L'oro del popolo

by Rollo


L'oro del popolo

Le riserve auree della Banca d'Italia "appartengono al Popolo Italiano". Con questa formula, inserita nella Legge di Bilancio 2026 dopo settimane di negoziazione con la BCE, il governo ha chiuso una partita che la destra italiana giocava da anni. Claudio Borghi parla di "momento storico", Lucio Malan di "conclusione di una lunga battaglia politica". I mercati non hanno reagito. Lo spread è rimasto immobile. E in questa assenza di reazione si nasconde tutto ciò che serve sapere sulla natura reale dell'operazione.

La norma, nella sua versione finale, non trasferisce nulla. L'oro resta iscritto nel bilancio di Bankitalia. La gestione resta autonoma. I vincoli europei sono salvaguardati nel testo stesso, con riferimento esplicito agli articoli 123, 127 e 130 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea: divieto di finanziamento monetario del settore pubblico, competenza esclusiva del Sistema Europeo di Banche Centrali sulla gestione delle riserve, indipendenza delle banche centrali nazionali. È una dichiarazione di proprietà che non modifica i diritti di uso, gestione e disposizione. Come intestare un'automobile a tuo nome sapendo che le chiavi, il libretto e la patente restano permanentemente in mano a qualcun altro.

La BCE ha emesso due pareri critici, chiedendo di spiegare "quale sia la finalità concreta" della disposizione. Non ha ricevuto risposta, perché la risposta avrebbe reso esplicito ciò che tutti sanno: la finalità non è concreta. È simbolica. E nel dire questo non si sta sminuendo l'operazione; si sta identificando il terreno su cui opera realmente.

Chi ha seguito le transizioni tecnologiche degli ultimi quarant'anni riconosce immediatamente il pattern. Quando un sistema esaurisce le risorse per agire sul piano materiale, inizia a consumare risorse sul piano simbolico. È la sostituzione di funzione con narrazione, meccanismo antico quanto la politica ma oggi amplificato dalla velocità con cui le percezioni si cristallizzano in fatti sociali. Il governo non aveva margine fiscale per distribuire benefici tangibili; aveva invece piena disponibilità di spazio semantico. L'oro del popolo non costa nulla al bilancio, produce titoli sui giornali, costringe l'opposizione a difendere posizioni impopolari. È arbitraggio puro: acquisto di consenso a costo zero.

Il confronto con i precedenti storici invocati dalla maggioranza rivela la natura dell'operazione per contrasto. Il Gold Reserve Act di Roosevelt nel 1934 nazionalizzò effettivamente l'oro americano: trasferì la proprietà dal Federal Reserve al Treasury, aumentò il prezzo da 20,67 a 35 dollari l'oncia, svalutò il dollaro del 59 per cento. Fu politica monetaria reale con conseguenze economiche misurabili. La Germania, tra il 2013 e il 2017, rimpatriò 674 tonnellate di oro da New York e Parigi a Francoforte: operazione logistica con obiettivi dichiarati di costruzione della fiducia domestica e mantenimento della capacità operativa nei centri di trading internazionali. Azioni dentro il sistema, non dichiarazioni sul sistema.

L'Italia del 2026 non sta né nazionalizzando né rimpatriando. Sta dichiarando una proprietà che esisteva già de facto in una forma che non cambia nulla de jure. La differenza non è di grado; è di categoria.

C'è chi sostiene che la norma produrrà comunque un effetto psicologico benefico sui risparmiatori italiani. L'argomento poggia su un'applicazione impropria dell'effetto dotazione teorizzato dall'economia comportamentale: dichiarando che l'oro è "tuo", si sposterebbe l'asse della fiducia dallo spread, astrazione che genera ansia, alla riserva aurea, tangibilità che rassicura. Ma l'effetto dotazione richiede qualcosa di più di una dichiarazione: richiede interazione, possesso percepito, capacità di azione. Il cittadino italiano non può vedere quell'oro, toccarlo, scambiarlo, usarlo come garanzia per un prestito. Non può fare assolutamente nulla con quelle 2.452 tonnellate di metallo giallo. L'oro del popolo resta un'astrazione quanto lo spread che dovrebbe neutralizzare. La differenza è che lo spread morde quando sale; l'oro rassicura solo finché non serve.

