La laurea della cortigiana

by Rollo


La laurea della cortigiana

Nella storia della escort laureata il soggetto interessante non è lei, ma chi la racconta. L'ho sentita circolare a Londra, negli ambienti del private equity, nel tono con cui un certo mondo si fa bello di sé stesso: ci sono ragazze con la laurea giusta che vengono portate alle serate di lavoro, intervengono nelle conversazioni con cognizione di causa e i capi se le portano dietro come si porta un consulente di cui ci si fida. Detta così sembra un'osservazione sui costumi, mentre è un'osservazione su chi quei costumi li racconta.

Il dettaglio che decide tutto è la laurea, spesso in Università di alto livello, perché senza di essa resterebbe la storia vecchia come il denaro dove l'uomo potente che si paga una compagnia bella e discreta. Con la laurea il genere cambia e non è più una transazione ma un incontro tra pari, non si compra una presenza ma si riconosce un'intelligenza e chi la racconta non confessa di pagare, certifica il proprio gusto. La credenziale svolge un lavoro morale preciso, ovvero trasforma ciò che si acquista in qualcosa che si merita.

Conviene però tenere d'occhio uno scarto, perché è facile confondere la frequenza del racconto con la frequenza della cosa. Che la storia giri non prova che la pratica sia diffusa, prova soltanto che è diventata moneta di conversazione e una moneta circola tanto più volentieri quanto più chi la spende ci guadagna in reputazione. In un ceto che si pensa al tempo stesso spregiudicato e meritocratico, l'aneddoto della compagna laureata è la valuta perfetta perché paga su entrambi i conti, dato che dice di te due cose insieme: che sei abbastanza dentro le cose da potertela permettere e abbastanza fine da sceglierla intelligente.

La funzione non è nuova, è anzi tra le più stabili che si conoscano. Nell'Atene classica l'etera poteva stare nel simposio dove la moglie non metteva piede e si distingueva dalle comuni prostitute proprio per la capacità di tenere testa al discorsoe ancora nella Venezia del Cinquecento la cortigiana onesta era donna istruita e di cultura: Veronica Franco discuteva di versi con uomini che alla propria moglie chiedevano ben altro, ed anche la geisha giapponese ha codificato per secoli l'idea che la compagnia di pregio fosse fatta di arti e di conversazione prima ancora che di corpo. Ritorna sempre la stessa architettura, perché a produrla non è la qualità delle donne ma la forma del potere maschile: dove le decisioni si prendono tra uomini e le mogli restano fuori dalla stanza, si apre uno spazio per una figura che stia dentro la conversazione senza competere per il posto.

C'è una ragione strutturale per cui questa figura funziona proprio ai tavoli dove si decide, una ragione che non riguarda l'aspetto. A chi non ha una posizione da difendere si può parlare senza calcolo, perché non riporterà nulla a un concorrente, non scalerà usando ciò che ha sentito, ma la settimana dopo, semplicemente, non sarà lì. La compagna ingaggiata diventa così il confidente perfetto del potere, dato che la sua estraneità alla gerarchia è esattamente ciò che la rende sicura. La laurea aggiunge a questa sicurezza la possibilità di una conversazione vera ed è la combinazione a renderla preziosa, non l'una o l'altra dote presa da sola: presente abbastanza da capire, esterna abbastanza da non pesare.

Quello che cambia nel nostro tempo è la valuta del prestigio. In un mondo che ha eletto la competenza a proprio segno di rango più alto, sopra la ricchezza esibita e sopra la bellezza da sola, anche la compagnia deve esibire competenza per fare status. La laurea della ragazza, in fondo, è per lui ed è la prova che il suo gusto sa riconoscere il valore là dove gli altri vedono soltanto apparenza. È lo stesso meccanismo che porta il compratore di un certo orologio a sentirsi competente per il solo fatto di possederlo, qui però rovesciato e affinato, perché non è l'oggetto a conferire competenza a chi lo possiede, è la competenza altrui, una volta riconosciuta, a conferire raffinatezza a chi la sa scegliere.

Vent'anni fa, al festival di Cannes, con il mio socio organizzammo una cena per i dirigenti delle major del cinema. Un uomo di vertice della Kodak si presentò con una ragazza di una bellezza che zittiva il tavolo. Il mio socio, cortese, la invitò a sedersi accanto al marito, lei rise: "non è mio marito, non so nemmeno chi sia, stavo facendo compere in un negozio su Sunset Boulevard quando è arrivato in limousine a chiedermi se mi andava un weekend a Cannes; ho detto va bene, basta che paghi". Nessuna laurea, nessuna conversazione, soltanto la presenza, eppure in quella frase detta ridendo c'era più verità di tutto il racconto che certi ambienti fanno oggi di sé stessi. Allora bastava che fosse bella, ma oggi la stessa ragazza dovrebbe avere la laurea giusta e saper discorrere di mercati e di geopolitica, perché la transazione è rimasta identica mentre il travestimento che le si chiede di indossare è diventato più costoso. È in questo scarto, più che nelle donne, che si misura quanto sono cambiati i costumi.

A questo punto il soggetto non sono più loro ma chi le racconta. Raccontare l'amichetta laureata è un modo di raccontarsi, perché permette a un ambiente che sa benissimo cosa compra di descrivere l'acquisto come scelta e la spesa come fiuto. È un'assoluzione che non passa per il pentimento ma per il racconto, dato che basta narrare bene una transazione perché smetta di sembrare tale. Questa storia non documenta un costume sessuale, documenta un bisogno di legittimazione, quello di un ceto che vuole credere che perfino il suo lato meno presentabile sia, in fondo, una questione di intelligenza.

Eppure non è costruita per reggere alla domanda più semplice, ovvero perché la competenza, se davvero è il punto, vada comprata. Non serve che regga, basta che possa essere raccontata di nuovo alla cena successiva, dove qualcun altro spenderà la stessa moneta e ne ricaverà la stessa reputazione, finché il racconto sarà tanto diffuso da sembrare un fenomeno, quando forse era soltanto un modo di stare al mondo di chi lo racconta.

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