La guerra dei dazi che nessuno può vincere

by Rollo


La guerra dei dazi che nessuno può vincere

Due blocchi economici si sparano nelle palle e dichiarano vittoria. Non è una metafora: è il riassunto esatto di quello che sta succedendo tra Stati Uniti e Unione Europea. Ho visto questo schema almeno tre volte negli ultimi quarant'anni, e finisce sempre allo stesso modo. Male per tutti. Tranne che per chi decide.

Tu paghi. Loro festeggiano.

Gli Stati Uniti impongono dazi del 25% sull'acciaio europeo per "proteggere l'industria americana" e perdono 553.000 posti di lavoro. L'Unione Europea risponde con contromisure da 26 miliardi di euro per "difendere i consumatori europei" e fa aumentare i prezzi per quegli stessi consumatori. Entrambi celebrano la propria fermezza. Tu vai al supermercato e non capisci perché il carrello costa di più.

Il primo gennaio 2026, cioè ieri, è entrata in vigore la fase definitiva del CBAM, il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Sulla carta è uno strumento ambientale: chi importa acciaio, alluminio, cemento o fertilizzanti nell'Unione deve pagare un prezzo equivalente a quello che i produttori europei pagano per le emissioni di CO2. Livellare il campo di gioco, dicono a Bruxelles. Impedire che le industrie europee siano svantaggiate rispetto a chi produce in paesi con regole ambientali più lasche.

La logica ha senso. Se l'industria europea paga 80 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa e il concorrente cinese o russo non paga niente, il mercato è distorto. Il CBAM corregge questa asimmetria. Fin qui, ragionamento ineccepibile.

Tutto perfetto, se non fosse per il tempismo che cambia tutta la prospettiva.

Il CBAM arriva proprio quando l'Europa ha bisogno di uno scudo contro la politica tariffaria americana. Arriva quando i rapporti commerciali transatlantici sono ai minimi storici. Arriva quando serve qualcosa che sembri ambientale ma funzioni come protezione industriale. Troppe coincidenze per essere coincidenze.

E qui emerge il primo fatto che dovresti sapere: gli strumenti di politica economica hanno smesso di essere valutati per i loro effetti reali. Vengono valutati per come appaiono, per il messaggio che mandano, per i voti che portano. L'efficacia economica è diventata secondaria rispetto all'efficacia comunicativa.

A te interessa se funzionano. A loro interessa se sembrano funzionare.

Guardiamo i numeri americani, perché sono impietosi.

Le tariffe della Sezione 232 su acciaio e alluminio dovevano rilanciare l'industria manifatturiera. Invece hanno aumentato i costi per le industrie a valle, quelle che usano acciaio e alluminio per produrre automobili, elettrodomestici, macchinari. Il Peterson Institute ha calcolato che ogni posto di lavoro "salvato" nell'industria dell'acciaio è costato 650.000 dollari. Non è un errore di battitura. Seicentocinquantamila dollari per ogni singolo posto di lavoro. Soldi tuoi. Prezzi più alti che paghi tu.

Nel frattempo, le industrie che usano questi materiali hanno perso competitività. I prezzi sono saliti. Le esportazioni sono calate. Il deficit commerciale, che le tariffe dovevano ridurre, è aumentato in termini aggregati. Le importazioni dalla Cina sono semplicemente passate attraverso Vietnam e Messico, cambiando etichetta ma non sostanza. Il gioco continua. Solo il biglietto costa di più.

Secondo lo Yale Budget Lab, l'economia americana sarà permanentemente più piccola dello 0,4% a causa delle tariffe del 2025. Sono 110 miliardi di dollari all'anno che evaporano. Ogni famiglia americana paga in media quasi mille dollari in più per beni di consumo. Ma questi costi sono invisibili, spalmati su milioni di transazioni quotidiane. Nessuno li vede come "tassa Trump" quando paga il carrello della spesa. Nessuno collega i puntini. È progettato così.

I benefici invece sono visibili e concentrati. Il politico che annuncia "ho messo i dazi per proteggere i nostri lavoratori" appare sui notiziari. L'acciaieria che riapre diventa simbolo di rinascita industriale. Il costo diffuso su 330 milioni di persone scompare. Il beneficio concentrato su qualche migliaio brilla.

È economia comportamentale in azione. I costi sono tuoi, dispersi e invisibili. I benefici sono loro, concentrati e fotografabili.

L'Europa replica lo stesso schema con varianti locali.

L'accordo quadro di agosto 2025 tra Bruxelles e Washington è stato presentato come vittoria diplomatica. L'Europa ha evitato i dazi del 30% che Trump minacciava. Ha ottenuto un tetto del 15%. Celebrazioni a Bruxelles, sospiri di sollievo nelle cancellerie.

