La folla la disegna chi le sta davanti

Sabato, dalla quiete dell'Oberland Bernese, ho seguito sui social il corteo milanese contro il carovita mentre si trasformava in scontro, nelle stesse ore in cui la scena si ripeteva a Torino e a Bologna. Il primo pensiero è stato quello che viene a chiunque abbia la mia età e abbia passato qualche decennio nelle stanze dove le cose si decidono davvero: ragazzi idealisti che vogliono cambiare tutto spaccando vetrine, senza capire che certi cambiamenti avvengono dall'interno attraverso la diplomazia e l'esercizio paziente del potere, avvocati di cause perse fin dalla partenza. Ho lasciato passare qualche giorno prima di scriverne, perché quel pensiero mi sembrava troppo scontato e banale. Quello che arriva su uno schermo a qualche centinaio di chilometri di distanza non è infatti il corteo ma la sua parte più fotogenica, cioè il cassonetto in fiamme e il ragazzo col volto coperto, mentre le migliaia che camminano senza rompere niente non fanno fermare il pollice di nessuno. Guardandolo meglio ho capito che contiene esattamente l'errore capace di trasformare un movimento nato sui banchi di scuola in qualcosa di molto più difficile da governare.
Tutto è cominciato a metà settembre in un liceo di Créteil, nella periferia di Parigi, dove gli studenti sono usciti in strada per aule sovraffollate e insegnanti che non arrivano. In poche settimane la protesta ha attraversato la Francia raggiungendo Liegi e Bruxelles, finché il 17 ottobre si è fusa con la mobilitazione contro il carovita in cui sono ricomparsi anche gli ex gilet gialli. In Italia è arrivata per imitazione dichiarata, al punto che a Udine tre ragazzi hanno convocato una piazza chiedendosi semplicemente perché da noi non si protesti come in Francia. Chi evoca il '68 vede bene la forma, cioè il contagio da un paese all'altro e la tentazione di saldarsi con il mondo del lavoro, tuttavia sbaglia l'aritmetica. Nel '68 i giovani erano tanti e l'economia cresceva, per cui quella generazione avrebbe comunque finito per governare. Oggi sono una minoranza in società che invecchiano e chiedono banchi e affitti sostenibili invece di un nuovo senso del mondo, mentre partono dai licei dove molti di loro non votano ancora. Non a caso Jean-Luc Mélenchon, il leader settantacinquenne della sinistra radicale francese al suo quarto tentativo presidenziale, ha già proposto di abbassare il voto a sedici anni.
L'idea che la folla sia stupida ha un padre preciso. Gustave Le Bon, medico e sociologo francese, la mise per iscritto nel 1895 in "Psicologia delle folle" sostenendo che l'individuo dentro la massa regredisce fino a smettere di ragionare, per cui da allora quel libro è il manuale implicito di chiunque debba governare una piazza e confesso che il mio riflesso di sabato veniva da lì, mentre la psicologia delle folle degli ultimi decenni racconta un'altra storia. Clifford Stott, psicologo sociale britannico che ha dedicato la carriera ai disordini di piazza, ha mostrato che una folla tende a diventare violenta quando chi la fronteggia la tratta come un blocco unico, dato che a quel punto anche chi era venuto per tutt'altro finisce per considerare lo scontro legittimo. Agli Europei di calcio del 2004 in Portogallo si creò quasi un esperimento naturale quando una delle due polizie portoghesi applicò il suo metodo, fatto di presenza discreta e di interventi mirati sui singoli, laddove l'altra scelse la linea dura tradizionale. Nelle zone della prima non si registrarono disordini mentre in quelle della seconda ce ne furono due, con gli stessi tifosi inglesi che quattro anni prima erano stati al centro degli scontri in Belgio.
La minoranza violenta resta quindi minoranza finché la maggioranza non si sente colpita insieme a lei. C'è poi un secondo meccanismo, che il sociologo americano Herbert Haines descrisse nel 1984 studiando il movimento per i diritti civili quando notò che le organizzazioni nere moderate avevano ricevuto più finanziamenti, non meno, proprio mentre emergeva l'ala radicale. Lo chiamò effetto dell'ala radicale e la ricerca successiva ha chiarito che può andare in entrambe le direzioni. Le vetrine rotte possono rendere ragionevole agli occhi di tutti chi chiede supplenti e aule decenti oppure trascinarlo a fondo con sé. Quale delle due cose accada non dipende dalla piazza ma da chi sta dall'altra parte, ovvero da quanto in fretta apre una porta ai moderati prima che i radicali diventino la faccia dell'intero movimento.
