La colazione e lo schiavo che non sapevo di essere

by Rollo


La colazione e lo schiavo che non sapevo di essere

Stamattina al bar ho capito qualcosa che non volevo capire.

Guardavo il cameriere portarmi il caffè e ho pensato: questo uomo mi sta servendo. Tra un'ora userà un'app per farsi portare il pranzo a casa. Chi glielo porta userà un servizio di autonoleggio per tornare. L'autista pagherà qualcuno per pulirgli casa. E quella persona, forse, domani servirà caffè a qualcun altro. Siamo tutti camerieri di qualcun altro. Abbiamo democratizzato la servitù chiamandola economia dei servizi.

La frantumazione del maggiordomo

Una volta il maggiordomo serviva una famiglia. Relazione verticale, asimmetrica, ma stabile. Sapevi chi eri: servo o padrone. Oggi abbiamo frantumato quella relazione in milioni di micro-transazioni dove tutti serviamo tutti, a rotazione, convinti di essere liberi perché possiamo scegliere chi servire e quando. Ma la somma non cambia. Il tempo che "risparmi" usando un servizio lo "paghi" fornendo servizio a qualcun altro. È un gioco a somma zero mascherato da progresso.

Il nobile del Settecento viveva in un mondo ontologicamente diverso dai suoi contadini. Accesso a cultura, arte, conversazione, esperienze che semplicemente non esistevano per gli altri. Oggi il miliardario e l'impiegato usano lo stesso telefono, guardano le stesse serie, volano sugli stessi aerei. La differenza è quantitativa, non qualitativa. Più metri quadri, più viaggi, più servizi, ma dello stesso tipo di cose. Abbiamo standardizzato la ricchezza e nel farlo l'abbiamo svuotata di significato.

E poi c'è l'iperspecializzazione. Tre generazioni fa mio nonno si riparava il rubinetto, costruiva mobili, sapeva macellare un animale. Io non so fare nessuna di queste cose. Ho delegato ogni competenza pratica a qualcun altro. Sono più "libero" di lui? O sono solo più dipendente da un sistema che non controllo?

Controproduttività

Ivan Illich negli anni Settanta aveva un nome per questo: controproduttività. Quando un sistema supera una certa soglia, inizia a produrre l'opposto di ciò per cui era nato. La medicina crea malati. L'educazione crea incapaci di apprendere. I trasporti veloci, se calcoli il tempo che lavori per pagarli, ti muovono più lentamente di una bicicletta. I sistemi non risolvono bisogni - li creano. E una volta creati, non puoi più uscirne perché hai perso la capacità di fare altrimenti.

Hannah Arendt diceva qualcosa di simile da un'altra angolazione. Distingueva tra lavoro, opera e azione. Il lavoro è ciclico, legato alla sopravvivenza. L'opera è creare cose durature. L'azione è politica, relazioni, apparire nel mondo con altri. La modernità ha glorificato il lavoro, la ruota del criceto, a scapito delle altre due. Produciamo e consumiamo senza mai costruire nulla che duri, né agire davvero.

E Graeber, più recente, con i suoi "lavori del cavolo". Posizioni create solo per far lavorare le persone. Ruoli che chi li occupa sa essere inutili. Un'economia che produce occupazione invece che valore.

Eccoli qui, tre pensatori che hanno descritto esattamente quello che sentivo guardando il cameriere. E qual è la soluzione che propongono? Illich sperava in una presa di coscienza collettiva che non è mai arrivata. Arendt vedeva lo spazio pubblico svuotarsi, sostituito dal consumo. Graeber ha provato con Occupy. È durato poco.

Nessuno di loro ha funzionato a livello di sistema. Le uscite che esistono sono individuali, di piccola scala, e richiedono accettare una certa marginalità. Forse non si può uscire. Si può solo ridurre l'esposizione.

L'illusione della scelta

Ma anche questo è un'illusione. Perché la scelta individuale non esiste davvero. C'è sempre qualcuno che ha scelto prima di noi tra le nostre possibili scelte. Non siamo mai veramente liberi di scegliere del tutto, solo tra alcune opzioni che il sistema ha reso disponibili. Anche Illich che "sceglie" di morire del suo cancro a modo suo; quella opzione esisteva perché qualcuno aveva reso disponibile l'oppio, perché aveva amici con tempo libero, perché aveva un posto dove farlo.

