La cura come firma

Ho preso l'abitudine da una vita, di osservare e non riesco più a perderla. Le persone parlano molto, le cose parlano poco; ma quando parlano, dicono la verità .
Vedo un'auto ammaccata sul parafango anteriore destro, una di quelle ammaccature che racconta una manovra goffa di tre anni fa, mai riparata, ormai entrata nel paesaggio del veicolo come una ruga. Vedo case che dall'esterno respingono il passante, intonaco scrostato non per povertà ma per indifferenza, finestre con tende ingiallite, balconi che hanno smesso di essere luoghi e sono diventati depositi. Sono dettagli, talvolta anche insignificanti se presi uno alla volta, ma insieme, però, formano una firma.
Prima di proseguire mi corre l'obbligo di fare una puntualizzazione, perché senza tutto questo scivola nel giudizio di classe e non è quello che voglio ottenere. Disordine e trascuratezza non sono la stessa cosa, lo studio di chi scrive con i libri aperti su tre piani diversi non è trascurato, è abitato ed anche il garage del meccanico bravo che sembra una giungla di pezzi sparsi non è trascurato, è un sistema che solo lui sa leggere. Il caos creativo ha una direzione e talvolta anche un ritmo che chi lo abita riconosce, ma la trascuratezza no, quella è il punto in cui la persona ha smesso di rivolgersi alle cose e le cose lo sanno.
Quello che voglio dire è che il marker non è la condizione momentanea ma è la relazione cronica. Una camicia stropicciata addosso a qualcuno che ha appena finito un volo lungo dice una cosa, la stessa camicia indossata ogni giorno da qualcuno che avrebbe tempo per stirarla ma non se la pone come questione ne dice un'altra completamente diversa.
Il livello più diagnostico, però, non è quello che si vede dalla strada, quanto più quello che si vede dentro casa al livello domestico più ordinario. Penso alla pizza mangiata direttamente dalla scatola sul divano invece che su una tavola apparecchiata, oppure ai vestiti buttati sulla sedia invece che riposti nell'armadio o appesi al servo muto e ancora i piatti che si accumulano nel lavandino per giorni invece di finire in lavastoviglie o l'auto non solo ammaccata ma sporca dentro, con sacchetti di patatine vecchi, scontrini, bottiglie vuote che sono entrate a far parte dell'arredamento. Potrei continuare all'infinito ma il punto è che sono gesti minimi, quasi invisibili, ognuno dei quali costa trenta secondi che sommati negli anni costituiscono una pratica, o l'assenza di una pratica.
Mettere via una camicia richiede mezzo minuto mentre lasciarla sulla sedia richiede zero, ma la sedia non è un luogo per camicie e la persona lo sa e sceglie, in piccolo, di non scegliere. Apparecchiare il tavolo per una pizza ordinata richiede un minuto; mangiarla dalla scatola sul divano richiede zero, ma quel minuto era il gesto che trasformava un rifornimento in un pasto ed è stato eliminato. Caricare la lavastoviglie ogni sera richiede tre minuti mentre lasciare i piatti nel lavandino richiede zero, però i piatti restano lì, crescono, diventano il messaggio che dai a te stesso ogni volta che entri in cucina.
Più clinicamente chi rimanda i piatti rimanda anche le email difficili, le conversazioni necessarie o le decisioni che pesano. La domesticità è il banco di prova dove le abitudini si formano fuori dallo sguardo professionale; quello che fai lì lo farai anche fuori, prima o poi. Anzi, lo stai già facendo, ma in domini dove gli altri non hanno ancora abbastanza dati per accorgersene.
