La divisa che non sapevo di indossare

C'è stato un consiglio di amministrazione, qualche anno fa, dove sono entrato con le mie scarpe da ginnastica preferite: quelle bianche un po' consumate al punto giusto, di un brand che chi sa riconosce e chi non sa scambia per Nike qualunque. Per me erano la dichiarazione che restavo me stesso anche al tavolo dei grandi, founder, pioniere, uno che ha costruito la cosa da zero e le scarpe da ginnastica come bandiera dell'autenticità .
Intorno al tavolo, gli uomini nominati dal fondo mi hanno guardato un istante più del necessario. Non c'era giudizio nei loro occhi, non c'era la puzza sotto il naso che immaginavo: c'era una lettura, una decodifica veloce di chi avevano davanti e di quanto fosse pronto a stare in quel ruolo. Le scarpe erano un dato, lo erano anche il modo in cui mi ero seduto, il modo in cui avevo poggiato il telefono sul tavolo, il modo in cui parlavo della società che avevo co-fondato. Tutto comunicava qualcosa e quel qualcosa non era quello che credevo di star comunicando io.
Ci ho messo del tempo a capire una cosa semplice: nei contesti che contano, ogni dettaglio è linguaggio. Non c'è zona neutra, non c'è abito senza messaggio ed anche il rifiuto del codice è un codice e tipicamente è il codice di chi non sa ancora dove si trova. Il founder con le sneakers al CdA pensa di dire "io sono autentico, io costruisco mentre voi misurate", ma quello che gli uomini del fondo ricevono è un'informazione diversa, che riguarda la velocità con cui ha capito a che tavolo è arrivato.
Il punto non è il giudizio morale, in fondo quelle persone non sono peggiori di te, non sono migliori di te, sono semplicemente di un'altra tribù. Hanno passato anni dentro un codice specifico fatto di sfumature che a un occhio esterno sembrano arbitrarie e che invece raccontano biografie intere. La qualità del taglio di una giacca dice da quanto frequenti certi posti, il modo in cui ordini il vino dice se sei in casa o in trasferta, come parli al cameriere dice se ti senti in alto o se stai recitando di sentirti in alto. Sono migliaia di micro-segnali che le persone abituate a quel codice leggono in tempo reale, senza nemmeno accorgersi di starlo facendo.
Per anni ho creduto che fosse snobismo, una forma di chiusura di casta, un meccanismo di esclusione costruito apposta per tener fuori chi non era nato dentro ma poi ho capito che non era affatto così, era solo grammatica. Le persone che parlano un codice nativamente riconoscono in pochi secondi chi lo parla con loro e chi lo sta imitando, non perché vogliano escludere l'imitatore, ma perché la fluidità con cui ti muovi dentro un codice è informazione preziosa. Dice da dove vieni, ti dice cosa hai capito, dice quanto sarai prevedibile nelle prossime mosse perché che lo si voglia o no, è un linguaggio che racconta la tua storia con più precisione di un curriculum.
Lo dico avendo fatto, a un certo punto, anche la strada opposta. Per qualche anno mi sono levato giacca e cravatta e tutto quello che implicavano, ne avevo le tasche piene e sono stato una specie di selvaggio volontario fuori da quel mondo che mi aveva stancato. Poi ci sono tornato e ci sono tornato per una ragione precisa: quel mondo non era semplicemente quello dove avevo imparato a muovermi, era quello in cui ero nato, quello che stava nel mio DNA e dal quale non puoi sfuggire neanche volendo. Puoi prenderti una pausa, puoi fingere per un po' di essere altro, puoi anche convincertene per qualche stagione ma poi la struttura riemerge e ti rimette in fila con quello che sei davvero. Non era un'epifania spirituale, era una constatazione strutturale e cioè che non puoi essere chi non sei.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare e l'obiezione è seria. Prendiamo Dalà che coltivava quei baffi all'insù come un marchio di fabbrica, non come accessorio estetico ma come logo personale registrato sul proprio volto o Gianni Agnelli portava l'orologio sopra il polsino della camicia, una mossa che ogni manuale di galateo classifica come errore o ancora Marchionne che girava in maglione nero anche dalle parti del Lingotto e del board Chrysler. Sembrano casi che smontano la tesi del codice e invece a guardarli da vicino fanno l'opposto, la confermano nella sua forma più sofisticata. Nessuno dei tre stava ignorando il codice, lo stavano violando consapevolmente e questo è un mestiere completamente diverso. Dalà con i baffi non era un eccentrico distratto, era un uomo che aveva capito prima di chiunque altro il valore di un segno riconoscibile a distanza, una firma incarnata che funzionava perché tutto il resto del suo lavoro era impeccabilmente dentro la grammatica dell'arte alta del Novecento. Agnelli con l'orologio sul polsino faceva un vezzo che funziona solo se sei Agnelli, perché stai dichiarando un'aristocrazia talmente solida da poter giocare con i propri stessi codici. Marchionne poteva permettersi il maglione perché tutto il resto, dal controllo del consiglio al valore di borsa che muoveva, comunicava un potere così assoluto che la trasgressione del maglione diventava firma, non sciatteria.
