L'ora esatta

by Rollo


L'ora esatta

Per i miei primi quarant'anni sono stato il classico italiano in ritardo, non per maleducazione, o almeno non credevo, ma piuttosto per quella noncuranza verso l'orologio che in Italia passa quasi per simpatia, per segno di uno che ha in testa cose più importanti dell'orario. Poi, vent'anni fa, mi sono trasferito in Svizzera e lì ho capito lentamente che quello che a Milano era un vezzo qui veniva letto come un dato preciso, sulla serietà di una persona e sul rispetto che porta a chi ha davanti. Nessuno me lo disse mai in faccia ma lo capii dal modo in cui certe porte, dopo un paio di ritardi, smettevano di aprirsi.

Da allora leggo le persone sulla base dell'ora in cui arrivano, molto prima che dicano una parola e non dal fatto che siano puntuali o meno, ma piuttosto da come trattano il ritardo quando capita, dal peso che gli danno oppure che si guardano bene dal dargli. C'è chi entra con dieci minuti di scarto e si scusa una volta sola, in modo asciutto, poi si siede e la cosa è chiusa e c'è chi arriva con lo stesso ritardo ma lo porta addosso come una decorazione, quasi che il tempo sottratto all'altro fosse la prova di quanto il proprio valga di più.

La formula più citata su questo la si attribuisce a Luigi XVIII, ovvero l'esattezza come cortesia dei re. Circola da due secoli come elogio della puntualità e viene ripetuta nei corsi di leadership come se fosse una regola di galateo. La frase però dice qualcosa di più affilato di quello che sembra: se l'esattezza è la cortesia dei re, allora la puntualità non è umiltà, è un gesto di sovranità. Il re che arriva in orario non si sta abbassando, sta dimostrando di controllare anche il tempo, la variabile che a tutti gli altri sfugge. Un secolo dopo André Maurois rovesciò la battuta dicendo che il ritardo è la cortesia degli artisti e nel farlo svelò senza volerlo il meccanismo vero: il tempo è una moneta di posizione e ognuno la spende secondo il ruolo che rivendica.

Chi arriva sistematicamente tardi raramente lo fa per distrazione, checché ne dica. La distrazione è casuale, colpisce alla cieca, tanto gli appuntamenti che contano quanto quelli che non contano niente. Il ritardo sistematico invece ha una direzione precisa e si concentra dove chi aspetta ha meno potere di protestare. Nessuno fa aspettare il notaio al rogito o il primario in sala operatoria, ma si fa aspettare il collega, il fornitore, l'amico paziente, chi non può alzarsi e andarsene senza pagare un prezzo. È un test di gerarchia travestito da disorganizzazione, che misura in silenzio chi può imporre l'attesa e chi la deve subire.

C'è però il rovescio, quello che rende la puntualità qualcosa di diverso da un obbligo formale. Arrivare in orario vuol dire avere fatto prima, da soli, un piccolo calcolo invisibile su quanto tempo serve davvero, quale margine tenere prima di uscire, cosa rimandare per esserci quando si è detto che ci si sarebbe stati. È un lavoro che nessuno vede e che costa qualcosa a chi lo fa. Chi si presenta puntuale ha riconosciuto, senza dirlo, che il tempo dell'altro esiste, ovvero che non è una materia prima infinita da consumare a piacimento. Non lo annuncia, non lo rivendica; lo dimostra e basta, presentandosi. Ed è per questo che la puntualità non viene quasi mai ringraziata ma se ne nota soltanto la sua assenza, mai la sua presenza, esattamente come tutte le forme di cura che funzionano.

Sotto queste due letture, quella del potere e quella del riguardo, ne lavora una terza più fredda. in cui la puntualità è la prima promessa che mantieni con qualcuno ancora prima di avergli promesso qualcosa di importante. Hai detto le nove e alle nove sei lì: è un contratto minuscolo, quasi ridicolo nella sua semplicità e proprio perché è minuscolo diventa un campione attendibile. Chi non rispetta l'appuntamento delle nove sta consegnando un'informazione su come rispetterà tutto il resto, le scadenze che pesano, gli impegni presi quando nessuno controlla. Non è una regola morale, è statistica applicata al carattere in cui il comportamento su una posta bassa predice quello su una posta alta molto meglio di qualsiasi dichiarazione d'intenti. Chi ha selezionato persone per lavori di responsabilità lo sa senza bisogno di teorizzarlo, ovvero impara a fidarsi guardando i dettagli che l'altro non immagina vengano guardati.

Esiste anche l'estremo opposto, meno vistoso ma altrettanto rivelatore, quando chi arriva mezz'ora prima non rispetta l'orario, lo anticipa e nell'anticiparlo scarica sull'altro una pressione diversa, quella di sentirsi in ritardo pur essendo puntuale, di trovare qualcuno già seduto che aspetta e osserva. Arrivare troppo presto può essere ansia travestita da virtù, oppure una mossa di controllo: arrivare per primi per occupare il terreno e guardare l'altro entrare. E a volte, più semplicemente, dice che l'agenda di chi anticipa è vuota, che non c'è niente a contendere quel tempo. Anche l'eccesso di zelo è un dato.

Resta il caso ambiguo, quello che tiene onesta l'osservazione. C'è chi arriva puntuale per puro calcolo, avendo capito che conviene. E a quel punto il segnale si sporca, perché la puntualità recitata somiglia in tutto a quella sincera. Anche lì, però, qualcosa si vede: il tempo che uno decide di investire nella recita della puntualità è comunque tempo che ha scelto di spendere per starti davanti. La differenza tra il gesto vero e la sua imitazione la coglie solo chi osserva a lungo; non sempre nemmeno lui.

Alla fine non ricordo chi è arrivato tardi. Ricordo chi, arrivato tardi, si è comportato come se il mio tempo non fosse mai stato in gioco. Quello è il dato. Il resto è traffico.

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