Ho imparato presto a guardare il bagno degli ospiti quando vado in casa di qualcuno, non per giudicare ma per capire. Non il bagno padronale, che riceve cura performativa ma il bagno degli ospiti, quello dove finisce la cura che resta dopo la performance. Se lo specchio è pulito, le saponette non sono incrostate, il dispenser ha del sapone dentro, sto trattando con una persona che pensa anche agli altri quando non c'è bisogno di pensarci, anche se magari il lavoro lo fa il personale di servizio. Lo stesso vale per il portabagagli dell'auto e non l'abitacolo, che ricevi quando entri come passeggero e che viene tenuto quasi sempre presentabile, ma il portabagagli, dove finiscono le scarpe da ginnastica vecchie, le buste della spesa dimenticate, il giubbotto invernale a luglio. Chi lo tiene in ordine non lo fa per te, perché tu non lo vedrai mai; lo fa per se stesso, per principio.
C'è poi un terzo cerchio, che secondo me è il più rivelatore di tutti e riguarda il corpo. Capelli che hanno smesso di essere tagliati a una cadenza ragionevole, barba che è diventata lunga e scombinata per inerzia non per scelta, unghie, mani, denti, pelle. Talvolta finanche l'igiene personale di base. Il corpo è l'unico oggetto che porti sempre con te, puoi avere casa disordinata e averla nascosta agli altri e puoi anche avere l'auto piena di spazzatura e parcheggiarla lontano ma non puoi nascondere il modo in cui ti rapporti a te stesso perché semplicemente ti precede in ogni stanza in cui entri.
C'è una sfumatura clinica che vale la pena cogliere, perché altrimenti questo discorso diventa elogio della vanità e cioè che la cura di sé non è vanità . La vanità è performance, cura rivolta all'esterno, riconoscibile perché si ferma a ciò che si vede. Capelli perfetti davanti, niente dietro, vestiti firmati addosso e biancheria che dura una settimana. Sono tutti casi in cui il livello invisibile è stato sacrificato a quello visibile e dopo un po' si vede anche dove non si dovrebbe vedere. La cura vera è diversa e riguarda anche quello che nessuno vedrà mai, le unghie dei piedi d'inverno o il modo in cui ti lavi quando sei solo. Chi cura entrambi i livelli, quello visibile e quello invisibile, è la persona che cerco, perché chi cura solo il visibile è qualcuno che dietro la facciata può crollare in qualsiasi momento; chi non cura nemmeno il visibile è qualcuno che si è arreso prima ancora di sapere a cosa.
Il fatto interessante, quello che a mio avviso vale tutta l'osservazione, è che i tre cerchi quasi sempre si presentano insieme. Chi ha l'auto piena di spazzatura raramente ha la barba curata e il bagno pulito e le tre cose viaggiano insieme perché vengono dalla stessa radice, ovvero la rinuncia al gesto piccolo e intenzionale che si ripete migliaia di volte negli anni. Ho visto anche eccezioni, persone formidabili che vivono nel caos creativo eppure hanno cura di un'idea, di una pratica, di un libro, di un rituale. La cura si manifesta sempre da qualche parte e quando non si manifesta da nessuna parte, è quel "da nessuna parte" che parla, non la categoria specifica in cui si manifesta.
E qui torna il filo di tutto e cioè che la cura è una pratica lenta, ad alta frizione contro l'entropia del giorno. L'entropia è il default, le cose vanno verso il disordine da sole, senza che tu faccia nulla ma per tenerle dove devono essere ci vuole un piccolo gesto, quasi invisibile, ripetuto migliaia di volte negli anni. Chi fa quel gesto sta dicendo qualcosa di sé senza saperlo, mentre chi non lo fa sta dicendo qualcosa di sé senza saperlo. In entrambi i casi parlano ed in entrambi i casi parlano più chiaramente di quanto possano immaginare.
Le cose belle vanno trattate bene, mi viene da dire, ma anche le cose brutte, anche le cose modeste. Soprattutto quelle, forse, perché lì non c'è scusa economica per tenerle in ordine e resta solo la scelta di farlo. Vale per la macchina, per la cucina, per la camicia, per la barba; vale per tutto e per tutti.
Se lo sai, lo sai. Se non lo sai, va bene comunque; ma le persone con cui ti incrocerai negli anni a seguire lo vedranno comunque, anche se tu non ti accorgerai mai che lo stanno vedendo.
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