Il cerchio si chiude in modo claustrofobico. Il sistema crea interdipendenza. L'interdipendenza elimina autonomia. L'assenza di autonomia limita le scelte a quelle che il sistema permette. E la consapevolezza del meccanismo non apre porte nuove. Ti fa solo vedere meglio le pareti.

Dove l'analisi diventa pericolosa

Ecco il punto in cui dovrei fermarmi.

Perché la consapevolezza isola. Vedi quello che altri non vedono, o non articolano e questo ti separa. Ma la separazione non porta da nessuna parte. Non sei più libero. Non sei più felice. Non puoi fare nulla con quello che vedi. Sei solo più solo.

Il sistema dell'interdipendenza forzata, della servitù reciproca, beh quello almeno connette le persone, anche se in modo alienato. Il cameriere e io abbiamo avuto uno scambio. Breve, transazionale, ma reale. La consapevolezza del meccanismo ti estrae dalla connessione senza darti nulla in cambio.

Guardo le persone intorno a me. Chiacchiere da bar, saluti di circostanza, nessuno che sa veramente spiegare niente. E mi sento superiore. Sbagliando. Perché alla fine non c'è una soluzione per "elevarli". Siamo tutti nello stesso brodo. Nessuno è più elevato di altri. Qualcuno ci è arrivato prima, ha scritto libri, ha fondato movimenti. E non è cambiato nulla. Mai.

Io ottengo solo il risultato di essere più consapevole, meno suggestionabile, ma allo stesso tempo più solo. Ogni schema che vedo mi allontana. Ogni pattern che riconosco mi separa da chi non lo vede. E la capacità di vedere schemi ovunque - che dovrebbe essere un vantaggio, diventa una prigione.

Il remix del remix

Non puoi non vedere che quella melodia richiama quell'altra. Che quella foto è una variazione di quella composizione. Che quel pensiero l'ha già avuto qualcuno nel 1973. Tutto è già stato fatto. Tutto è remix di remix di preset. Siamo oltre il ritorno di mode e abitudini. Siamo al remix basato sui preset. Ogni passaggio si allontana di uno strato da qualcosa che forse era autentico, fino a che non sai nemmeno più cosa stai remixando.

Sono stanco mentalmente. Annoiato. Qualunque strada cerchi di percorrere mi annoia. Ho smesso di allenarmi da tre settimane perché va bene la salute ma comunque sono solo. Soffro di una forma di solitudine esistenziale che non mi permette di connettermi con gli altri a un livello profondo. Non parlare, non spiegare, non analizzare ma toccare, guardarsi, capirsi. Connettersi in qualunque modo che non sia il linguaggio.

Che paradossalmente è il mio punto forte. Le parole. L'analisi. La capacità di articolare quello che altri sentono ma non sanno dire. E questa capacità mi isola da loro invece di connettermi.

Le maschere

A volte faccio lo stupido per non sembrare troppo intelligente e pesante. A volte faccio l'intellettuale per far capire chi comanda. Oscillo tra maschere a seconda di chi ho davanti. Non per manipolare: per sopravvivere. Perché essere sempre quello che vede troppo è insostenibile.

Bisognerebbe essere se stessi, dice qualcuno. Lo so. Ma il punto è proprio quello.

Chi sono io?

Non è una domanda retorica. Non è un esercizio filosofico. È la cosa che non so. Dopo una vita pèassata ad osservare sistemi, dopo aver smontato meccanismi sociali, economici, psicologici, non so rispondere alla domanda più basilare.

Forse "chi sono io" non ha una risposta fissa. Forse sono uno che cambia forma a seconda del contesto. Ma non so se questo è adattamento sano o frammentazione. Non so se le maschere sono strumenti o sintomi. Non so se vedere tutto questo chiaramente è un dono o una condanna.

Quello che so è che stamattina al bar ho capito qualcosa che non volevo capire. E adesso sono qui a scriverlo, perché scrivere è l'unica cosa che so fare con quello che vedo. Non cambia niente. Non risolve niente. Ma almeno esiste fuori dalla mia testa.

Forse qualcuno leggerà questo e riconoscerà qualcosa. Non una soluzione - non ce n'è. Solo il sapere che qualcun altro sta guardando le stesse pareti.

Se lo sai, lo sai.

Se non lo sai, beato te.

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