L'oro ha superato i Treasury americani nelle riserve global

by Rollo


L'oro ha superato i Treasury americani nelle riserve global

Per la prima volta dal 1996, le banche centrali del mondo detengono più oro che titoli di stato americani. Quasi quattromila miliardi di dollari in lingotti contro tremilanovecento in Treasury, secondo il World Gold Council. Tre anni consecutivi con acquisti superiori a mille tonnellate l'anno, il doppio della media storica. La Cina compra da quindici mesi consecutivi. Il 76% delle banche centrali dichiara che aumenterà le riserve auree nei prossimi cinque anni. Il 73% prevede di ridurre quelle in dollari. Questi non sono speculatori che inseguono un rally. Sono le istituzioni che il sistema del dollaro lo hanno costruito, lo hanno gestito e lo hanno garantito per mezzo secolo. E stanno comprando l'unico asset che funziona quando quel sistema smette di funzionare. Senza dirlo. Senza annunciarlo. Facendolo e basta.

Ripetiamolo perché il punto va capito nella sua brutalità: gli stessi soggetti che per cinquant'anni hanno detto al mondo "fidatevi della moneta senza copertura, il dollaro vale perché vale, i Treasury sono il porto sicuro universale" stanno accumulando il metallo che per definizione serve quando la moneta senza copertura smette di essere credibile. Non è un'opinione. Sono i dati del World Gold Council, sono i bilanci delle banche centrali, sono le dichiarazioni di intenti raccolte nei sondaggi ufficiali. L'assicurazione del piromane, in tempo reale.

Il silenzio è parte del meccanismo. Se una banca centrale annunciasse di aver perso fiducia nel dollaro, accelererebbe il collasso da cui si sta proteggendo. Così compra e rassicura. Accumula oro e continua a denominare tutto in dollari. Il giorno in cui smette di essere un segreto di Pulcinella diventa una profezia che si autoavvera. Il sistema regge finché tutti fanno finta.

Poi c'è il crash del 30 gennaio, che racconta l'altra faccia. L'oro passa dal record di quasi 5.600 dollari a 4.400 in poche ore: meno 21%. L'argento perde il 41% dal picco sopra i 121 dollari, il peggior ribasso giornaliero dal 1980. Il catalizzatore ufficiale è la nomina di Kevin Warsh alla Fed. Ma il catalizzatore ufficiale non è mai quello vero. Le borse alzano i margini. Scattano liquidazioni forzate a catena. JPMorgan, secondo le ricostruzioni di mercato, chiude circa dieci miliardi di dollari in posizioni short sull'argento esattamente al punto minimo, tutti i 633 avvisi di consegna regolati a quel preciso prezzo. Il tempismo è così perfetto da sembrare coreografato. Forse perché lo è.

Ed è qui che la lama entra. Le banche centrali comprano oro per anni, mille tonnellate l'anno, senza che nessun meccanismo le penalizzi. Il loro acquisto è quello che gli analisti chiamano price-insensitive: niente margin call, niente stop loss, niente investitori in panico a cui rendere conto. Sono al di sopra delle regole del gioco che loro stesse hanno scritto. Quando invece i retail e gli speculativi fanno la stessa identica cosa, cioè scommettono che l'oro valga più della carta, il sistema reagisce con margini rialzati, liquidazioni forzate e flash crash che spazzano via in ore i guadagni di settimane. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: la sfiducia nel sistema è un privilegio riservato a chi il sistema lo gestisce.

C'è un precedente che illumina il meccanismo. Negli anni sessanta de Gaulle cominciò a convertire aggressivamente le riserve francesi da dollari in oro, sfidando apertamente Bretton Woods. La risposta americana non fu un dibattito: nel 1971 Nixon chiuse la finestra dell'oro e cambiò le regole unilateralmente. Chi aveva scommesso sulla stabilità delle vecchie regole perse tutto. Chi le aveva fatte le riscrisse a proprio favore. Le transizioni monetarie non avvengono per consenso. Avvengono quando chi ha il potere di riscrivere le regole decide che le vecchie non lo proteggono più.

Oggi il debito pubblico americano ha superato i 38.000 miliardi di dollari. Circa 23 centesimi di ogni dollaro di entrate federali vanno a pagare interessi. La nomina di Warsh alla Fed segnala che la banca centrale americana potrebbe perdere ulteriore indipendenza dalla politica, esattamente quello che i mercati temono di più. JPMorgan ha scritto nero su bianco nel 2025 che "l'aumento della polarizzazione negli Stati Uniti potrebbe mettere a rischio la governance del paese, fondamento del ruolo del dollaro come bene rifugio globale". Goldman Sachs proietta l'oro a 5.400 dollari entro dicembre 2026. JPMorgan a 6.300. UBS a 5.900. Non sono visionari: sono le colonne portanti del sistema finanziario globale. Anche loro, a modo loro, stanno comprando la scialuppa mentre spiegano ai passeggeri che la nave è solida.

Quello che rende questa transizione diversa da tutte le precedenti è la velocità con cui può accelerare. Nel mondo pre-digitale le riallocazioni di riserve avvenivano nell'arco di anni, con negoziazioni discrete tra ministeri. Oggi il sorpasso oro-Treasury è notizia pubblica, amplificata e redistribuita in tempo reale a milioni di decisori. La consapevolezza diventa catalizzatore. Più operatori capiscono che le banche centrali stanno ribilanciando, più cresce la pressione sui Treasury, più salgono i rendimenti, più aumenta il costo del debito americano, più si rafforza la ragione originale del ribilanciamento. Un loop di feedback che una volta innescato si nutre di sé stesso.

Dopo il crash di fine gennaio, l'oro ha recuperato i 5.000 dollari in meno di dieci giorni. Gli acquisti ufficiali non hanno rallentato. Gli afflussi negli ETF aurei sono ripresi. Due passi avanti, uno indietro, ma la direzione non cambia. Se nei prossimi due trimestri il prezzo si stabilizza sopra 4.500 e i flussi ufficiali restano sopra le 700 tonnellate annue, la tesi strutturale regge. Se le stesse banche centrali che hanno accumulato cominciano a liquidare, era bolla. Per ora ogni correzione viene assorbita, ogni ribasso viene comprato e chi fa le regole continua a posizionarsi come se quelle regole stessero per scadere.

Questa non è una storia sull'oro. È una storia sul privilegio di chi scrive le regole: un privilegio che in finanza come in geopolitica segue sempre lo stesso schema. Le regole vengono presentate come universali e neutre; chi le ha scritte si riserva la possibilità di cambiarle quando smettono di essere convenienti. L'accumulo silenzioso di oro da parte delle banche centrali è un'ammissione che nessun comunicato ufficiale farà mai: il sistema che abbiamo costruito funziona, ma forse non per sempre, e quando smetterà di funzionare noi vogliamo essere dalla parte giusta del tavolo. Il resto del mondo è invitato a continuare a fidarsi. Almeno finché le regole non cambiano. Di nuovo.

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