La Groenlandia e l'industria della paura

by Rollo


La Groenlandia e l'industria della paura

Sabato 17 gennaio Donald Trump ha annunciato tariffe del dieci percento contro otto paesi NATO, che saliranno al venticinque percento a giugno, fino a quando la Danimarca non accetterà "l'acquisto totale e completo della Groenlandia". I titoli dei giornali parlano di crisi transatlantica, fine della NATO, precedente storico gravissimo. I commentatori si dividono tra chi vede l'ennesima follia trumpiana e chi intravede una strategia geopolitica raffinata. Entrambe le interpretazioni mancano il punto.

Per capire cosa sta realmente accadendo bisogna guardare i numeri, non le dichiarazioni. E i numeri raccontano una storia molto diversa da quella che appare sui media.

La Danimarca, paese di sei milioni di abitanti con una tradizione di neutralità benevola e welfare generoso, ha appena varato il più grande aumento di spesa militare della sua storia moderna. Nel 2021 spendeva meno del due percento del PIL in difesa. Nel 2025 supererà il tre percento. L'obiettivo dichiarato è raggiungere il cinque percento entro il 2032: una cifra che avrebbe fatto impallidire i generali della Guerra Fredda. Il cosiddetto "Fondo di Accelerazione" mobilita cinquanta miliardi di corone danesi, circa sette miliardi di dollari, in soli due anni. Tra gli acquisti principali: sedici caccia F-35 per quattro miliardi e mezzo di dollari. Produttore: Lockheed Martin, Stati Uniti.

La coincidenza merita attenzione. La Danimarca sta comprando miliardi di dollari in armamenti dalla stessa nazione che ufficialmente la sta "minacciando". La crisi che dovrebbe mettere in discussione l'alleanza transatlantica produce, nei fatti, il più grande trasferimento di denaro danese verso l'industria militare americana degli ultimi decenni.

Il pattern si replica su scala continentale. La spesa militare europea è passata da duecentodiciotto miliardi di euro nel 2021 a trecentonovantadue miliardi nel 2025: quasi raddoppiata in quattro anni. Gli investimenti in armamenti sono aumentati del quarantadue percento in un solo anno. Il summit NATO dell'Aia nel giugno 2025 ha fissato un nuovo obiettivo del cinque percento del PIL entro il 2035, contro il due percento che sembrava già ambizioso nel 2014. Centinaia di miliardi di euro che cercavano una giustificazione politica l'hanno trovata.

Qui emerge il primo elemento del meccanismo strutturale. In democrazia, aumentare massicciamente la spesa militare richiede consenso. Il consenso richiede una minaccia percepita. La minaccia russa, per quanto reale, si è normalizzata dopo tre anni di guerra in Ucraina. I cittadini europei si sono abituati. Serviva qualcosa di nuovo, di più vicino, di più emotivamente coinvolgente. Trump che vuole "prendere" la Groenlandia è perfetto: abbastanza serio da giustificare spese straordinarie, abbastanza assurdo da non richiedere preparativi per una guerra vera.

C'è però un secondo livello, più sottile. Mentre la Danimarca compra F-35 americani, il resto d'Europa sta facendo esattamente l'opposto. Il piano "ReArm Europe" della Commissione Europea prevede che entro il 2030 il cinquantacinque percento degli acquisti militari europei debba provenire da produttori europei o ucraini. La Germania, storicamente uno dei maggiori acquirenti di armamenti americani, ha ridotto la quota di fornitori statunitensi all'otto percento dei nuovi appalti. L'ironia non sfugge agli analisti: Trump ha passato anni a pressare gli alleati NATO perché spendessero di più in difesa. Ora spendono di più, ma i soldi vanno alle industrie europee invece che a quelle americane.

Ecco allora che la "crisi Groenlandia" assume una funzione diversa per attori diversi. Per Trump, è una leva negoziale: non otterrà la Groenlandia, ma otterrà concessioni su commercio, accesso militare, cooperazione artica. Per l'industria della difesa americana, la Danimarca e pochi altri paesi nordici rimangono clienti fedeli mentre il resto d'Europa si allontana. Per l'industria della difesa europea, la tensione transatlantica accelera la sostituzione dei fornitori americani. Per i governi europei, la crisi fornisce copertura politica per aumenti di spesa che sarebbero altrimenti impopolari. Per i media, è engagement garantito: la combinazione di Trump, minacce militari e piccoli paesi nordici è irresistibile.