Questo è il punto critico che l'analisi puramente giuridica non coglie. La norma è tecnicamente inerte, ma il Realismo Clinico insegna che le percezioni sono fatti. Se una massa sufficientemente ampia di cittadini inizia a credere che quell'oro sia davvero una garanzia contro i vincoli esterni, la pressione politica per "usare" quel metallo in momenti di crisi diventerà insostenibile. Non per Bankitalia, che ha i Trattati a proteggerla, ma per la legittimità stessa dell'indipendenza tecnica della banca centrale. Il rischio non è il trasferimento della proprietà; è l'erosione del consenso verso l'architettura istituzionale che rende quel trasferimento impossibile.

È come installare una spia luminosa sul cruscotto che si accende per confermare che il motore è "proprietà del conducente", senza che il cavo sia effettivamente collegato alla centralina. L'operazione non aumenta la potenza né migliora la manutenzione; serve esclusivamente a gestire lo stato d'ansia dell'operatore. Ma se l'operatore, fidandosi della spia, inizia a ignorare i segnali reali di malfunzionamento, il danno diventa concreto.

La BCE lo sa, e nei suoi pareri ha sollevato esattamente questa preoccupazione: una "riformulazione ambigua" della proprietà potrebbe "aprire la strada all'uso politico dell'oro, creando un pericoloso precedente in tutta l'eurozona". Il linguaggio diplomatico nasconde un avvertimento preciso: state giocando con materiale infiammabile.

Il vero valore strategico della norma non è economico ma posizionale. È una bandierina piantata in un territorio che l'architettura europea considera neutrale. Non cambia nulla oggi, ma altera il paesaggio semantico per la prossima crisi. Quando lo spread tornerà a mordere, quando il servizio del debito diventerà politicamente insostenibile, qualcuno potrà dire: "Ma l'oro è del popolo, lo dice la legge". E a quel punto la discussione non sarà più su cosa è possibile fare, ma su cosa è legittimo impedire. È la differenza tra una norma che opera e una norma che prepara il terreno.

Per chi deve prendere decisioni strategiche in questo contesto, l'implicazione è chiara: questo tipo di segnali va decodificato per quello che rivela sulla direzione del consenso politico domestico, non per i suoi effetti economici immediati. Il consenso si sta spostando verso narrative di sovranità in un contesto dove la sovranità reale è vincolata. Questa tensione tra aspirazione e vincolo è strutturalmente instabile.

I prossimi sei, dodici mesi diranno se siamo di fronte a una strategia o a rumore episodico. Gli indicatori da monitorare sono tre. Primo: richieste di audit fisico indipendente delle riserve, non solo contabile. Se emergono, significa che la sfiducia verso le istituzioni tecniche sta diventando operativa. Secondo: proposte di emettere titoli garantiti, anche solo nominalmente, da frazioni della riserva "popolare". Se compaiono, l'architettura sta diventando pericolosamente creativa. Terzo: retorica del rimpatrio fisico dell'oro depositato a New York, sul modello tedesco. Se si materializza, il passaggio dal simbolico all'operativo è in corso.

In assenza di questi segnali, la norma resterà quello che è: teatro politico che consuma attenzione senza produrre effetti. Ma il teatro ha una funzione propria nell'economia del consenso. Permette di dichiarare vittorie in assenza di risorse per ottenerle. Permette di spostare il frame del dibattito dal "cosa possiamo permetterci" al "cosa ci appartiene di diritto". Permette, soprattutto, di costruire aspettative che un giorno qualcuno dovrà soddisfare o tradire.

Nel frattempo, le 2.452 tonnellate di oro restano dove sono sempre state: nei caveau di Roma, New York e Londra, iscritte nel bilancio di una banca centrale indipendente, gestite secondo regole che nessuna legge di bilancio può modificare. Appartengono al Popolo Italiano, dice la norma. Ma cosa significhi "appartenere" quando non puoi né vedere né toccare né usare né disporre, è una domanda che la legge lascia prudentemente senza risposta.

Forse perché la risposta renderebbe evidente che stiamo assistendo a qualcosa di più sottile e più comune di una battaglia per la sovranità: stiamo assistendo alla progettazione di percezioni in assenza di capacità di progettare infrastrutture. È il modo in cui il potere opera quando le risorse materiali sono esaurite ma il bisogno di legittimazione resta intatto. Non è nuovo, non è italiano, non è nemmeno particolarmente sofisticato. Ma funziona, almeno finché la distanza tra simbolo e sostanza non diventa impossibile da ignorare.

Quel momento arriverà. Arriva sempre. E quando arriverà, la spia luminosa sul cruscotto continuerà ad accendersi, indifferente al fatto che il motore si sia fermato.

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