Ma guardiamo cosa c'è dentro quell'accordo. Quello che non ti hanno detto al telegiornale.

L'Europa si impegna a eliminare i dazi su tutti i beni industriali americani. Zero. Gli Stati Uniti in cambio applicano un dazio del 15% su quasi tutto ciò che arriva dall'Europa. Non c'è reciprocità. C'è asimmetria totale. L'Europa cede tutto per ottenere di perdere meno di quanto temeva. E lo chiama vittoria.

Sull'acciaio e l'alluminio, i dazi americani restano al 50%. Non il 25% di prima: cinquanta per cento. L'accordo che "ha evitato la guerra commerciale" non ha nemmeno sfiorato i prodotti più contesi.

L'Europa ha anche promesso di comprare 750 miliardi di dollari in gas naturale liquefatto americano entro il 2028. Più 40 miliardi in chip per l'intelligenza artificiale. Più 600 miliardi di investimenti europei in settori strategici americani. In cambio di un tetto tariffario che resta comunque triplo rispetto a quello che pagavamo un anno fa.

Il commissario europeo al commercio Maroš Šefčovič ha detto che era "il meglio che potevamo ottenere in circostanze molto difficili". Probabilmente aveva ragione. Ma questo non lo rende un buon accordo. Lo rende solo il meno peggio disponibile. E indovina chi paga la differenza tra "buono" e "meno peggio"?

Tu.

Il Regno Unito offre un caso studio istruttivo di cosa succede quando esci da un sistema senza averne costruito uno alternativo.

A maggio 2025, Londra ha annunciato trionfalmente di essere "il primo paese al mondo" a raggiungere un accordo commerciale con l'amministrazione Trump. Keir Starmer ha parlato di "giornata storica", di "relazione speciale rinnovata", dell'ottantesimo anniversario della vittoria in Europa celebrato con una nuova partnership transatlantica.

Poi guardi i dettagli.

Il dazio base del 10% su quasi tutti i prodotti britannici resta. Non è stato toccato. Trump ha detto chiaramente che quel 10% è "fisso" e non cambierà. Sull'acciaio e l'alluminio, i dazi americani erano al 25%, sono saliti al 50% a giugno e restano ancora in negoziazione. Il "primo accordo al mondo" non ha risolto il problema principale dell'industria pesante britannica.

In cambio di cosa? Il Regno Unito ha abbassato le proprie tariffe sui prodotti americani all'1,8% medio, aprendo il mercato a carne bovina, etanolo, macchinari agricoli. Ha promesso di mantenere "standard alimentari rigorosi" sulla carne americana, ma i negoziati su cosa questo significhi concretamente sono ancora in corso.

Il paradosso è strutturale. Il Regno Unito è uscito dall'Unione Europea nel 2020 per "riprendere il controllo" della propria politica commerciale. Sei anni dopo, deve creare da zero il proprio CBAM (che entrerà in vigore nel 2027, un anno dopo quello europeo), negoziare separatamente con ogni partner commerciale, e accettare condizioni che da membro UE non avrebbe mai dovuto accettare.

E si ritrova schiacciato tra due fronti.

Da un lato gli Stati Uniti, che mantengono il 10% base più i dazi settoriali su acciaio e auto. Dall'altro l'Unione Europea, che a ottobre 2025 ha annunciato un taglio del 47% delle quote di importazione duty-free per l'acciaio e un raddoppio delle tariffe al 50% per chi supera quelle quote. L'industria siderurgica britannica l'ha definita "la più grande crisi nella storia del settore".

I numeri raccontano il declino. Negli anni Settanta il Regno Unito produceva 26 milioni di tonnellate di acciaio all'anno. Oggi ne produce quattro. Port Talbot, il più grande stabilimento siderurgico britannico, ha chiuso gli ultimi altiforni nell'ottobre 2024, eliminando 2.800 posti di lavoro. British Steel a Scunthorpe è stata nazionalizzata ad aprile 2025 dopo che il proprietario cinese Jingye ha rifiutato l'offerta di finanziamento pubblico. Il governo ha dovuto convocare il Parlamento di sabato per approvare la legislazione d'emergenza.

E il Regno Unito deve ancora costruire il proprio sistema di certificati carbonio, mentre contemporaneamente cerca di rinegoziare l'accesso al mercato europeo per i prodotti siderurgici che ancora riesce a esportare.

Chi ha votato Leave nel 2016 immaginava più controllo, più sovranità, accordi commerciali migliori. Chi ha votato Remain temeva l'isolamento. Entrambi avevano torto nel modo in cui avevano ragione. Il problema non era dentro o fuori l'Unione. Il problema è il gioco stesso.