Il caso da manuale resta proprio il maggio francese, a patto di leggerlo dalla parte del potere. Tra il 25 e il 27 maggio 1968, con il paese paralizzato dallo sciopero generale, il primo ministro Georges Pompidou riunì sindacati e imprenditori al ministero degli Affari sociali in rue de Grenelle e mise sul tavolo un aumento del salario minimo del 35% insieme a un aumento dei salari del 10% entro l'autunno. Non trattò con gli studenti, che non avevano nulla da incassare, bensì con chi aveva una busta paga da difendere e dunque una richiesta che si poteva soddisfare. Gli accordi non vennero nemmeno firmati e in molte fabbriche furono accolti con freddezza, eppure la saldatura tra operai e studenti, che era la vera minaccia per il governo, cominciò da lì a sciogliersi. Il 30 maggio Charles de Gaulle sciolse l'Assemblea nazionale e a fine giugno le elezioni gli consegnarono una vittoria schiacciante.
Ecco cosa il mio riflesso di sabato non vedeva. Il corridoio in cui si esercita il potere esiste e funziona, solo che a Grenelle funzionò perché fuori c'era una piazza che gli dava un prezzo. La piazza fissa il prezzo e il corridoio lo incassa, quindi una folla non si batte affrontandola ma scomponendola, dando ciò che è incassabile a chi è in grado di incassarlo e lasciando la richiesta totale a chi non saprà mai cosa farne. Gli studenti sbagliano quando credono che la piazza sia il luogo del cambiamento, mentre chi li osserva dall'alto sbaglia quando crede che il corridoio possa lavorare senza alcuna pressione esterna.
Anche le cause perse vanno guardate con questa lente. Venerdì nei cortei italiani si gridava contro la guerra e il carovita, per il diritto allo studio e per il clima, ovvero una richiesta che nessun ministro al mondo è in grado di soddisfare e che per questo resterà persa qualunque cosa accada. In Francia, dove la protesta era partita da una richiesta concreta, il governo ha già ordinato assunzioni urgenti di supplenti e ha riorganizzato gli orari scolastici. La differenza tra una causa persa e una vinta raramente sta nella violenza dei metodi, molto più spesso sta nella possibilità che qualcuno dall'altra parte del tavolo possa dire di sì senza perdere la faccia.
Il calendario italiano dei prossimi giorni rende tutto questo concreto. Sabato 24 a Roma scenderanno in piazza gli studenti di destra con lo slogan "Sblocchiamo tutto", mentre due folle una di fronte all'altra rappresentano esattamente lo scenario in cui le identità si induriscono e ciascuna diventa per l'altra quel blocco unico da cui nasce lo scontro. Poi ci sono due scioperi generali, il 30 ottobre quello dei sindacati di base e il 20 novembre quello della Cgil. Delle due date è la seconda a pesare davvero, perché la convergenza con il sindacato maggiore è ciò che più somiglia al maggio francese. In mezzo c'è un mese intero in cui chi governa può scegliere se scomporre o compattare.
Lo stesso vale fuori dalla politica, per un rettore davanti a un'aula occupata come per un amministratore delegato davanti a un reparto in rivolta. La prima cosa da non fare è far pagare ai moderati il conto dei radicali, trattando gli oltre 3'000 studenti che venerdì hanno sfilato a Milano come se fossero gli stessi della guerriglia di sabato. L'altra è rispondere nelle stesse ore in cui la piazza risponde a te, visto che a quel punto il ritmo lo decide lei. Agli studenti, se qualcuno di loro leggesse, direi una cosa sola: la loro richiesta migliore non deve diventare ostaggio del loro elemento peggiore, perché è sempre quest'ultimo che il potere sceglierà di inquadrare.
Sabato, scorrendo quelle immagini, il riflesso più pericoloso forse non stava nella mano di chi lanciava il sasso ma stava nel pollice di chi come me guardava da lontano e metteva tutti nello stesso sacco.