader europei "deboli" pochi giorni fa. La nuova strategia di sicurezza nazionale americana accusa l'Europa di essere "intrappolata in una crisi politica" e di soffrire di "mancanza di fiducia in se stessa". Sono giudizi brutali, ma riflettono una percezione che si sta consolidando: l'Europa è un partner affidabile per il commercio, ma non un attore serio quando si tratta di proiettare potere.

Questa percezione ha conseguenze concrete. Nei negoziati di pace sull'Ucraina, l'Europa è ai margini. Le decisioni si prendono tra Washington e Mosca, con Kiev che cerca di non essere schiacciata nel mezzo. Bruxelles può offrire soldi - i propri, non quelli russi - ma non ha voce proporzionata al proprio contributo.

Dove questo ragionamento potrebbe essere sbagliato

L'onestà intellettuale richiede di esplicitare i limiti di questa analisi.

La tesi della "paralisi normativa" fallirebbe se la prudenza europea attirasse nei prossimi anni massicci flussi di capitale da paesi che temono l'arbitrarietà americana - Cina, monarchie del Golfo, India. In un mondo dove gli Stati Uniti sequestrano asset russi senza troppe cerimonie, l'Europa potrebbe diventare il rifugio sicuro per chi cerca prevedibilità. I dati dei prossimi 18 mesi ci diranno se questo sta accadendo.

La tesi fallirebbe anche se l'opzione di usare gli asset russi - che l'Unione si è formalmente riservata - venisse effettivamente esercitata quando necessario. Ma l'esperienza suggerisce che chi non agisce quando le condizioni sono favorevoli raramente agisce quando diventano sfavorevoli. L'opzione rischia di restare tale: un'intenzione mai tradotta in azione.

La domanda che resta

C'è una scena nel film "Il Padrino" in cui Michael Corleone spiega la differenza tra il suo modo di operare e quello dei senatori corrotti con cui deve trattare. Quelli pensano di poter giocare secondo le regole della politica normale. Michael sa che le regole vere sono altre.

L'Europa oggi assomiglia a quei senatori. Convinta che la propria aderenza ai principi sia una forza, quando gli altri attori al tavolo la leggono come un segnale di cosa puoi permetterti nei loro confronti.

La domanda non è se l'Europa abbia fatto bene a non usare gli asset russi. Giuridicamente, le preoccupazioni belghe hanno fondamento. Finanziariamente, proteggere Euroclear ha una sua logica.

La domanda è un'altra: in un mondo dove Stati Uniti, Russia e Cina usano sistematicamente l'economia come strumento di coercizione, quanto a lungo può l'Europa permettersi di essere l'unica potenza che gioca ancora secondo il manuale del dopoguerra?

La risposta, temo, la scopriremo quando sarà troppo tardi per cambiarla.

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