Secondo fatto: quando tutti i giocatori sono intrappolati in un gioco a somma negativa, il "vincitore" è semplicemente chi perde meno. Ma nessuno può ammetterlo, quindi tutti dichiarano vittoria mentre affondano insieme. Tu sei nella stiva. Loro sono sul ponte a brindare.

Il CBAM si inserisce in questo contesto come strumento perfetto per l'Europa.

Permette di alzare barriere commerciali senza chiamarle protezionismo. Permette di colpire le importazioni da paesi come Russia, Cina e India mantenendo la facciata ambientale. Permette di dire "noi difendiamo il pianeta" mentre in realtà si difende l'industria pesante europea dalla concorrenza estera.

Non è cinismo. È realismo. Gli strumenti di politica servono sempre più obiettivi simultaneamente. La domanda è: qual è quello primario? E soprattutto: chi paga per tutti gli obiettivi secondari?

La Russia lo ha capito benissimo. A maggio 2025 ha presentato il primo reclamo formale all'Organizzazione Mondiale del Commercio contro il CBAM, definendolo "misura discriminatoria mascherata da politica climatica". Mosca sostiene che il meccanismo viola i principi di non discriminazione del commercio internazionale. Che impone oneri burocratici sproporzionati ai produttori esteri. Che protegge l'industria europea sotto la copertura verde.

L'Unione Europea ha rifiutato perfino di sedersi al tavolo per le consultazioni. Il 22 maggio 2025, Bruxelles ha declinato la richiesta russa di negoziare, dichiarando che "tali consultazioni non potrebbero essere fruttuose".

È una risposta comprensibile data la situazione geopolitica con Mosca. Ma è anche rivelatrice. Se il CBAM fosse davvero solo uno strumento ambientale neutrale, perché non difenderlo nel merito? Perché rifiutare il dialogo?

Perché alcune delle argomentazioni russe, per quanto provengano da una fonte in malafede, non sono prive di fondamento tecnico. Il CBAM ha zone grigie. Le regole sui valori predefiniti delle emissioni, sui metodi di calcolo, sulle esenzioni per alcuni paesi ma non per altri, creano spazi interpretativi che favoriscono sistematicamente i produttori europei.

E qui arriviamo al terzo fatto. Quello che spiega tutto.

Il 2026 è un anno elettorale ovunque.

A novembre gli americani votano per le elezioni di metà mandato. Tutti i 435 seggi della Camera, un terzo del Senato, 36 governatori. La storia insegna che il partito del presidente perde terreno a metà mandato. Trump lo sa e agirà di conseguenza.

In Ungheria, Viktor Orbán affronta per la prima volta in quattordici anni un avversario credibile. Péter Magyar lo ha superato nei sondaggi con un movimento di destra europeista. L'esito è incerto come non lo era mai stato.

In Russia si vota a settembre per le legislative. Di solito una formalità, ma in un contesto post bellico con l'economia in difficoltà potrebbe essere diverso.

In Brasile, Lula cerca la rielezione a ottobre. Il futuro dell'accordo Mercosur con l'Europa dipende da quel voto.

In Germania, elezioni regionali in cinque Länder testeranno la popolarità del nuovo cancelliere Merz e la forza dell'estrema destra.

In Francia, le comunali di marzo a Parigi e in altre città saranno un termometro politico nazionale.

Cosa significa questo per la politica commerciale?

Significa che nessun leader politico ha incentivi a fare passi indietro. Ammettere che i dazi non funzionano significherebbe ammettere un errore. Prima delle elezioni non si ammettono errori. Si raddoppia. Si alza la posta. Si trova un nemico esterno da incolpare se le cose vanno male.

Il ciclo elettorale è più corto del ciclo economico. I danni delle tariffe si vedono in tre, cinque, dieci anni. Le elezioni arrivano fra sei mesi. Il politico razionale ottimizza per la scadenza più vicina.

Mentre tutti si sparano addosso, c'è chi guarda dalla finestra con il caffè in mano. Anzi il Nescafè.

La Svizzera ha chiuso il suo accordo con Washington a novembre 2025. I dazi americani sui prodotti svizzeri sono scesi dal 39% al 15%, con effetto retroattivo. Il 39% era il più alto imposto dall'amministrazione Trump a qualsiasi paese sviluppato. Ora è allineato con l'Unione Europea.

Ma il vantaggio svizzero non si ferma qui.

Il CBAM europeo non si applica alla Svizzera. L'Annesso II del regolamento la esenta esplicitamente, insieme a Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Il motivo è tecnico ma significativo: la Svizzera ha un sistema di scambio delle emissioni completamente integrato con quello europeo. Le aziende svizzere pagano già un prezzo del carbonio equivalente a quello europeo. Quindi niente certificati CBAM da comprare, niente burocrazia aggiuntiva, niente costi extra.

