L'ultimatum che non comunica con nessuno

by Rollo


L'ultimatum che non comunica con nessuno

Quarto rinvio in tre settimane. Trump fissa la scadenza, la sposta, la rifissa con minacce ancora più elaborate: ponti che crollano, centrali elettriche che bruciano, un paese intero "riportato all'età della pietra." I Pasdaran rispondono che la retorica americana è "arrogante e priva di effetti." I negoziatori di Pakistan, Egitto e Turchia lavorano in mezzo, cercando di tradurre tra due parti che sembrano comunicare con grande intensità ma in realtà non si stanno dicendo quasi niente.

Non perché non vogliano. Perché strutturalmente non possono.

Il meccanismo che opera qui non ha a che fare con la tattica militare né con la diplomazia nel senso classico. Ha a che fare con dove è rivolto il microfono. Trump non sta parlando a Teheran quando minaccia di far saltare ponti e centrali: sta parlando a Fox News, ai mercati energetici, alla sua base che vuole vedere forza proiettata. I Pasdaran non stanno rispondendo a Trump quando dichiarano che la retorica americana "non ha alcun effetto sulle operazioni militari": stanno parlando ai Basij nelle strade di Teheran, ai comandanti intermedi che devono tenere la disciplina, a una popolazione che ha perso migliaia di persone. Due trasmittenti accese. Zero ricezione reciproca.

Ho visto funzionare questo schema in contesti molto meno drammatici, durante crisi aziendali in cui sistemi di potere fratturati producevano la stessa paralisi: il CEO che comunicava agli analisti invece che al board, il board che rispondeva ai giornalisti invece che al CEO. Nel mezzo, nessuna decisione veniva presa perché nessuno stava effettivamente parlando con nessuno. Il risultato non era mai la rottura deliberata. Era l'incidente. L'errore che nessuno aveva pianificato e che nessuno riusciva a fermare perché i canali erano tutti occupati da performance per audience esterne.

La crisi iraniana ha però una complicazione ulteriore che quasi nessuna analisi sta mettendo a fuoco. Non è chiaro chi controlli davvero i Pasdaran in questo momento. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei sarebbe ricoverata in condizioni gravi, incapace di partecipare alle decisioni secondo fonti di intelligence americana e israeliana. Il Parlamento parla. Il ministero degli Esteri negozia attraverso intermediari. I Pasdaran fanno quello che fanno: aprono lo stretto per le navi di paesi "amici" in cambio di pedaggi, lo chiudono per gli altri, rispondono ai raid secondo i propri calendari operativi. La catena di comando formale e quella reale si sono probabilmente disallineate sotto cinque settimane di pressione bellica. Quanto, non lo sa nessuno.

Schelling lo aveva capito studiando i giochi nucleari degli anni Sessanta: il momento di massimo pericolo non coincide con la comunicazione ostile tra le parti, ma con il momento in cui le parti smettono di comunicare davvero pur continuando ad agire. Un attore che non riesce a trasmettere segnali credibili perché il microfono è puntato altrove; dall'altra parte un sistema di ricezione così frammentato che nessun segnale arriverebbe integro comunque. Questa è la geometria degli incidenti. Non delle decisioni.

L'ultimatum come strumento ha una logica precisa: fissa un punto di non ritorno che costringe l'avversario a scegliere. Funziona però solo se chi lo emette è credibile nel mantenerlo e se chi lo riceve è in condizione di rispondere con una decisione unitaria. Nessuna delle due condizioni è verificata qui. Trump ha già rinviato quattro volte, trasformando ogni scadenza in un'apertura negoziale camuffata da ultimatum. Teheran non ha un centro decisionale abbastanza coeso da rispondere in modo unitario, ammesso che volesse farlo.

Nel frattempo il mondo si muove comunque. Le navi passano o non passano in base a logiche operative locali dei Pasdaran. I mercati reagiscono a ogni dichiarazione come se fosse definitiva. Gli aeroporti europei cominciano ad avere problemi di rifornimento di cherosene. Gli effetti sono reali; la comunicazione che dovrebbe gestirli non lo è.

Quello che preoccupa non è l'escalation deliberata. È l'opposto: l'assenza di un canale in cui due parti con sufficiente autorità si dicano qualcosa di verificabile. Gli intermediari di Islamabad lavorano, ma portano proposte tra interlocutori che non hanno mandato pieno né la certezza che il mandato dell'altro lo sia. In queste condizioni un accordo è improbabile non perché gli interessi siano incompatibili, ma perché nessuno dei due sistemi riesce a produrre impegni che l'altro possa credere vincolanti.

Gli impegni credibili richiedono controllo. Il controllo, su entrambi i lati dello Stretto, è esattamente quello che in questo momento nessuno ha del tutto.

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