Chi paga? Il contribuente, ovviamente. Quello danese che finanzia F-35 per difendersi dall'alleato che glieli vende. Quello tedesco che finanzia Leopard 2 per una minaccia russa che i suoi stessi servizi segreti descrivono come "non imminente". Quello italiano che vede tagliare servizi mentre la spesa militare cresce. I costi sono diffusi e invisibili; i benefici sono concentrati e tangibili.

Il pattern ha un nome nella teoria dei giochi: stallo profittevole. Si verifica quando tutti gli attori principali traggono vantaggio dal mantenimento di una situazione apparentemente conflittuale, mentre i costi vengono esternalizzati a soggetti che non siedono al tavolo delle decisioni. Nessuno ha interesse a risolvere il conflitto perché la sua perpetuazione è più remunerativa della sua conclusione.

Vale la pena chiedersi: cosa dovremmo osservare se questa interpretazione è corretta? Primo, nessuna azione militare reale. Le minacce rimarranno verbali, le tariffe saranno negoziate, la Groenlandia resterà danese. Secondo, la spesa militare continuerà a crescere indipendentemente dall'evoluzione della "crisi". Terzo, gli acquisti di armamenti proseguiranno secondo logiche industriali, non strategiche: chi comprava americano continuerà a comprare americano, chi stava già diversificando continuerà a diversificare. Quarto, nessun attore chiederà una risoluzione definitiva della questione, perché una risoluzione eliminerebbe la giustificazione per misure straordinarie.

Il comandante militare danese in Groenlandia ha ammesso la scorsa settimana di non aver visto "nessuna nave da guerra russa o cinese" nelle acque groenlandesi negli ultimi due anni e mezzo, nonostante Trump continui a sostenere che l'isola sia "circondata" da navi russe e cinesi. L'ottantacinque percento dei groenlandesi si oppone all'annessione americana, ma questo dato appare raramente nei titoli. La delegazione bipartisan di senatori americani che è andata a Copenhagen a rassicurare i danesi rappresenta probabilmente la posizione della maggioranza del Congresso, ma fa meno notizia delle provocazioni presidenziali.

La domanda clinica non è se Trump annetterà la Groenlandia. Non lo farà. Non è nemmeno se la NATO sopravviverà. Sopravviverà, come è sopravvissuta a crisi ben più serie. La domanda è: quanto a lungo può durare un sistema in cui la simulazione di conflitti tra alleati è più funzionale della cooperazione genuina? Quanto può crescere la spesa militare prima che i cittadini chiedano di vedere le minacce che dovrebbe contrastare? Quanto può allargarsi il divario tra la retorica bellicosa e la realtà dei rapporti economici e militari?

Chi ha vissuto abbastanza a lungo sa che questi cicli non durano per sempre. Prima o poi, qualcuno rompe il gioco. Può essere un politico che decide di dire la verità. Può essere un evento esterno che rende ridicola la finzione. Può essere semplicemente l'esaurimento fiscale di stati che non possono più permettersi di finanziare teatri geopolitici. Nel frattempo, il consiglio più utile è quello di sempre: segui i soldi, non i titoli. Guarda chi compra cosa da chi. Chiediti chi beneficia della situazione attuale e chi ne paga i costi. E quando qualcuno ti dice che siamo sull'orlo di una crisi epocale, verifica se per caso non stia vendendo qualcosa.

La Groenlandia resterà danese, almeno finché ai danesi farà comodo. Trump otterrà qualche concessione da esibire. L'industria della difesa incasserà i suoi contratti. I media avranno le loro visualizzazioni. E tra qualche mese, quando l'attenzione si sarà spostata sulla prossima emergenza, qualcuno si chiederà come mai abbiamo speso così tanto per così poco. Ma a quel punto ci saranno nuove paure da finanziare.

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