Da un lato, accesso al mercato americano alle stesse condizioni dell'Unione Europea. Dall'altro, accesso al mercato europeo senza le barriere del CBAM. Posizionamento perfetto.

Non è fortuna. È architettura istituzionale costruita in trent'anni.

La Svizzera ha collegato il proprio sistema di emissioni a quello europeo prima che il CBAM esistesse. Ha mantenuto la neutralità politica che le permette di negoziare con tutti senza bagaglio ideologico. Ha diversificato l'economia su settori ad alto valore aggiunto, farmaceutica e meccanica di precisione, non su commodity pesanti vulnerabili alle guerre commerciali.

Quando tutti intorno a te si sparano addosso, l'unica strategia vincente è non essere nel campo di tiro. Ma per non essere nel campo di tiro devi aver costruito la posizione vent'anni prima. Non puoi improvvisarla quando le pallottole volano già.

Ecco perché non cambia niente a seconda di chi voti. Non è una questione di destra o sinistra, di progressisti o conservatori, di europeisti o sovranisti. È una questione di struttura. Il gioco è truccato alla fonte.

Nessuno di loro ha conseguenze personali sui risultati economici reali. Solo sui risultati elettorali. E quelli si misurano con criteri completamente diversi. Tu paghi il conto. Loro incassano i voti. È un sistema perfetto. Per loro.

Non è un problema di persone stupide o malvagie. È un problema di architettura istituzionale. Il sistema premia razionalmente comportamenti che danneggiano le economie. Chi decide non paga le conseguenze delle proprie decisioni. I costi sono esternalizzati sui consumatori, sui contribuenti, sulle generazioni future. I benefici sono internalizzati nei sondaggi, nei titoli dei giornali, nei seggi parlamentari.

È l'assenza totale di conseguenze personali. Quando chi decide non paga mai per i propri errori, i sistemi degenerano. Sempre. Inevitabilmente.

E tu sei lì in mezzo. Senza alternative. Puoi votare chi vuoi: il meccanismo resta identico. Puoi indignarti quanto vuoi: il prezzo del carrello sale comunque. Puoi informarti, capire, vedere il gioco per quello che è. Ma non puoi uscirne. Non da solo.

E allora cosa non fare, guardando questo panorama?

Non credere che qualcuno vincerà questa guerra commerciale. Non esiste vittoria. Esistono solo gradi diversi di sconfitta.

Non aspettarsi razionalità economica da decisioni prese in contesto elettorale. La razionalità c'è, ma è politica, non economica. Sono due logiche diverse che ottimizzano per obiettivi diversi. I loro obiettivi. Non i tuoi.

Non sottovalutare la capacità dei sistemi di perpetuarsi. Una volta avviata, una guerra commerciale crea interessi consolidati nel mantenerla. Industrie che beneficiano della protezione. Burocrazie che gestiscono i meccanismi. Politici che hanno legato il proprio nome alle misure. Nessuno di loro vuole che finisca.

Non illudersi che il CBAM sia solo uno strumento ambientale o solo uno strumento protezionista. È entrambe le cose simultaneamente. E la proporzione tra le due funzioni dipenderà da chi lo usa e per quali scopi.

Non credere che cambiare governo cambi il gioco. Il gioco è più grande dei governi. I governi passano. Il gioco resta.

Non pensare che uscire da un sistema ti liberi dal gioco. Il Regno Unito è uscito dall'Unione Europea e ora gioca lo stesso gioco da una posizione più debole, contro più avversari, con meno carte in mano.

Non immaginare che basti costruire un buon sistema nazionale per essere al sicuro. Ci vogliono decenni. E bisogna farlo prima che il gioco cominci. La Svizzera non ha avuto fortuna. Ha avuto strategia. Trent'anni di strategia.

Quello che stiamo osservando non è stupidità. È un sistema di incentivi che produce risultati prevedibilmente dannosi. È teoria dei giochi su scala globale, dove ogni giocatore fa la mossa razionale per sé e il risultato collettivo è un disastro per tutti. Tranne che per i giocatori.

Perché i giocatori non sei tu. Tu sei il tavolo su cui giocano.

Il primo gennaio 2026 non è l'inizio di una nuova era di commercio sostenibile. È un altro capitolo di una storia vecchia quanto il commercio stesso: governi che promettono protezione ai propri cittadini e finiscono per impoverirli, un dazio alla volta.

L'unica novità è che ora lo facciamo con i certificati di carbonio invece che con le quote di importazione. Il meccanismo è diverso. Il risultato sarà lo stesso.

E il conto arriva sempre allo stesso indirizzo.

Il tuo. Buon 2026.

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