L'unica cosa che non ti vendono

La stessa società che ti mette in copertina una modella emaciata, un corpo che per stare in piedi ha dovuto ammalarsi è la stessa che negli scaffali al piano di sotto ti vende il cibo che ti gonfia. Non è ipocrisia, o meglio non solo. È che sono lo stesso business con due reparti diversi, quello che ti fa sentire troppo grasso e il reparto che ti fa ingrassare lavorano nello stesso edificio e il fatturato di entrambi dipende da una cosa sola: che tu pensi al tuo corpo tutto il giorno.
Parto da una distinzione che di solito viene saltata di proposito, perché saltarla conviene. C'è differenza tra accettare un dato e celebrare una scelta. Il colore dei capelli, l'altezza, una tiroide che rallenta il metabolismo, un corpo disabile: sono dati, non li hai scelti e chi ti discrimina per quelli merita esattamente il disprezzo che raccoglie. La body positivity nasce lì ed è sacrosanta lì. Serviva, perché il corpo non conforme veniva trattato come una colpa estetica e non è una colpa, è una condizione e fin qui nessuna obiezione, anzi.
Il problema comincia quando la logica che protegge il dato viene allungata, con una certa furbizia, fino a coprire il comportamento. Perché a quel punto "non discriminare una persona" scivola dentro "non permetterti di dire che quello che quella persona fa le fa male" e le due frasi vengono saldate come se fossero la stessa. Non lo sono. Una difende la dignità di qualcuno, l'altra difende un'abitudine e le abitudini non hanno dignità ma hanno conseguenze.
Qui sta il meccanismo ed è la parte che mi interessa maggiormente. La mossa consiste nel trasformare un comportamento in identità perchè un comportamento lo cambi, un'identità la difendi con le unghie. Finché mangiare male è una cosa che fai, "mangia meglio" resta un consiglio, magari fastidioso ma ricevibile, ma nel momento in cui mangiare male diventa chi sei, la stessa frase diventa un attacco alla persona e chi la pronuncia diventa il nemico. Ecco perché capita di vedere dato del fissato, del talebano o dell'integralista a qualcuno solo perché va a correre e non beve. Non perché lo sia, ma perché il gioco ha già convertito un'abitudine modificabile in un tratto intoccabile e toccare l'intoccabile è violenza per definizione.
Su un punto voglio essere netto, perché ci ho pensato e non lo concedo. Cercare di stare in salute non è una forma di insicurezza ma dovrebbe essere la cosa più razionale che una persona possa fare col tempo che ha. Le evidenze sul movimento e sulla forza non sono opinabili e un corpo che si allena davvero ha un profilo metabolico e cardiovascolare diverso, ha un'energia diversa, invecchia diversamente. Non serve diventare atleti, serve non mentirsi e chi confonde il prendersi cura di sé con l'ossessione da specchio sta facendo, al contrario, esattamente il lavoro dell'industria, dicendo che ogni attenzione al corpo è patologica, così tanto vale lasciarsi andare. È una resa venduta come liberazione.
Ora, il vero prodotto, in tutta questa storia, non è né la magrezza né l'accettazione ma è convincerti che la leva non esiste, che il tuo stato sia un destino e non un processo, quindi se ti odi, ti vendono la palestra, l'integratore, il piano alimentare a novantanove euro al mese, mentre se ti hanno insegnato ad accettarti a prescindere da come stai, resti cliente fedele del cibo che ti ha portato lì. In un caso paghi per cambiare, nell'altro paghi per restare uguale, ma in entrambi i casi hai comprato qualcosa. L'unica cosa che nessuno dei due reparti mette a scaffale è la faccenda gratuita che funziona sul serio, ovvero l'idea che tu abbia una leva e che quella leva sia in mano tua. Nessuno fa fatturato sulla tua autonomia, ma tutti cercano di farlo solo sul tuo disagio, in qualunque direzione lo si orienti.
C'è poi l'argomento che sento ripetere da chi difende uno stile di vita disastroso appellandosi ai diritti e va smontato perché è mal posto. Si dice che ognuno è libero di fare quello che vuole del proprio corpo il che è vero tanto che nessuno propone di vietare niente, ma libertà di scegliere non è obbligo di applaudire la scelta e soprattutto non è obbligo di fingere che tutte le scelte pesino uguale. Una persona che si avvelena lentamente ha tutto il diritto di farlo; io ho tutto il diritto di non chiamarlo un modello e chi lo eleva a bandiera di inclusività sta chiedendo una cosa diversa dal rispetto, sta chiedendo l'adesione. Rispettare una persona e sposare le sue abitudini sono due gesti che il discorso corrente tiene apposta confusi.
Persino l'argomento che a prima vista sembra più solido, quello economico, è più fragile di come viene usato. "Questi comportamenti li pago io con la sanità pubblica" suona ovvio e in parte lo è, ma il conto è tutt'altro che chiuso. Uno studio pubblicato su PLoS Medicine nel 2008 da van Baal e colleghi, modello costruito sui dati olandesi, arriva a un risultato controintuitivo, affermando che sull'intero arco di una vita la spesa sanitaria più alta è quella delle persone sane e non fumatrici, non quella degli obesi né dei fumatori. Il motivo è brutale nella sua semplicità: chi vive sano vive più a lungo e accumula le malattie costose della vecchiaia che chi muore prima non raggiunge mai. L'aspettativa di vita dai vent'anni si accorcia di circa cinque anni per l'obeso e di sette per il fumatore. Costano meno non perché stiano meglio, ma perché stanno al mondo di meno. Attenzione, non sto rovesciando la cosa nel suo opposto, sarebbe disonesto: quel modello conta i soli costi medici diretti e lascia fuori la produttività persa negli anni di lavoro. Il punto è un altro, ovvero che appoggiare il proprio fastidio morale su un calcolo contabile che non torna a proprio favore è un errore, e conviene saperlo prima di farne una bandiera.
E dato che chiudere con domande che non hanno risposta è diventato una specie di firma, chiedo: a chi conviene che tu creda di non avere la leva? Perché tutto, in questa giostra, spinge nella stessa direzione. Chi ti vuole insicuro e chi ti vuole rassegnato sembrano nemici e invece campano dello stesso equilibrio, quello in cui il tuo corpo è un problema permanente che qualcun altro gestisce al posto tuo. La crudeltà non è dire a una persona che potrebbe stare meglio, la crudeltà, quella vera e ben confezionata, è insegnarle che non ha nessun motivo per volerlo.
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