La frode che conosceva la soglia

by Rollo


La frode che conosceva la soglia

Per dieci anni Heraeus ha ridotto le analisi del metallo di 450 clienti restando quasi sempre sotto il margine che avrebbe fatto scattare un controllo.

Heraeus, gruppo tedesco a proprietà familiare con sede a Hanau vicino a Francoforte, è tra i maggiori raffinatori di platino al mondo e questa settimana il Financial Times ha riportato l'esito di un'indagine indipendente secondo cui dal 2015 alla fine del 2025 i risultati delle analisi sul materiale dei clienti venivano ridotti in modo sistematico, quasi sempre di meno dell'1%. I clienti coinvolti sono circa 450 in tutto il mondo e alcuni hanno perso milioni di euro. Heraeus ha accantonato 170 milioni per i risarcimenti, che si sommano ai 460 già messi da parte per il metallo dei clienti rimasto trattenuto negli impianti, mentre la procura tedesca indaga su sedici dipendenti ed ex dipendenti per frode e appropriazione indebita.

Il materiale in questione arriva in gran parte dal riciclo, soprattutto catalizzatori esausti dell'industria e delle automobili, nei quali platino e palladio sono presenti in percentuali minime ma di grande valore. Il cliente consegna il materiale, la raffineria lo campiona e ne analizza il contenuto, poi paga in denaro o restituisce in metallo fino quello che l'analisi dice esserci. Tutto il rapporto economico dipende quindi da un numero, cioè la percentuale di metallo prezioso misurata in laboratorio.

La conclusione più immediata è che chi misura il valore della merce che compra ha sempre un incentivo a sbagliare a proprio favore e sebbene sia vero spiega poco, perché i clienti misuravano anche loro. Frank Stietz, l'amministratore delegato del gruppo, ha detto che le detrazioni erano nate proprio per evitare discrepanze tra le analisi del cliente e quelle della raffineria, tuttavia per capire perché un sistema con due misure indipendenti non abbia visto niente per dieci anni bisogna guardare come quelle due misure vengono riconciliate.

Nel commercio dei metalli preziosi ciascuna delle due parti analizza un campione dello stesso lotto e se i risultati divergono oltre una tolleranza fissata nel contratto, che nel gergo si chiama limite di ripartizione, un terzo campione va a un laboratorio indipendente che fa da arbitro e il costo dell'analisi ricade su chi si è allontanato di più dal suo risultato, mentre se la differenza resta dentro la tolleranza si prende la media delle due analisi e si chiude. Per i catalizzatori al platino la prassi del settore fissa questa tolleranza all'1% relativo e il sistema è costruito bene, poiché rende costoso litigare per poco e punisce chi esagera, tuttavia ha una zona in cui nessuno guarda ed è proprio lo spazio sotto la soglia.

Proviamo a mettere i due numeri uno accanto all'altro: le detrazioni di Heraeus stavano quasi sempre sotto l'1%, mentre la tolleranza standard del settore è dell'1%. Non conosco i contratti dei singoli clienti e non posso affermare che ogni detrazione cadesse dentro la soglia prevista da quel contratto, tuttavia uno scarto di quella misura è esattamente il tipo di differenza che il meccanismo di arbitraggio non intercetta, dato che sotto la soglia la procedura stessa prevede di fare la media e chiudere. Chi abbassa la propria analisi dell'1% ne incassa così la metà, oppure tutto se il cliente si fida e un'analisi propria non la fa. Una frode non ha bisogno di aggirare il controllo se si dimensiona sulla sua tolleranza.

Il settore questo rischio lo conosceva e lo aveva anche messo per iscritto, infatti da anni consulenti e riviste tecniche avvertono che un raffinatore può offrire condizioni commerciali apparentemente generose e rifarsi limando il contenuto di platino di una frazione di punto, così come segnalano raffinatori poco scrupolosi che cercano di portare la tolleranza al 5 o al 10%. Il consiglio ricorrente ai clienti è di dividere il materiale in molti lotti piccoli invece che in pochi grandi, in modo che ogni lotto venga misurato e riconciliato separatamente. Si scopre che la debolezza aveva un nome ma per dieci anni nessuno l'ha cercata in casa di uno dei nomi più rispettati del mestiere.

Lo stesso schema lo ritrovo ovunque esista un margine accettato, dalle note spese che restano sotto l'importo per cui serve la ricevuta alle fatture fermate un euro prima della seconda firma. Ogni sistema di verifica deve tollerare un errore, altrimenti si blocca e chi conosce quel margine si prende quello che ci sta sotto. Mezzo punto su un lotto non è niente, ma su migliaia di lotti e centinaia di clienti in dieci anni la somma arriva a nove cifre.

C'è poi un dettaglio che mi pare più istruttivo della frode stessa, cioè che a scoprire il problema non sono stati i clienti ma la stessa Heraeus, dopo aver trovato nelle proprie scorte più metallo di quanto i registri giustificassero. Da lì la crisi si è allargata finché l'azienda ha riconosciuto che quell'eccedenza apparteneva in gran parte ai clienti. I numeri si possono aggiustare per anni, mentre il platino trattenuto resta in magazzino finché il bilancio dei materiali smette di tornare, per cui alla fine il controllo che ha funzionato non è stato quello previsto dal contratto ma quello fisico, ovvero il più antico e il meno sofisticato.

Per chi legge dal Ticino la vicenda non è lontana. Nel Mendrisiotto, nel raggio di pochi chilometri, si trovano tre delle maggiori raffinerie d'oro al mondo: Valcambi a Balerna, PAMP a Castel San Pietro e Argor-Heraeus a Mendrisio. Quest'ultima appartiene interamente al gruppo Heraeus dal 2017 e da luglio opera come società autonoma all'interno del gruppo, ma nulla di quanto emerso finora la riguarda, dato che le irregolarità sono state individuate nell'impianto tedesco di Hanau. La domanda strutturale però vale per tutto il distretto, perché il modello di affari di una raffineria resta lo stesso ovunque e si regge sulla fiducia in un numero prodotto da chi paga.

La Svizzera su questo punto ha fatto una scelta diversa da quella puramente contrattuale, poiché secondo la legge federale sul controllo dei metalli preziosi, in vigore dal 1933, il titolo dei prodotti della fusione destinati alla rivendita può essere determinato soltanto da un ufficio di controllo o da un saggiatore del commercio. Si tratta di una persona con un diploma federale, autorizzata dall'Ufficio centrale di controllo dei metalli preziosi, che giura di adempiere fedelmente i propri doveri. La garanzia in questo modo non sta più in una clausola ma in una firma personale e in un'autorizzazione che si può perdere. È un'idea migliore della sola tolleranza, perché obbliga qualcuno a rischiare in proprio sul numero che certifica.

Non va però scambiata per una garanzia assoluta. Il saggiatore lavora spesso dentro la raffineria stessa, che può detenere insieme la patente di fonditore e l'autorizzazione al saggio, quindi la sua firma rende più costoso mentire senza eliminare l'incentivo. Il Controllo federale delle finanze ha inoltre rilevato che fino all'inizio del 2019 l'Ufficio centrale limitava la vigilanza su questi operatori a brevi controlli di natura amministrativa. Non so nemmeno dire con certezza fino a che punto quel regime copra i conteggi con cui si paga il materiale di recupero in entrata, che è proprio il terreno su cui è caduta Heraeus.

L'insegnamento che possiamo trarre da questa vicenda è che chi affida materiale di valore a un terzo dovrebbe chiedersi meno se il proprio controllo è rigoroso e più quanto vale, sommato negli anni, tutto ciò che gli passa sotto.