Poi c'è la strada opposta ed è quella di Enrico Cuccia. Cuccia non trasgrediva niente, era il codice stesso fatto persona, l'osservanza assoluta portata al punto in cui diventa intimidazione. La stanza spoglia di via Filodrammatici, l'abito senza una piega fuori posto, la distanza glaciale con cui riceveva chiunque, dal potente di turno all'esordiente convocato per essere valutato. Ti guardava dalla testa ai piedi senza muovere un muscolo e il giudizio era già emesso prima che ti fossi seduto. Non aveva bisogno di firmarsi con un tic personale perché era lui stesso la firma del proprio mondo, la grammatica italiana della finanza nella sua forma chimicamente pura. La regola completa che esce da questi quattro casi è strutturale e vale la pena tenerla a mente ed è che al vertice del codice si arriva per due strade soltanto: la trasgressione consapevole di chi lo ha già conquistato, oppure l'osservanza così integrale da diventare essa stessa segno. Entrambe richiedono padronanza totale, entrambe sono illeggibili a chi quel codice non lo possiede. Il founder con le sneakers al CdA non sta percorrendo né la prima né la seconda strada, è semplicemente fuori dal campo e un occhio allenato questo lo vede in dieci secondi.
L'errore del founder che resta nelle sue sneakers e parlo per esperienza diretta, non è di vestirsi male ma è di non essersi accorto che ha cambiato stanza. La maglietta del rebel funzionava al tavolo dei pari, dentro la tribù dei costruttori, dove la sciatteria calibrata era essa stessa la divisa. Quella stessa divisa al tavolo del fondo comunica una cosa diversa, non perché il fondo sia migliore della tribù dei costruttori, ma perché il tavolo è cambiato. Chi non se ne accorge paga un prezzo strutturale anche se non viene escluso esplicitamente, semplicemente smette di essere considerato al pari. Le decisioni importanti vengono prese altrove, in una stanza dove tu credi di essere già entrato. Credi.
Il meccanismo non riguarda solo i CdA e questo è il punto che a una certa età diventa scomodo da riconoscere. Riguarda la cena a casa di gente che non conosci bene, dove il regalo che porti viene letto in trenta secondi e racconta più di mezz'ora di conversazione; riguarda il ristorante dove vai senza esserci mai stato e dove il modo in cui scegli il tavolo e ordini l'acqua dice se sei a tuo agio o se stai compensando, riguarda le valigie con cui arrivi in un albergo, come saluti il portiere, cosa hai sul comodino la prima sera. Tutto comunica, tutto viene registrato, anche quando nessuno se ne accorge consapevolmente.
A un certo punto della vita ti viene proposta una scelta che pochi formulano apertamente: puoi restare fedele al codice della tribù in cui sei cresciuto, accettando il prezzo strutturale che questo comporta nei nuovi contesti dove la vita ti ha portato, oppure puoi imparare il nuovo codice. Qui sta il passaggio difficile, perché impararlo non significa indossarlo come un costume, significa abitarlo fino a che diventa la tua pelle, fino al momento in cui smetti di pensarci. La giacca non è più la giacca che ti sei messo per la riunione, è la tua giacca; l'orologio al polso non è più una dichiarazione, è un'abitudine.
Il segnale che il nuovo codice è diventato davvero tuo non è l'acquisto degli oggetti giusti, ma è quando smetti di chiederti se sono giusti. Fino a che ti guardi nello specchio prima di uscire chiedendoti se quella camicia funziona con quei pantaloni, sei in transito; quando esci senza pensarci, sei arrivato. E intanto quelli che ti incrociano leggono la differenza prima ancora di averti salutato.
C'è poi la categoria di chi sceglie un codice perché lo vede addosso ad altri, non perché corrisponda a chi è diventato, ma perché ha visto che funziona, perché ha capito che è quello da indossare o da guidare per accedere a una certa stanza. È la versione più triste del passaggio e si riconosce immediatamente tipo il tizio con la macchina importante che non sa perché è importante la tratta come un trofeo invece che come uno strumento, la guida come se qualcuno lo stesse guardando, sceglie gli optional che la rendono visibile invece di quelli che la rendono efficace, ne discute il prezzo invece che le doti. Il codice c'è ma è citato, non parlato. La persona ha capito le parole ma non la grammatica e questo a chi parla nativamente quella lingua suona stonato dopo due frasi.
L'unica strada onesta e questa è la lezione che richiede molti anni per essere assorbita, è smettere di credere che il codice si scelga e cominciare a riconoscere quale codice sei già . Se la tua struttura ti vuole nell'understatement, l'understatement diventerà la tua lingua naturale anche se per anni l'hai combattuto, se ti vuole in una certa visibilità quella visibilità riemergerà comunque, magari sotto forme diverse da quelle che avresti immaginato. Il problema non è quale codice scegli, perché in fondo non lo scegli, il problema è quando il codice esterno non aderisce alla struttura interna perché lì nasce la stonatura che chiunque legge subito, anche senza saper dire cosa l'ha messa in allarme.
Quando guardo indietro a quel consiglio di amministrazione con le sneakers, non provo imbarazzo per la persona che ero allora, anzi provo riconoscenza per gli sguardi degli uomini del fondo, che senza dire niente mi hanno comunicato una cosa che non volevo ancora sentire. Non mi stavano dicendo di scegliere se entrare nel loro mondo, mi stavano dicendo che ci ero già dentro per natura e che la latitanza che stavo recitando aveva una scadenza biologica. Hanno fatto da specchio onesto e gli specchi onesti sono rari. Quasi nessuno ti dirà mai apertamente che non sei vestito per il tavolo a cui ti hanno invitato e quasi nessuno ti dirà mai apertamente che il tavolo a cui ti hanno invitato è in realtà l'unico al quale potevi sederti. Ti faranno sedere comunque, sorrideranno educatamente, prenderanno le loro decisioni dopo, quando tu sarai uscito convinto di essere stato dei loro o convinto di non esserlo. In entrambi i casi sapranno di te più di quanto saprai mai tu.
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